Non c’è un altro cineasta al mondo che sappia creare quel connubio di realismo e onirismo che costituisce la materia prima dei film di Herzog. All’interno del cinema documentario, perfino, (sebbene nell’accezione creativa e personalizzata dell’autore), dove l’accostamento tra documento e sogno parrebbe illecito, contraddittorio. Eppure Herzog non bara, e in Cave of Forgotten Dreams (In streaming su MYMOVIESLIVE! fino a domenica 19 agosto) meno che mai: entrando nel buio della storia e della mente illumina le prove della liquidità del tempo, rivelando la modernità dell’arcaico e la traccia arcaica nel mondo moderno, e inscrivendo, così, questa occasione cinematografica tra i titoli più importanti e coerenti della sua filmografia.
Nipote di un archeologo e fautore delle spedizioni cinematografiche più ardite, letteralmente e non, il regista tedesco ha ottenuto il privilegio di accedere alla grotta di Chauvet, una delle scoperte recenti più importanti e straordinarie legate all’età paleolitica. Ritrovata nel dicembre del 1994, a causa del delicatissimo clima che regna al suo interno –e che ha determinato l’eccezionale stato di conservazione delle pitture rupestri per oltre ventimila anni- la grotta fino alla visita di Herzog era stata esplorata solo da pochissimi ricercatori, per cui il lavoro di documentazione filmata che il cineasta ha realizzato in quel luogo (in soli 6 gorni, con 4 ore a disposizione al giorno) si configura come una sorta di servizio all’umanità e fa di lui quasi un cineoperatore dell’epoca delle origini, inviato nel mondo per riportare alla sala lo spettacolo e la meraviglia di un altrove, un luogo di sogno. Cave of forgotten dreams è un titolo esplicito, in questo senso. Ciò che lo è forse meno, ma che si fa strada parallelamente all’inoltrarsi del regista e della sua troupe ridotta all’osso nei meandri della caverna, è l’indagine simmetrica e forse più personale sulle origini dell’arte europea e sulle motivazioni che muovevano quei primi artisti, primitivi per la Storia ma non per la tecnica (la corsa del cavallo è raffigurata con una modalità di restituzione grafica del movimento che ricorda da vicino gli esperimenti che hanno portato alla nascita del cinematografo).
Gli artisti che hanno operato in questa caverna, sembra dire Herzog, erano più dalla parte di Méliès che dei Lumière, per continuare ad utilizzare la facile (e stiracchiata) metafora degli esordi del cinema: sfruttando luci e ombre e il movimento curvilineo della roccia per dare profondità ai loro disegni, riprendendo i leoni nell’atto di puntare la preda o il cavallo nel momento della corsa, probabilmente non cercavano la verità del ritratto ma qualcosa di più vicino ad una narrazione, alla drammatizzazione degli elementi a loro disposizione: in una parola all’invenzione. Da qui l’utilizzo del 3D da parte del regista contemporaneo, che s’inserisce volontariamente nella direzione ispiratagli dai lontanissimi precursori.
Durante questa spedizione, che per la natura del suo oggetto sfugge ad ogni verità ma che Herzog riesce comunque a circoscrivere magistralmente in un film-saggio di straordinaria compattezza e potenza evocativa (un film che è una grande invenzione, appunto, anche nel senso etimologico di rinvenimento e scoperta), il regista esplora ancora una volta i limiti dell’umano, ponendo l’artista di oggi di fronte a quello di ieri e chiedendosi, con la consueta ironia, se non dovremmo ammettere che, pur essendo cambiati, in fondo non è detto che siamo realmente migliorati.
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