Romanzo Criminale - La serie

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Tra tanti cattivi, c’è un eroe: Il figlio di Sandokan…

di Elena Martelli Il Venerdì di Repubblica

Un libro di grande successo. Un film con la meglio gioventù del cinema italiano. Poi, una fiction che, per alcuni, ha battuto il film. E mentre la prima serie torna in replica su Sky e si gira la seconda, ecco il regista che ha fatto boom in tv. E che a 9 anni girava con il padre su un set in India.
L’altro giorno ero macchina, fermo nel traffico sulla tangenziale e uno, dal finestrino, s'affaccia e mi dice: ma lei è quello di Romanzo Criminale?». Stefano Sollima non è un volto noto al grande pubblico: della serie tv tratta dal libro omonimo di Giancarlo De Cataldo (e incentrata sulle vicende della banda della Magliana in azione a Roma negli anni Settanta) lui è il regista, non un interprete. Così, l'episodio della tangenziale dà la misura dei fenomeno che si è creato intorno a Romanzo criminale.
La fiction di Sky prodotta con Cattleya e Mediaset, fin dal primo episodio, trasmesso nel novembre scorso (e da oggi 27 marzo di nuovo in onda su Fox Crime in prima serata, poi ancora su Italia 1 a maggio), è stata un caso tv, sancito anche dai critici criticoni e dai cinéphiles più schizzinosi. Tutti d'accordo nel sostenere che, per la prima volta, in Italia si era realizzata una fiction che aveva rotto con lo sceneggiato, avvicinandosi al miglior cinema. Una serie che ha rischiato di oscurare il film che, quattro anni fa, Michele Placido aveva realizzato ", con Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria e Anna Mouglalis, un gruppo di attori lanciatissimi che aveva «patinato» la storia.
Su questo sorpasso, nessuno all'inizio avrebbe osato scommettere. Intanto per il cast: tutti attori giovanissimi e sconosciuti, freschi di scuole di cinema, che si dovevano misurare con un immaginario già saturo. E invece Vinicio Marchioni (il Freddo), Francesco Montanari (il Libano), Alessandro Roja (il Dandy), Marco Bocci (il commissario Scialoja) e Daniela Virgilio (Patrizia) ormai fanno parte della «meglio gioventù» del cinema italiano. Già pronti, ora, per ripartire con la seconda serie, che gli sceneggiatori (Leonardo Valenti, Barbara Petronio, Daniele Cesarano e Paolo Marchesini) stanno scrivendo con la supervisione di De Cataldo e che vedremo in onda su Sky Cinema fra un anno. «Sarà incentrata su quello che accade dopo la morte del Libano. Ognuno cerca di vendicarlo ma nel frattempo il Freddo e il Dandy si fanno la guerra, costituendo due "correnti". Il primo è l'uomo di cuore e di armi, l'altro è il "politico". Il sogno del Libanese così esplode in mille rivoli di violenza» spiega Solli!, ma. Il regista è l'altra rivelazione della fiction (che gli Sky Awards di quest'anno hanno premiato come migliore serie e miglior programma tv). Di lui, romano, 42 anni, si sapeva poco: un passato da cameraman per i tg di Cnn, Nbc e Cbs e da documentarista in zone calde: Libia, Algeria, Israele... A nove anni, però, era già un uomo di mondo: aveva il privilegio di potere abbracciare la famosa tigre che, nel 1976, salta baldanzosa in Sandokan, sceneggiato cult della tv di fine anni Settanta, con Kabir Bedi, Philippe Leroy e Carol André, la mitica Perla di Labuan. E diretto da Sergio Sollima, cioè suo padre.
A Romanzo criminale Sollima figlio arriva dopo aver girato qualche corto e Crimini, una serie di film tv, curata da Gìancarlo De Cataldo, che lo segnala a Cattleya. «Moltissimi registi avevano rifiutato di cimentarsi con Romanzo crimìnale per paura di doversi confrontare con il film di Placido. Io ho detto si di corsa. Avevo letto il libro appena era uscito e, nella mia testa, sapevo già come girare la serie».
Aveva già in mente anche le facce che avrebbero dovuto avere i protagonisti?
«Dopo il cast perfetto di Placido, non potevo fare cloni di serie B. Sono andato a istinto: Vinicio Marchioni, il Freddo, è più vicino a Maurizio Abbatino di quanto non lo sia Kim Rossì Stuart. Il Bufalo, invece, nel romanzo è quasi obeso, ma quando abbiamo visto Andrea Sartoretti, che grasso non è, mi è sembrato perfetto».
Molti hanno detto: la serie è più bella del film.
«II problema del paragone non me lo sono mai posto. Volevo raccontare bene il romanzo di De Cataldo. Il film dì Michele Placido lo consideravo per quello che è: una libera interpretazione del libro. Che in realtà è più sporco, più punk e meno Gatto-comunista. Il film era perbenista, il libro più violento».
Com'è stato girare la serie? «Sei mesi su un set fatto di 184 attorì,180 dei quali maschi. Un po' Kinderheim, un po' caserma. Divertente, non avevamo nessuna aspettativa. Ora, per la seconda parte, sarà tutto diverso».
Romanzo criminale è considerato una specie di baluardo contro «la fiction deficiente».
«Abbiamo avuto coraggio. Fin dall'inizio non abbiamo esitató su alcuni elementi essenziali. I protagonisti dovevano parlare romano stretto. Dovevano essere violenti e sporchi. Il film doveva allontanarsi dall'immaginario creato da Placido, cui anche quelli di Sky all'inizio facevano riferimento».
Si sente «figlio» di Sandokan?
Sandokan l'ho visto girare, avevo nove anni, la mia prima volta in In dia e Malesia. A scuola mi chiedevano com'era il salto della tigre. Anche troppa curiosità. Dopo un po', è diventata una tortura. Però è stato un vantaggio: a dodici anni, sapevo già come si gira un film».
Faceva le vacanze nella giungla, per forza...
«Mi sentivo Tarzan, giocavo con i varani. Andavo a cavallo, sugli elefanti, abbracciavo le tigri. Sul set del Corsaro Nero, in Colombia, facevo l'assistente degli effetti speciali. Avevo dieci anni. Facevo esplodere le bombe. Fantastico».
E suo padre? Cosa dice di Romanzo crimïnale?
«A 87 anni si è visto tutte le puntate. Ogni tanto dice che non capisce bene i dialoghi perché biascicano».
A quando il suo primo film?
«Vorrei raccontare la realtà di oggi come nessuno fa più, a parte Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Mi piacciono le storie forti inserite in un preciso contesto storico. Romanzo criminale funziona perché è un racconto di formazione attraverso il crimine: prendersi Roma è un bel sogno anarchico-punk degli anni Settanta. La serie racconta un'epoca, parla della bomba alla stazione di Bologna, di servizi segreti deviati. Un film, lei dice? In questi ultimi cinque anni la gente è cambiata, si è incattivita, siamo diventati un Paese razzista. Materia interessante...». Da Il Venerdì di Repubblica, 27 marzo 2009

di Elena Martelli, 27 marzo 2009

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