Passione

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Un autentico gioiello del grande John Turturro Valutazione 4 stelle su cinque

di Giorpost


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mercoledì 26 luglio 2017

Napoli, 2010. John, smilzo ed occhialuto cinquantenne americano di origini siculo-pugliesi, passeggia per le strade del Centro Storico più antico e grande al mondo, tra stradine strette, piazze e monumenti. Si gira verso la telecamera e pronuncia il seguente pensiero: “ci sono luoghi dove ci vai una volta e ti basta. E poi c'è Napoli”. Ben presto, John, invitandoci a seguirlo, realizza che ad ogni singolo scorcio, angolo o mattone antico di questo luogo, corrisponde una storia raccontata, musicata e interpretata da qualcuno, per qualcuno. Questo è l'immenso patrimonio musicale della Canzone Napoletana e John, quell'uomo longilineo -e dall'accento marcatamente newyorkese- altri non è che il grande attore e regista John Michael Turturro. Tali canzoni e poesie, pensa John, non hanno avuto (ed hanno) il solo scopo di raccontare un aneddoto o un cuore infranto, ma quello -ancor più nobile- di promulgare una realtà sociale mutabile nel tempo, fatta di culture diverse che si fondono dando vita ad uno straordinario meltin pot interculturale e socio politico: Napoli, appunto. In fondo, la città delle 500 chiese, la metropoli bagnata dal Golfo più luminoso del pianeta, il capoluogo dominato dal celeberrimo Vesuvio ha ancora molto da raccontare. E come dargli torto...

Passione (USA, Italia, 2010) è il titolo non tradotto di questo documentario musicale ideato e realizzato dalla mente creativa dell'interprete, tra gli altri, di Barton Fink e Fa la cosa giusta. E Turturro, in effetti, fa davvero centro, andando a pescare nel vastissimo archivio partenopeo alcune delle poesie musicate più belle della melodia classica napoletana, in un film che ha come obiettivo primario quello di far capire, a chi ancora gira lo sguardo (e l'orecchio) altrove, che Napoli è una città-mondo, speciale ed unica, avvolta da misteri millenari e problemi secolari, senza tuttavia aver mai smarrito la rotta nell'agitato mare della vita. E ad occupare quel ruolo di bussola ci ha pensato sempre la musica, strepitoso viatico di idee e pensieri che, mescolati ad arte, narrano di gioie, dolori e semplici fatti di vita vissuta. Fantastica, ad esempio, la sessione di Beppe Barra che, ottimamente coadiuvato dal prezioso caratterista americano Max Casella e dalla sobria e fascinosa tunisina M'Barka Ben Taleb, re-interpreta la Tamurriata Nera, pezzo storico che racconta dei figli neri della Grande Guerra in un missaggio sorprendente nel quale figura anche Pistol Packin' Mama di Al Dexter; molto bella, altresì, l'incursione nelle tempestose relazioni coniugali della Malafemmena del grande Totò, qui magistralmente interpretata da Ranieri e Sastri; senza parlare, poi, della divertente Caravan Petrol (di Reanato Carosone) che ci insinua dubbi sull'esistenza del petrolio in quel di Napoli, tra ritmi arabi e balli magrebini (a sancire quel mix di cui sopra). E il buon John, tra una perla e l'altra, ci presenta filmati storici di una Partenope dimenticata e melanconica ma mai del tutto sopita, tra interessanti interviste a storici della musica e ritratti più o meno compiaciuti di artisti universalmente conosciuti come James Senese (che è a tutti gli effetti un figlio della Guerra) o Enzo Avitabile. Quest'ultimo, omaggiato in uno splendido lavoro anche da un certo Jonathan Demme, ci racconta il dietro le quinte di Faccia Gialla, vera e propria pretesa in musica di un popolo intero che non chiede, bensì esige, il miracolo di San Gennaro, la cui statua -nel tempo- si è irrimediabilmente ingiallita. E tra un magico e sensuale Canto delle lavandaie del Vomero (un urlo disperato, ma pacato, risalente al 1400) e capolavori di Di Giacomo, Tagliaferri, Valenti e Nicolardi, arriviamo al finale di Napule è di Pino Daniele, sigillo e lascito di una sceneggiatura in divenire che, per citare lo stesso interprete americano, ci fa riscoprire “una città dipinta di suoni, dove la musica è un elemento essenziale”.

Un'opera di bellezza autentica, colorata e ritmata, nemmeno per un attimo banale. Gli unici momenti “lenti” li dobbiamo all'intervista ad un eccentrico trio di anziani storici che dibattono su chi fosse stato più grande tra Caruso e De Lucia, ben compensati dalla grinta di Pietra Montecorvino e Raiz. Il peccato (perdonabile), invece, si paesa nell'assenza di Bennato e Murolo.
Se dev'essere un americano a farci riscoprire il patrimonio che abbiamo sotto i piedi (e dentro le solite orecchie), allora thanks, John. Grazie, Giuà.

Voto: 9

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