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davide chiappetta
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martedì 10 gennaio 2012
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apparentemente semplice
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Le apparenze possono essere ingannevoli in "A History of Violence",
Esso è un adattamento di un comicbook ma molto più riflessivo rispetto ad esempio al frastornante ma in definitiva vuoto "Sin City".
Lo sceneggiatore Josh Olson trae spunto dalla graphic novel di John Wagner (lo stesso che ha creato 'Judge Dredd'), illustrata dal talentuoso disegnatore Vincent Locke, che alcuni forse conoscono per i lavori realizzati per le copertine del gruppo Death Metal Cannibal Corpse.
Inoltre Cronenberg e lo sceneggiatore Olson hanno cambiato in questo movie i nomi che sembravano italiani per evitare di associarlo al solito film di mafia.
Proprio come le domande sull'identità circonda un padre di famiglia di nome Tom (Viggo Mortensen) dopo che lui ha ucciso due viziosi serial killer così il film rivela strati di complessità sotto la sua superficie apparentemente semplice.
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Le apparenze possono essere ingannevoli in "A History of Violence",
Esso è un adattamento di un comicbook ma molto più riflessivo rispetto ad esempio al frastornante ma in definitiva vuoto "Sin City".
Lo sceneggiatore Josh Olson trae spunto dalla graphic novel di John Wagner (lo stesso che ha creato 'Judge Dredd'), illustrata dal talentuoso disegnatore Vincent Locke, che alcuni forse conoscono per i lavori realizzati per le copertine del gruppo Death Metal Cannibal Corpse.
Inoltre Cronenberg e lo sceneggiatore Olson hanno cambiato in questo movie i nomi che sembravano italiani per evitare di associarlo al solito film di mafia.
Proprio come le domande sull'identità circonda un padre di famiglia di nome Tom (Viggo Mortensen) dopo che lui ha ucciso due viziosi serial killer così il film rivela strati di complessità sotto la sua superficie apparentemente semplice.
La tensione che si crea in alcune sequenze si può tagliare con un coltello affilato, a volte è seguito da esplosioni di violenza grafica,
E' rimarchevole lo spargimento di sangue che eccita e sconvolge: ma chiariamo subito che non si tratta solo di violenza fine a se stessa, il film solleva tre tipi di domande a livello di: morale, sociale, artistico.
Ma mentre il film gioca con ipotesi generiche, lavora anche come un film-gangster di alto livello, dalla gelida apertura all'ambigua scena finale.
La sparatoria finale di per sè ottima, a causa di un non tanto azzeccato William Hurt (con un pizzetto che distrae) guasta un pò l'umore del film, ma la recitazione è di prima categoria con Mortensen che mostra più profondità che negli altri suoi film precedenti da lui interpretati.
Ovviamente la vera stella dello show è Cronenberg, che cammina sul filo del rasoio tra spettacolo e critica e colpisce duro a entrambi: intestino e mente.
Assolutamente da vedere.
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milomar
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giovedì 22 dicembre 2005
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film robusto e interessante
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Dal punto di vista tecnico è sicuramente uno dei migliori film di Cronenberg.
Bella la scelta dei tempi con cui il regista racconte la storia; asomiglia, stranamente, al modo di fare regia del grande Clint Eastwood.
La storia può sembrare banale e, sicuramente, ci sono delle forzature nella trama.
A guardarlo con attenzione, si potrà notare che quasi ogni scena contiene un tipo di violenza (sempre abbastanza verosimili e senza inutili "schizzi" o "fontane" di sangue)o nasce da scene violente. Forse, il messaggio che Cronenberg vuole dare è che la violenza fa parte della nostra società e, forse, impregna l'essere umano.
Qualche secondo in meno, almeno nella prima scena di sesso, avrebbe giovato al film.
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Dal punto di vista tecnico è sicuramente uno dei migliori film di Cronenberg.
Bella la scelta dei tempi con cui il regista racconte la storia; asomiglia, stranamente, al modo di fare regia del grande Clint Eastwood.
La storia può sembrare banale e, sicuramente, ci sono delle forzature nella trama.
A guardarlo con attenzione, si potrà notare che quasi ogni scena contiene un tipo di violenza (sempre abbastanza verosimili e senza inutili "schizzi" o "fontane" di sangue)o nasce da scene violente. Forse, il messaggio che Cronenberg vuole dare è che la violenza fa parte della nostra società e, forse, impregna l'essere umano.
Qualche secondo in meno, almeno nella prima scena di sesso, avrebbe giovato al film.
I protagonisti sono tutti veramente bravi.
Non credo che il finale sia buonista. Credo, invece, che sia il risultato della ricerca di un faticoso equilibrio.
milomar
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fabrizio cappella
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lunedì 31 ottobre 2011
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lezioni di cinema da parte di cronenberg....
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A history of violence: cittadino modello, amato e buon padre di famiglia si ritrova da un giorno all'altro ad essere l'eroe del giorno di un paesino degno del tipico "sogno americano". Sarà proprio quest' evento a risollevare dalla polvere del dimenticatoio spesso lacerato nella nostre memorie, ricordi e mostri del passato, ricollegandolo ad una vita che aveva dimenticato, o che cercava di dimenticare. Ma si sà, il passato, essendo l'unica cosa certa che ci accompagna nella vita, certe volte non dimentica noi, ricollegando così quello che era l'eroe quotidiano ad un ex killer malavitoso. Solo uno scontro con tutti i personaggi che caratterizzavano il proprio passato sarà l'addio definitivo alla sua vita precedente.
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A history of violence: cittadino modello, amato e buon padre di famiglia si ritrova da un giorno all'altro ad essere l'eroe del giorno di un paesino degno del tipico "sogno americano". Sarà proprio quest' evento a risollevare dalla polvere del dimenticatoio spesso lacerato nella nostre memorie, ricordi e mostri del passato, ricollegandolo ad una vita che aveva dimenticato, o che cercava di dimenticare. Ma si sà, il passato, essendo l'unica cosa certa che ci accompagna nella vita, certe volte non dimentica noi, ricollegando così quello che era l'eroe quotidiano ad un ex killer malavitoso. Solo uno scontro con tutti i personaggi che caratterizzavano il proprio passato sarà l'addio definitivo alla sua vita precedente. D. Cronenberg è incontenibile. Forse apice della propria filmografia, A History of Violence è un film magistrale. Degno di lezioni di cinema. Caratterizza i propri personaggi collocandoli perfettamente nei propri ruoli, grazie a dettagli che non sono mai lasciati al caso e che proiettano lo spettatore direttamente nel vivo del film. L'evoluzione del regista, passando per "videodrome" a "spider" culmina in questo film arrichito, o anche impoverito per i maniaci del genere, da una storia semplice, che rende chiarissimo l'itento del regista. Cioè fare un film che si avvicini il più possibile ad un concetto certe volte astratto negli ultimi anni per questo genere: fare BENE un film, un film bello.
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filippo catani
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mercoledì 15 giugno 2011
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un thriller davvero crudo
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Un tranquillo paesino dell'Indiana. Una tranquilla famiglia con due figli. Tutto viene sconvolto quando il padre di famiglia uccide nella sua tavola calda due malviventi intenzionati a rapinarla. Tutti ritengono l'uomo un eroe ma la pubblicità ottenuta farà in modo che il passato dell'uomo torni a bussare alla porta.
Un film veramente cupo che si caratterizza per la quasi totale assenza di colonna sonora. Mortesen si trova perfettamente a suo agio in un ruolo per nulla facile ed è supportato dal mai banale Ed Harris sempre a suo agio nei panni del cattivo. L'idea del film magari non è troppo originale visto che di uomini in fuga dal proprio oscuro passato abbondano cinema e letteratura.
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Un tranquillo paesino dell'Indiana. Una tranquilla famiglia con due figli. Tutto viene sconvolto quando il padre di famiglia uccide nella sua tavola calda due malviventi intenzionati a rapinarla. Tutti ritengono l'uomo un eroe ma la pubblicità ottenuta farà in modo che il passato dell'uomo torni a bussare alla porta.
Un film veramente cupo che si caratterizza per la quasi totale assenza di colonna sonora. Mortesen si trova perfettamente a suo agio in un ruolo per nulla facile ed è supportato dal mai banale Ed Harris sempre a suo agio nei panni del cattivo. L'idea del film magari non è troppo originale visto che di uomini in fuga dal proprio oscuro passato abbondano cinema e letteratura. Il fatto è che in questo film l'irrompere della vita precedente viene mostrato in tutta la sua distruttività lasciando dietro di se una scia di violenza difficile da lavare. Si è arriva ad un punto tale che anche la scena di sesso tra marito e moglie è tra le più dure e crude che si ricordino.
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m.romita
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domenica 26 ottobre 2014
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". . . avrei dovuto ucciderti a philadelphia . . .
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Il film è un capolavoro e non è un caso che il Morandini gli assegni 5 stelle .
A Giancarlo Zappoli dico che se gli riconosce solo 3 stelle vuol dire che non ha provato nessuna emozione speciale.
Quanto a spiegare perchè è un vero capolavoro riconosco che è difficile . La storia, i personaggi , la violenza.
Ecco, il protagonista del film è la violenza , la violenza ottusa e senza senso dei balordi , della vita , presente nella cronaca
di tutti i giorni e che noi cerchiamo di dimenticare perchè dentro di noi sappiamo di essere impotenti , incapaci di comprenderla
nella maggior parte dei casi , e, soprattutto, costretti a reprimere un sano sentimento di vendetta .
La vendetta è concretamente quasi sempre impossibile , ma soprattutto è bandita da una cultura buonista che ci condiziona.
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Il film è un capolavoro e non è un caso che il Morandini gli assegni 5 stelle .
A Giancarlo Zappoli dico che se gli riconosce solo 3 stelle vuol dire che non ha provato nessuna emozione speciale.
Quanto a spiegare perchè è un vero capolavoro riconosco che è difficile . La storia, i personaggi , la violenza.
Ecco, il protagonista del film è la violenza , la violenza ottusa e senza senso dei balordi , della vita , presente nella cronaca
di tutti i giorni e che noi cerchiamo di dimenticare perchè dentro di noi sappiamo di essere impotenti , incapaci di comprenderla
nella maggior parte dei casi , e, soprattutto, costretti a reprimere un sano sentimento di vendetta .
La vendetta è concretamente quasi sempre impossibile , ma soprattutto è bandita da una cultura buonista che ci condiziona.
Il personaggio del film che invece è " altro ", rispetto a quello creduto fino al momento del dramma, è capace non solo di difendere
se stesso e la sua famiglia ma di scatenare una violenza uguale e contraria e , arrivo a dire, "oltre al limite tra il Bene ed il Male ".
Ed il film , terribile, ce lo mostra alla fine che ritorna alla sua famiglia , ai suoi affetti che si suppongono sinceri, affetti ricostruti
con la volontà di seppellire il passato . Questo per tacitare il timore dello spettatore , spaventato di quello che ha visto e di quello che il regista è riuscito a fargli "sentire " . E cioè sentire cosa ? sentire di approvare la violenza quando ci sembra dalla parte giusta.
Che la violenza sia " giusta " è solo questione di punti di vista ? Il film non lo dice , ognuno penserà secondo coscienza e secondo i propri condizionamenti
culturali. La grandezza del film è nelle immagini, nel sangue , negli affetti familiari e nella violenza dell'amore e del sesso , cosa buona e giusta, dopotutto.
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iuriv
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giovedì 29 gennaio 2015
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l'influenza della violenza.
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Tom Stall è un uomo tranquillo che vive con la sua famiglia in un pacifico paese americano. Ma quando due teppisti lo costringono a fare l'eroe, facendogli sventare una rapina nella caffetteria che gestisce, molte cose cambiano.
Cronemberg, all'apparenza costruisce un thriller meccanico basato sul crescendo degli eventi. Ma come spesso capita con questo regista, il vero motore del film è sotto la superficie.
L'argomento principale della narrazione, come da titolo, è la violenza. Intesa come morbo, che una volta attecchito avanza inesorabile fino a pervadere tutto. Intesa come marcatore di distanze siderali, dove un tempo regnava l'armonia.
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Tom Stall è un uomo tranquillo che vive con la sua famiglia in un pacifico paese americano. Ma quando due teppisti lo costringono a fare l'eroe, facendogli sventare una rapina nella caffetteria che gestisce, molte cose cambiano.
Cronemberg, all'apparenza costruisce un thriller meccanico basato sul crescendo degli eventi. Ma come spesso capita con questo regista, il vero motore del film è sotto la superficie.
L'argomento principale della narrazione, come da titolo, è la violenza. Intesa come morbo, che una volta attecchito avanza inesorabile fino a pervadere tutto. Intesa come marcatore di distanze siderali, dove un tempo regnava l'armonia. Ma intesa anche come potenza salvifica, che porta con se la purezza di una soluzione semplice per problemi complessi.
La trama ruota attorno a Tom, mettendolo al centro della vicenda assieme alla sua famiglia. Un personaggio che consente al regista di esplorare alcune delle sue tematiche preferite, quali la labilità della realtà e la profondità di un personaggio che conserva un segreto. Quella di Tom appare come una sorta di schizofrenia consapevole, capace di farlo essere il perfetto eroe di provincia e il suo esatto contrario.
Un ruolo non facile da portare sullo schermo senza esagerare, ma che trova in Viggo Mortensen il suo interprete ideale. L'attore, sempre misurato nei movimenti e nelle espressioni, è capace di infondere tutto ciò che il suo protagonista richiede, semplicemente con l'intensità di uno sguardo. Incredibile come la cosa riesca a funzionare.
Seguendo i tempi del thriller, Cronemberg disegna la deriva della sua storia, accompagnandola con una messa in scena posata come il suo protagonista, in cui ogni finezza serve a far funzionare il racconto e senza sprecare una sola inquadratura.
Così il regista canadese accompagna lo spettatore verso uno dei finali più riusciti che si possano desiderare. Una scena a quattro dove, senza utilizzare una sola parola, viene detto tutto quello che serve e forse anche oltre. Perché, grazie alla bravura degli attori nel reggere una sequenza così intensa, le domande superano le risposte e i temi lasciati sul tavolo arrovellano la mente per molto tempo dopo la visione.
Un film potentissimo, che, pur nella sua breve durata, riesce a rimanere impresso e a far discutere di se per mesi, vista l'infinità di risvolti che potrebbe offrire. Tra quelle che ho visto, forse l'opera di Cronemberg che mi è piaciuta di più.
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luca scial�
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giovedì 4 giugno 2015
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storia intrigante ma raccontata male
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Cronenberg si ispira a un fumetto di John Wagner, trasponendolo con i tratti a lui più cari: la linea sottile tra realtà e apparenza, le identità multiple, personaggi dalle tante sfumature. Come il protagonista di questo film, che passa dall'essere un esemplare padre di famiglia a un infallibile killer dal passato oscuro. Storia intrigante che però troppo spesso sfocia nella banalità, in sequenze superflue, in dialoghi da classico film d'azione mediocre.
A salvarlo è anche, e soprattutto, l'interpretazione di Viggo Mortensen, attore dal viso angelico che sa trasformalo in diabolico quando serve. Peccato, poteva essere un gran bel film.
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Cronenberg si ispira a un fumetto di John Wagner, trasponendolo con i tratti a lui più cari: la linea sottile tra realtà e apparenza, le identità multiple, personaggi dalle tante sfumature. Come il protagonista di questo film, che passa dall'essere un esemplare padre di famiglia a un infallibile killer dal passato oscuro. Storia intrigante che però troppo spesso sfocia nella banalità, in sequenze superflue, in dialoghi da classico film d'azione mediocre.
A salvarlo è anche, e soprattutto, l'interpretazione di Viggo Mortensen, attore dal viso angelico che sa trasformalo in diabolico quando serve. Peccato, poteva essere un gran bel film. Ma evidentemente al concorto Cronenberg non interessa fare capolavori convenzionali.
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great steven
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domenica 5 luglio 2015
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la doppia identità di un uomo dall'oscuro passato.
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A HISTORY OF VIOLENCE (USA, 2005) diretto da DAVID CRONENBERG. Interpretato da VIGGO MORTENSEN, MARIA BELLO, ED HARRIS, WILLIAM HURT, HEIDI HAYES, ASHTON HOLMES, PETER MACNEILL, STEPHEN MCHATTIE, GREG BYRK, KYLE SCHMID
Tom Stall è un tranquillo e pacifico ristoratore del Midwest che gestisce una tavola calda insieme alla moglie, che gli ha dato due figli. La vita matrimoniale procede serena e l’affetto di tutti i suoi famigliari lo rende un uomo felice. Una notte due criminali tentano di rapinare il suo ristorante, ma Tom risolve la situazione uccidendoli per legittima difesa quando alzano le mani. Nella sua vita entrano i mass media, che lo dipingono all’unanimità come un eroe per la gloriosa azione di salvataggio compiuta.
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A HISTORY OF VIOLENCE (USA, 2005) diretto da DAVID CRONENBERG. Interpretato da VIGGO MORTENSEN, MARIA BELLO, ED HARRIS, WILLIAM HURT, HEIDI HAYES, ASHTON HOLMES, PETER MACNEILL, STEPHEN MCHATTIE, GREG BYRK, KYLE SCHMID
Tom Stall è un tranquillo e pacifico ristoratore del Midwest che gestisce una tavola calda insieme alla moglie, che gli ha dato due figli. La vita matrimoniale procede serena e l’affetto di tutti i suoi famigliari lo rende un uomo felice. Una notte due criminali tentano di rapinare il suo ristorante, ma Tom risolve la situazione uccidendoli per legittima difesa quando alzano le mani. Nella sua vita entrano i mass media, che lo dipingono all’unanimità come un eroe per la gloriosa azione di salvataggio compiuta. Gli echi del suo duplice omicidio arrivano però anche alle orecchie di due malavitosi: Carl Fogarty, vegliardo con un occhio di vetro, e Richie Cusack, gangster arricchito che lo ritiene suo fratello minore. Entrambi ritengono che Tom in realtà sia Joey Cusack, un assassino appositamente addestrato a sostenere combattimenti al limite delle possibilità umane col quale hanno un passato in comune. Tom fa di tutto per tenere lontano Fogarty dalla sua famiglia, in particolar modo da quando questi comincia ad insidiare sua moglie, ma la verità emerge a galla piuttosto velocemente: negli anni trascorsi, Tom ha effettivamente passato un periodo nel deserto prima del quale ha commesso una serie di uccisioni, e durante l’esilio forzato ha cercato disperatamente di cancellare il suo sanguinoso passato. Una volta tolto di mezzo Fogarty, a Tom/Joey non resta che affrontare il fratello maggiore, che ora vive a Philadelphia in una sfarzosa villa: anche ad egli l’insospettabile combattente/omicida riserverà un trattamento tutt’altro che tenero. È un esempio (meno classico di quanto potrebbe apparire) di film che comincia con una situazione idilliaca, con un’abbondanza di pace, linearità e semplicità, poi un evento inaspettato scombussola l’equilibrio e fa entrare in scena il fattore indispensabile della violenza, per poi precipitare l’intera vicenda in una spirale di terrore e inquietudine che genera morti necessarie (non ce n’è effettivamente una di troppo) e infine si conclude con la vittoria del protagonista che però non è certo se definirsi eroe o antieroe. Stilisticamente e narrativamente parlando, la storia è costruita alla perfezione: un’architettura di suspense e tensione drammatica che si concentra negli attimi di calma per poi esplodere a ripetizione in tre sequenze fondamentali (l’assalto nel ristorante, l’arrivo dei criminali alla fattoria degli Stall, la carneficina conclusiva nella villa di Richie), nessuna delle quali si compiace di esporre comportamenti irrispettosamente violenti per non perdere di vista l’obiettivo principale. Il quale consiste poi nella valutazione lucida e critica di un mondo che non può fare a meno del crimine perché esso è radicato nella natura umana e già di per sé è consapevole che verrà combattuto da varie forze, le quali non sempre si affiancheranno completamente o incondizionatamente dalla parte del Bene. Non si tratta di distinguere fra giusto o sbagliato. La questione verte intorno alla capacità di crearsi una duplice identità per poi verificare se si è verosimilmente in grado di distruggere tutta una vita allo scopo di abbracciare valori autentici e confidare nella sincerità di emozioni che scaturiscono dall’amore e da altri sentimenti positivi. Nel tracciare questo complesso quadro che da paradisiaco si trasforma inesorabilmente in infernale, Cronenberg è magistrale nel dirigere uno strepitoso apologo che non si contraddice mai e avvalora fra i suoi pregi una straordinaria schiettezza espressiva ed espositiva che va a braccetto con uno sguardo disincantato e trasversale che analizza i meccanismi della mente umana e dei rapporti sociali ponendo, non come giustificazione ma bensì come strumento assolutamente attivo, il bisogno di danneggiare il prossimo per assicurarsi una sopravvivenza più lunga possibile. Attori da applauso (fra i quali spicca un V. Mortensen che interpreta uno dei personaggi più mutevoli e amorali della sua carriera), laconica e sentenziosa sceneggiatura che non perde un colpo e stupendi contributi tecnici che arricchiscono di una perla preziosa questo capolavoro di insostituibile ambiguità, interrogativi categorici, mali occorrenti e affannose rincorse per inseguire un disperato ideale di limpidezza e trasparenza.
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peeping tom
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mercoledì 28 dicembre 2005
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i doppi ritornano
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Con grande finezza Cronenberg ripropone il tema del doppio.
"Inseparabili" ne è forse il prototipo.
"Spider" è il passaggio attraverso un brutto Mac Grath (che non si è fermato al suo primo buon romanzo) col quale non rinuncia a teorizzare pesantemente i canoni psichiatrici e psicoanalitici più obsoleti.
Già Crash era stato un tentativo non perfettamente riuscito di misurarsi con un capolavoro del grande Ballard...
Invece, A History of Violence è finalmente, e di nuovo, bel cinema. Luci verdastre e un po' dark, canoni pulp precostituiti, illusioni, ingenuità, falsi ideali, violenza che non sarà dispiaciuta neanche al grande Tarantino: tutto si propone in misura così calibrata e piacevole da far cogliere ogni sapore del film come armonico e mai eccessivo.
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Con grande finezza Cronenberg ripropone il tema del doppio.
"Inseparabili" ne è forse il prototipo.
"Spider" è il passaggio attraverso un brutto Mac Grath (che non si è fermato al suo primo buon romanzo) col quale non rinuncia a teorizzare pesantemente i canoni psichiatrici e psicoanalitici più obsoleti.
Già Crash era stato un tentativo non perfettamente riuscito di misurarsi con un capolavoro del grande Ballard...
Invece, A History of Violence è finalmente, e di nuovo, bel cinema. Luci verdastre e un po' dark, canoni pulp precostituiti, illusioni, ingenuità, falsi ideali, violenza che non sarà dispiaciuta neanche al grande Tarantino: tutto si propone in misura così calibrata e piacevole da far cogliere ogni sapore del film come armonico e mai eccessivo. E' un gioco di intelligenza alla Cronenberg che non ci fa dimenticare né Videodrome, né M Butterfly, ma ci fa divertire e ridere con piacere: come dire che ci si può divertire, a volte anche pensando... Il doppio che si insinua, e trapassa lo sforzo dell'adattamento, si ripropone a pari grado nel godimento innegabile del sesso. Per essere un fumetto pulp, non c'è male!
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angelo
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lunedì 6 febbraio 2006
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cronenberg non delude
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Prendo decisamente le distanze dalla recensione di Zappoli, che mi sembra infarcita di qualunquismo e superficialità. Secondo il critico "A history of violence" sarebbe un banale thriller con sprazzi di comicità involontaria... Guardare un film con tutti i sensi ottenebrati dai pregiudizi può condurre a simili risultati, perciò invito coloro che si apprestano ad assistere all'ultima opera del maestro canadese a liberarsi, dall'istante in cui entrano in sala, di tutti i filtri che possano impedire al film di arrivare dritto alle corde emotive. David Cronenberg non ha prodotto un thriller (almeno non nel senso classico del termine), ne' ha avuto bisogno di esplorare un genere per prenderne le distanze, per il semplice motivo che i film di Cronenberg appartengono tutti allo stesso inconfondibile genere: il suo! Stavolta Cronenberg ci parla delle radici della violenza, di come questa sia inevitabile, e del modo in cui la società sceglie di farla sua, di interiorizzarla pur continuando a disprezzarla in apparenza.
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Prendo decisamente le distanze dalla recensione di Zappoli, che mi sembra infarcita di qualunquismo e superficialità. Secondo il critico "A history of violence" sarebbe un banale thriller con sprazzi di comicità involontaria... Guardare un film con tutti i sensi ottenebrati dai pregiudizi può condurre a simili risultati, perciò invito coloro che si apprestano ad assistere all'ultima opera del maestro canadese a liberarsi, dall'istante in cui entrano in sala, di tutti i filtri che possano impedire al film di arrivare dritto alle corde emotive. David Cronenberg non ha prodotto un thriller (almeno non nel senso classico del termine), ne' ha avuto bisogno di esplorare un genere per prenderne le distanze, per il semplice motivo che i film di Cronenberg appartengono tutti allo stesso inconfondibile genere: il suo! Stavolta Cronenberg ci parla delle radici della violenza, di come questa sia inevitabile, e del modo in cui la società sceglie di farla sua, di interiorizzarla pur continuando a disprezzarla in apparenza. La scena finale è meravigliosa nella sua intensità, puro cinema al 100%: l'assenza di dialogo moltiplica il pathos fino a spingerlo a livelli insostenibili, coadiuvato da un montaggio sapiente nel generare l'attesa di una parola che non verrà mai. Cronenberg si fa beffe degli stereotipi del genere come del sogno americano, mettendo a nudo la consapevole cecità di chi rifiuta la verità sull'essenza dell'America: paese che nasce da un immane genocidio e porta nel suo DNA i germi della violenza più atavica, eppure non smette di diffondere/imporre nel mondo e tra i suoi cittadini modelli di democrazia e convivenza pacifica. Se "The corporation" ci ha dimostrato come le grandi corporations siano persone (giuridiche) psicopatiche, Cronenberg ci insegna che anche un'intera nazione può essere affetta da schizofrenia.
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