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Fratelli d'Italia: Adolescenza e integrazione

Giovani immigrati di seconda generazione a confronto.
di Edoardo Becattini

Ragazzi di vita (straniera)

giovedì 29 aprile 2010 - Incontri

Ragazzi di vita (straniera)
Le difficoltà fra giovani e adulti, genitori e figli, ribelli e conformisti, erano al centro anche del lungometraggio d'esordio di Claudio Giovannesi, La casa sulle nuvole. Con l'accezione, lieve ma significativa, che permette di passare dalla dizione di film a quella di “film documentario”, Fratelli d'Italia porta avanti lo stesso discorso, stando meno “sulle nuvole” e ben più piantato a terra, situato all'interno delle mura scolastiche e familiari di tre adolescenti immigrati di seconda generazione. Il film (che, come sottolinea il suo giovane autore, “ha un approccio documentaristico rigoroso ma segue la narrazione di un film a episodi”) è il risultato di un laboratorio di educazione alle immagini condotto in un istituto tecnico di Ostia e sviluppato poi successivamente sulle storie dei ragazzi di origine straniera. Contando sull'onestà delle proprie immagini e sul limite fra anomalia e normalità delle storie di vita dei propri protagonisti, Giovannesi costruisce un messaggio pedagogico ma non edificante, socio-culturale ma non pretenzioso, sull'adolescenza e sul multiculturalismo in Italia. Di questo e di altro, hanno parlato direttamente l'autore, i promotori del progetto e due dei giovani protagonisti.

Che tipo di documentario?
Claudio Giovannesi: I documentari che in Italia arrivano in sala in Italia sono pochissimi. In Francia, ad esempio, c'è tutta un'altra percezione del documentario: ho degli amici là che campano facendo solo documentari. Il tutto si è sviluppato come una pianta, a partire da un lavoro di quaranta minuti, nato su suggestione del produttore Giorgio Valente che mi ha fatto scoprire questa l'istituto “Toscanelli” di Ostia dove studiano molti ragazzi stranieri, dove si respira un'atmosfera molto diversa rispetto ad una scuola del centro di Roma. Andando lì ho conosciuto molti di loro attraverso una specie di casting: in una piccola stanza ho ricevuto uno per uno tutti gli studenti di origine non italiana, sempre con l'idea di non fare un film sugli immigrati, perché l'idea stessa di un film sull'immigrazione non mi convinceva. Per me l'importante era girare un film sugli adolescenti di quel luogo, dove la maggior parte degli studenti presentano varie sfumature culturali. Questo primo esperimento, intitolato Welcome Bucarest (che corrisponde al primo episodio di Fratelli d'Italia) ha avuto una grossa diffusione e una buona risposta da parte del pubblico che ne elogiava il modo di evitare sia la retorica del buonismo che il principio della tolleranza zero. Da lì, con Giorgio abbiamo deciso di portare avanti altri episodi, seguendo una struttura simile a quella di Terra di mezzo di Matteo Garrone.

Come è avvenuto il lavoro coi ragazzi?
Claudio Giovannesi: È stato decisamente la parte più bella del lavoro. Il primo problema era portare fisicamente le macchine e i microfoni nelle aule o nelle case. La seconda difficoltà era far comprendere ai ragazzi il nostro lavoro, perché era importante che lavorassimo assieme e soprattutto spiegare cosa fosse un documentario, che loro assimilavano solo al prodotto in stile 'Quark'. L'ultimo problema era spiegargli che le telecamere non esistevano, che stavamo facendo qualcosa di ben differente da un reality. Una volta superati questi primi processi, il lavoro partiva naturalmente, non appena dimostravano di cominciare a dimenticarsi della mia presenza.
Masha Carbonetti: Ho conosciuto Claudio due anni e mezzo fa negli incontri a scuola. È stato lui a propormi di raccontare la mia storia e una situazione che non era solo mia, ma piuttosto comune. Ho accettato perché per me era importante far capire alle persone le difficoltà dei ragazzi adottati: è difficile e allo stesso tempo normale accettare le difficoltà degli altri, ma penso che possa essere più semplice comunicare questa idea attraverso una storia che renda tutti partecipi.
Nader Sarhan: Io ho accettato subito la proposta esaltato dall'idea di fare un film, di sfruttare l'occasione per diventare un attore. Poi ho capito che il progetto era ben diverso ma mi sembrava comunque piuttosto importante. Io sono nato qui, non ho problemi di cittadinanza, ma ci sono altri aspetti che valeva la pena mostrare: come il fatto che noi abbiamo la nostra religione, le nostre tradizioni. Poi ci sono altri problemi più personali, come il fatto che io debba rispettare dei genitori testardi come i miei e che qualche volta tenda a trasgredire le loro regole. Ma d'altronde questi sono i nostri problemi. Come si costruisce un rapporto di fiducia?
Claudio Giovannesi: Si deve trovare una rete di rapporti specifica per ogni personaggio. Ad esempio, nel caso di Alin sapevamo di doverci concentrare sui rapporti fra lui e i compagni e lui e la professoressa. Il che significava conquistarsi come in guerra una postazione nella classe: ci siamo inseriti dapprima come elementi alieni che ascoltavano le lezioni su Petrarca o sulla “Vita Nova”, poi con le telecamere e le apparecchiature. Finiti tutti questi processi di assimilazione, sono iniziate le riprese e da quel momento la parola d'ordine non era “rappresentazione”, ma “lavoro di squadra”, con la collaborazione e la generosità che esso richiede. Ognuno di loro sapeva bene che cercavo di vedere le cose così come sarebbero accadute anche se io non ci fossi stato, di dare secondaria importanza alla mia presenza e a quella della telecamera.
Nader Sarhan: Claudio non poteva riprendere tutta la nostra vita o dare un'idea completa di essa. Ha preso le parti essenziali e in quelle ero decisamente me stesso: a scuola andavo male anche prima del suo arrivo, i problemi con la mia ragazza li avevo anche prima. Lui ha voluto riprendere quella parte di me che già c'era, che era lì. Ci sono ovviamente altre cose che ci riguardano, ma lui si è saputo focalizzare sugli aspetti più importanti.
Masha Carbonetti: Inizialmente è stato un po' difficile perché non ero abituata ad essere seguita da quattro persone e da tutte quelle videocamere per quasi tutta la giornata. Poi, però, da quando ho scoperto di aver ritrovato mio fratello, non pensavo più al lavoro con Claudio ma solo a mio fratello. Erano le prime volte che lo sentivo dopo tanto tempo e non riuscivo davvero a pensare di essere qualcos'altro da e stessa. I promotori del progetto
Luciano Sovena (ad di Cinecittà Luce): Abbiamo già lavorato con Claudio finanziando e distribuendo il suo film d'esordio, La casa sulle nuvole. Ritengo sia un ottimo regista e poi il tema che affronta in questo documentario è davvero dei più attuali. Opere come queste noi distributori abbiamo il dovere di farle uscire: purtroppo risentiamo della crisi del cinema forse anche più degli altri e per questo non possiamo permetterci al momento di fare uscire il film in più di cinque copie sul territorio nazionale. Ci auguriamo quel tipo di piccola crescita autonoma che ha trovato recentemente La bocca del lupo, così da poter proseguire una via virtuosa per il documentario.
Giulia Rodano (ex assessore alle politiche culturali della Regione Lazio): Il film è il prodotto di un'esperienza di educazione alle immagini che è alla base di un progetto chiamato EduCinema, nato col proposito di far conoscere e divulgare il linguaggio del cinema nelle scuole. Claudio Giovannesi è stato coinvolto nel progetto fin dall'inizio, lavorando in varie scuole, in cui a poco a poco sono emerse da sole delle storie. Fra formazione al linguaggio, produzione e creatività si è venuto a creare un circuito virtuoso adeguato alla realizzazione di un cinema della realtà che abbiamo voluto assecondare attraverso finanziamenti regionali. Il nucleo del film, quindi, in un certo senso nasce dalle cose: non c'era un'idea precostituita ma è la realtà che ha indicato da sola al tema. Il tema della cittadinanza italiana dei ragazzi di origine straniera è un problema di particolare attualità ed è giusto che il cinema lo racconti in un modo diverso da come ce lo racconta la televisione. In sostanza: il film pone il problema dell'immigrazione non dal lato della sicurezza ma dell'importanza della comunicazione.
Giorgio Valente (produttore): La società “Il Labirinto”, che ha finanziato il film, nasce con la chiusura dell'omonimo storico cineclub di Roma e si dedica ad una missione produttiva e divulgativa del cinema. Una missione che parte dal dato di fatto che nelle sale del cinema culturale manchi il pubblico giovanile, il quale non si interessa minimamente al cinema d'autore, a quello di impegno civile e, meno che mai, al documentario. In questo senso è andato il nostro coinvolgimento nel progetto EduCinema all'orientamento audiovisivo. Il mio interesse si è in particolare rivolto alla località di Ostia e alle comunità di immigrati della zona. Quel che alla fine viene fuori dal film di Claudio sono tre storie fra le tante che potevano essere girate al “Toscanelli”, ognuna delle quali ha un valore sia pedagogico che di inchiesta sulle famiglie e sulla scuola in rapporto alla questione dell'immigrazione in Italia.

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Come è avvenuto il lavoro coi ragazzi?
Come si costruisce un rapporto di fiducia?
I promotori del progetto
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