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Noi due sconosciuti, dietro al dolore e davanti alla vita

Susanne Bier sbarca a Hollywood e con le sue star "sconosciute" supera il manifesto Dogma.
di Marzia Gandolfi

Una danese a Hollywood

mercoledì 4 giugno 2008 - Incontri

Una danese a Hollywood
Il cinema di Bille August e di Lars von Trier ha dilatato il concetto danese di film, adesso è la volta di Susanne Bier. Se i primi lavori di Bille August (Luna di miele) sono film calati in ambienti esplicitamente danesi con attori danesi, le opere successive rompono l'isolamento e diventano coproduzioni internazionali (La casa degli spiriti e Il senso di Smilla per la neve). Lars von Trier invece concepisce e dirige da subito film europei (L'elemento del crimine, Le onde del destino, Idioti) che ottengono il successo come film danesi, trasformando il concetto di film nazionale. Susanne Bier, dopo aver girato nel 2002 il suo film dogma (Open Hearts) e aver trovato un livello di autonomia e maturità artistica in Dopo il matrimonio, consacrato da critica e pubblico, abbandona gli esercizi di provocatoria anticonvenzionalità del fatidico movimento (Dogma 95) per trovare a Hollywood la celebrazione ultima e il superamento in chiave personale del manifesto Dogma, "estinto" ufficialmente nel 2005. Sbarcata letteralmente a Hollywood la Bier torna con Noi due sconosciuti a cogliere il dolore dietro ai volti, la paura dietro un gesto o sulle pieghe della bocca di un uomo e una donna toccati dalla perdita di una persona diversamente cara. I temi che ritornano sono questioni che l'autrice danese ha già affrontato nelle opere precedenti: la famiglia, la vita e la morte. Ma al di là di un intreccio emblematico e tutto sommato convenzionale, Noi due sconosciuti è il ritratto impressionante di due persone che affondano e provano a risalire in superficie mentre la macchina da presa impietosa coglie ogni piccola espressione, analizzando le ragioni che covano dietro ai loro pensieri e ai loro atteggiamenti. La Bier, di passaggio a Roma, ci racconta il suo viaggio nel cinema americano.

Dirigere in America
Io spero davvero di ripetere molto presto l'esperienza appena conclusa di girare un film negli States. Sono un po' stufa dell'atteggiamento supponente di alcuni colleghi europei che considerano spazzatura ogni cosa prodotta in America. Al contrario, il cinema americano da qualche tempo si sta mettendo in discussione e quasi sempre i dieci film più belli dell'anno provengono dagli Stati Uniti, certo vengono girate anche pellicole mediocri o eccessivamente glamour, ma questo non mi ha impedito di accettare la sfida e di incontrare due attori del calibro di Halle Berry e Benicio Del Toro. Al contrario di altri autori, io non sopporto di essere magnificata per il già fatto, l'esperienza americana mi ha consentito di mettermi alla prova come artista, mi piace trovare delle resistenze, mi piace non darmi per scontata.

Scegliere una storia
Prima di trovare la sceneggiatura di Allan Loeb ho letto più di duecento script, ricavandone soltanto una decina davvero buoni. Ero scoraggiata ma poi ho trovato la storia di Allan e mi è piaciuta subito molto perché aveva la qualità rara di descrivere personaggi profondamente veri. A questo punto sono andata alla Dreamworks e ho accettato la loro proposta, cercavano da tempo un autore con uno stile personale. La cosa meravigliosa e che mi hanno lasciata libera di interpretare la sceneggiatura a modo mio, naturalmente non volevo fare un film americano e così ho cambiato l'incipit e l'epilogo della sceneggiatura originaria. Volevo fare un film sull'amicizia e sull'amore ma soprattutto mostrare il dolore creato dalla dipendenza. Volevo mettere in scena due personaggi che rientrano lentamente nella vita dopo aver subito una perdita enorme. Non era mia intenzione fare un film con un messaggio, non è il mio genere, ma certamente volevo far vivere allo spettatore una storia forte, di quelle che ti restano addosso e diventano l'occasione perfetta per una riflessione.

Il lavoro dell'attore (americano)
Quando si lavora con degli attori professionisti non conta se si è in America, in Danimarca o in qualsiasi altra parte del mondo. Halle e Benicio sono stati all'altezza della situazione, a cambiare è piuttosto l'entourage, sul set ogni mattina arrivavano molte macchine ed eravamo un numero considerevole di persone. Ma una volta al lavoro Halle e Benicio smettevano i panni delle star e cercavano con me un momento di verità, di energia e di grande autenticità. Halle è una donna estremamente affascinante capace di far emergere dalla sua bellezza una grande intensità. Benicio ha fatto un lavoro enorme di ricerca per interpretare in modo tanto credibile Jerry Sunborne, studiando a fondo la dipendenza dalle droghe e avvalendosi della consulenza di medici e assistenti dell'Associazione Tossicodipendenti Anonimi. Non ho mai avuto una grande simpatia per le scene preconfezionate, preferisco che tutto sia aperto e spontaneo, per questa ragione le prove hanno avuto come punto centrale la casa della protagonista. Tutto si svolgeva intorno a quel luogo preciso e il processo creativo ha richiesto una grande responsabilità da parte degli attori. I grandi attori come Halle e Benicio hanno una notevole capacità di interazione e sono capaci di creare magia all'improvviso, è bello non sapere mai cosa accadrà o come verrà la scena.

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