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Scosse di assestamento

Il documentario di Paolo Pisanelli si colloca dentro le conseguenze del terremoto aquilano.
di Edoardo Becattini

Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.

venerdì 1 aprile 2011 - Incontri

Nella contemporaneità conta arrivare primi. Il documentario “istantaneo” e l'idea di reportage in presa diretta sui fatti e gli argomenti d'attualità è una pratica sempre più diffusa nel mondo dell'informazione istantanea e pervasiva. Molto più raro ai giorni nostri è il caso di film che si prendono il tempo per definire un campo, documentare una realtà, costruirsi uno stile e comunicare un'idea. Nel caso del terremoto che ha colpito L'Aquila la notte fra il 5 e il 6 aprile del 2009 e che ha distrutto decine di migliaia di abitazioni e ucciso più di trecento persone, abbiamo assistito in soli due anni a numerose forme di rappresentazione dell'evento e delle sue conseguenze. Dalle fanfare capaci di passare dal patetismo al trionfo con un solo squillo di tromba, fino alle recentissime farse televisive che elogiano sotto compenso la prontezza delle istituzioni e della Protezione Civile, L'Aquila continua a far parlare di sé ma a vivere delle sue macerie. Ju tarramutu, documentario di Paolo Pisanelli presentato al Festival dei Popoli e a quello di Sulmona, pone come una certa discontinuità all'interno di questa “mediatizzazione”, cercando un punto di vista interno agli scenari e alle persone rese oggetto dello “spettacolo” più che la denuncia rabbiosa e militante di Draquila di Sabina Guzzanti o la variazione fiabesca de La città invisibile. All'interno dello storico Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico che ha visto fra i suoi fondatori Cesare Zavattini, hanno presentato il film-documentario il regista Paolo Pisanelli (Don Vitaliano; Il sibilo lungo della taranta), il musicista Carlo Pelliccione degli Animammersa (collettivo di musicisti che ha deciso di trasformare il dolore e la rabbia degli aquilani in testi e musica folklorica), e l'architetto Antonio Perrotti, dirigente regionale in Abruzzo che ha fatto della ricostruzione del territorio e della denuncia di governo e istituzioni locali la battaglia di una vita per la tutela del paesaggio.

Che significato ha rappresentare la città più “mistificata” d'Italia?
Paolo Pisanelli: Il motivo per cui L'Aquila è la città più mistificata è sempre più evidente giorno dopo giorno. Le mistificazioni passano attraverso l'enorme “mediatizzazione” e attraverso atti di cui pagare persone affinché raccontino cose non vere in televisione è solo l'ultimo di vari episodi. Ma non è solo una questione di media. L'Aquila è stata mistificata anche attraverso un rigido controllo militare, un controllo di tutto. Un controllo dell'immagine, prima di tutto, finalizzato a creare un grande scenario per cercare di spettacolarizzare un dramma, prima che di rivitalizzare un territorio ferito. In realtà, la gestione del terremoto de L'Aquila è stata un errore dopo l'altro, una serie di sbagli e di grosse incompetenze a livello gestionale e amministrativo, che i media hanno continuamente cercato di far passare come un grande lavoro della Protezione Civile. Certamente è stato fatto un gran lavoro da parte di tutti i volontari e dei vigili del fuoco. Ma i disastri sono evidenti, restano lampanti.

Da dove nasce l'esigenza di dare un'altra rappresentazione del terremoto?
Paolo Pisanelli: Ju tarramutu è un film iniziato in modo istintivo e che si è sviluppato man mano che esploravo il territorio e mi rendevo conto. Sono partito pochi giorni dopo la tragedia quasi per esorcizzare alcune paure che per l'esigenza di testimoniare qualcosa. Non ero mai stato a L'Aquila prima e, quando ho sentito la notizia alla radio, ho capito subito che non l'avrei mai più potuta vedere per quello che era. Di fronte a questa paura, l'unica cosa che potevo fare era filmare quei luoghi, perché filmare un luogo è anche un modo per curarlo.
Poi, giorno dopo giorno, ho cominciato a intravedere i giochi politici che stavano dietro la gestione e ho deciso di trasferire nel lavoro anche questo aspetto di rappresentazione dell'Italia intera. Non volevo fare una mera operazione di denuncia, quanto riprendere la trasformazione del territorio e delle persone in funzione delle scelte delle istituzioni. In questo modo, il film è diventato uno spazio per tutti gli aquilani intenzionate collaborare. Ju tarramutu è uno spazio da abitare, un tentativo di conquistare il tempo, che ho tentato di rendere inserendo anche i comunicati radio e la presenza delle televisioni sul territorio. In un territorio così conquistato dagli sguardi degli altri, conquistare il tempo significa anche rimanere in attesa e seguire molte delle persone intente a vagare per questi ex-centri abitati ormai deserti. Il film ha seguito l'evoluzione stessa della città dallo smarrimento iniziale fino alla rivolta scatenata in seguito alla scoperta delle intercettazioni con le risate degli immobiliaristi sciacalli, un episodio che ha scatenato una nuova forza e che ha creato un nuovo racconto che andava documentato.
Ju tarramutu è un film nato di pancia e che porta con sé la fragilità e la forza di un lavoro libero, limitato solo da un punto di vista economico. Il vero problema è che in Italia non abbiamo la forza di voler fare un cinema che non rientri negli standard. Da questo punto di vista siamo un deserto e niente riesce a muoversi. Si dibatte solo di tasse a favore del cinema che in realtà funzionano solo per le grandi produzioni.

Che senso ha per gli aquilani questo documentario?
Carlo Pelliccione: Subito dopo il terremoto, sul territorio era presente una quantità impressionante di reporter e videomaker, sia aquilani che non. La differenza fra la maggior parte di essi e Paolo è che in lui abbiamo letto fin dall'inizio un interesse commovente a voler vivere questa cosa insieme agli aquilani. Tutti gli altri cercavano di agguantare la notizia e guardarci dentro per trovarci dentro quello che volevano trovarci. Fin dai primi giorni, siamo stati sommersi di domande “tendeziose”. Paolo invece voleva solo ascoltare. Il suo lavoro era all'inizio solo sentire, raccogliere e partecipare. Per questo sostengo che sia diventato veramente un aquilano. Non c'era in lui questa idea di venire, predare e comporre una sua opera. Con lui si è stabilita un'amicizia vera, molto profonda, e una collaborazione artistica con lo spettacolo degli Animammersa, uno spettacolo nato dalla voglia e dal senso di impotenza di tutti noi aquilani. La frustrazione resta infatti il sentimento più tipico, anche dopo tutti questi mesi. Sono cambiati i ritmi, ma molte delle frustrazioni restano, che non sono solo quelle di aver perso un centro storico di grande bellezza ma anche tutte le certezze, i progetti concreti, sia finanziari che etici.

Come è stato condotto il progetto di ricostruzione?
Antonio Perrotti: La copertura mediatica del terremoto de L'Aquila è il più classico esempio di come ormai tutto ciò che è immagine e rappresentazione possa diventare realtà anche nella coscienza civica. Guardando i telegiornali, noi vedevamo rappresentata una realtà che non era quella che vivevamo noi, eppure, dall'interno, diventava sempre più difficile anche per noi leggere le bugie e le verità. Il modo di gestire la ricostruzione è una brutta storia di accordi, partite e appalti in deroga su qualunque cosa. Ma perché in questo paese si ha bisogno sempre di un commissario per gestire le emergenze? Perché ogni volta che si scatena un'alluvione, un'eruzione o un terremoto non c'è una mai un protocollo nazionale adatto, visto che ormai sono millenni che avvengono queste catastrofi naturali. E tuttavia, le cose vanno perfino a peggiorare. Con il terremoto a Napoli l'esproprio degli immobili fu fatto a fini pubblici, oggi invece assistiamo solo a manovre scellerate per approvare pianificazioni che arricchiscono solo gli immobiliari. Il genio commerciale è ormai un psicologo e sociologo molto raffinato e ha capito subito che il territorio de L'aquila si prestava a una speculazione edilizia. Il Piano C.A.S.E. per i 4.500 nuovi alloggi (a fronte di quasi 45.000 edifici colpiti nella città) approvato e realizzato in novanta giorni è stato una cosa terrificante. Si è trattato di un modo per riciclare materiale inutilizzato di varie ditte del lombardo-veneto. Il bando “europeo” è stato creato e approvato in otto giorni: una farsa di cui la nostra classe istituzionale, dal sindaco de L'Aquila ai vari sindaci dei comuni più piccoli, hanno solo subito le decisioni.

Quali sono stati gli errori più gravi?
Antonio Perrotti: Il Piano C.A.S.E. ha portato all'edificazione di 3.000 case abusive, vere e proprie lottizzazioni di fatto, in contrasto con tutte le pianificazioni previgenti e, contrariamente a quanto dichiarato, con i principi di eco-sostenibilità, visto che non sono nemmeno stati creati dei depuratori a valle. Anche la Chiesa è connivente a questo stato delle cose, visto che ha reso edificabili i suoi terreni ed ha affidato la Casa dello Studente ai più famosi immobiliaristi. D'altronde lo vediamo anche in questi giorni con la situazione di Lampedusa: Berlusconi deve fare promozione al turismo attraverso modelli di sviluppo arrogante e non sostenibili. A L'Aquila ha realizzato tutto questo gestendo la Protezione Civile come una SPA, attraverso un modello autoritario di prevaricazione istituzionale fatta sistema. Noi aquilani non siamo stati coinvolti in nessun modo ma tenuti fuori con la forza militare da territori recintati, e anche le istituzioni locali sono state assenti per prime. L'eco-sostenibilità va praticata giorno per giorno e parte dalla progettazione, si fa a monte. Qua invece, conclamando che non ci sono soldi, si affida tutto alle banche per costruire campi da golf e trasformare il territorio in una Porto Cervo dell'Appennino. Non si uccide così una città.

Che differenza c'è fra Ju tarramutu e gli altri film su L'aquila degli ultimi mesi?
Paolo Pisanelli: Dopo aver incrociato il G8 di Genova in Don Vitaliano, sapevo di affrontare ancora una volta un argomento su cui si stavano facendo molti reportage. Tuttavia, ho cercato di accostarmi il più possibile alle persone e alle cose, scegliendo più di farmi portare dagli amici che ho incontrato, anziché il contrario. Alla fine ne è emersa una raccolta di vere epifanie che danno forza al racconto e permettono di lavorare sul tempo. La differenza rispetto ad altri stili penso stia più in questo tipo di narrazione cinematografica: nel privilegiare le esperienze e le sensazioni alla quantità di informazioni. Di cose da dire ce ne sono milioni, ma occorre scegliere un modo per raccontare un evento e a me piacciono le storie personali.
Carlo Pelliccione: Paolo ha avuto un approccio diverso soprattutto nel modo di rapportarsi con noi. Certo, per noi era molto importante trovare canali per far sapere quello che stava realmente succedendo e, da questo punto di vista, qualsiasi produzione veniva vista come una possibilità per fare contro-informazione. Era talmente pervasiva la comunicazione mediatica che anche noi spesso restavamo increduli della vera situazione che si stava accadendo attorno a noi. Avere un contro-dibattito era molto importante nell'ambito sociale aquilano per far sì che non si chiudesse il sipario su questa città e affinché, oltre le luci dei riflettori, si potessero scorgere nuove cose. La differenza fra gli altri film e quello di Paolo è che parte da dentro e dentro si forma: il plusvalore è che Paolo non era nemmeno aquilano. Dico era, perché penso che ormai faccia davvero parte della città.
Antonio Perrotti: La mia vis polemica è stata “sfruttata” da tutti: dalla Guzzanti e Iacona. Con Paolo, tuttavia, abbiamo lavorato per creare una lettura più lucida, la rappresentazione di una persona qualunque che passa tra la gente. La Guzzanti ci ha dato l'attenzione dei media europei però brucia molta della capacità di denuncia presentandosi come un attacco frontale a Berlusconi. Paolo invece parte dai paesaggi e dalle canzoni. Permette di ritrovarsi nella cultura del territorio e di capire più tranquillamente le grandi inadempienze, in un modo che è magari meno raffinato ma più penetrante.

Perché porre le immagini delle violenze alla manifestazione a Piazza Venezia a Roma fuori dal racconto, durante i titoli di coda?
Paolo Pisanelli: Quelle immagini sapevo che dovevano esserci, che erano importanti, ma le sensazioni e l'atmosfera della fiaccolata del primo anniversario del terremoto erano così forti che la “storia” non poteva che chiudersi con esse. Avrei potuto aprire il film con la manifestazione e raccontare in “flashback” tutto quello che era stato prima, ma ho preferito privilegiare i testi di Animammersa. Ho deciso così di metterle sui titoli di coda dare un senso di continuità al documentario. È un po' come dire: il film non è finito e dobbiamo continuare a filmare.

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Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.
Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.
Paolo Pisanelli , Lecce (Italia). Regista del film Ju Tarramutu.
Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.
Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.
Una foto scattata durante le riprese del documentario Ju Tarramutu di Paolo Pisanelli.
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