Big Fish - Le storie di una vita incredibile

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Un film di Tim Burton. Con Ewan McGregor, Albert Finney, Billy Crudup, Jessica Lange, Alison Lohman.
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Titolo originale Big fish. Fiabesco, Ratings: Kids+16, durata 110 min. - USA 2003. MYMONETRO Big Fish - Le storie di una vita incredibile * * * - - valutazione media: 3,38 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il film più bello di Tim Burton? Valutazione 4 stelle su cinque

di THEOPHILUS


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giovedì 20 marzo 2014

BIG FISH
 
 
La vita come arte, il tendere all’autorealizzazione attraverso un’esistenza reinventata; la sfida all’essere per trarne quanto ha di più bello, per stanarlo. La ricerca della via più difficile e pericolosa per non sfuggirgli, non rifiutarlo, ma aprirsi ad esso, sfidarlo per esserne baciato. Tutto diventa così più bello. Tutto cresce. Cresce il personaggio dentro al mondo e insieme al mondo. Questo ci è parso il generale quadro filosofico di Big fish, entro cui la vita non scorre mai monotona: è un lasciarsi vivere, non nel senso di vegetare all’interno di una vuota quotidianità, ma in quello di seguire le proprie inclinazioni e pulsioni, di permettere alla vita di sgorgare liberamente senza la paura del vivere. Una storia fantastica: Peter Pan ripensato e, in parte, compiuto; l’isola che non c’è forse veramente trovata. Ancora, prospettive rovesciate sulla vita e sulla morte.
Edward Bloom passa la sua esistenza a raccontare storie: a poco a poco diventa le cose che effettivamente racconta, è le sue storie. I personaggi che incontra, i fatti che gli accadono Bloom li vede con gli occhi della sua mente: ma non è un mitomane o un millantatore, né si può dire che si inventi una sua realtà; semmai la vede più grande, come una grossa iperbole. Il gigante dei suoi racconti, smisuratamente alto, nella realtà è comunque altissimo; le gemelle siamesi da lui trovate in Cina esistono, anche se sono divise; la città di Spectre è la proiezione fantastica di un Paradiso terrestre abitato da personaggi reali che la sua mente colloca là, in un posto cioè in cui non divengono, ma continuano ad essere, con l’unica eccezione di una bambina che s’innamora di lui, lo aspetta una seconda volta dopo che Edward decide inopinatamente di andarsene, ma lo rivedrà troppo tardi al suo ritorno, perché avrà già sposato un altro. Queste finestre aperte su un mondo distonico, alterato da una fantasia febbrile, potrebbero essere gli sguardi dapprima di un bambino che ha visto dentro un prisma l’evoluzione di una vita poi vissuta da adulto, il quale serba nel cuore e negli occhi quelle immagini. La bambina di Spectre fa parte di una favola che si svolge prospetticamente nel futuro e che quindi viene da un passato, un tempo immaginario che Edward Bloom o la bambina stessa, sembrano percorrere alla rovescia, dal mito alla realtà. Lei è la strega alla cui porta lui busserà bambino per carpire i segreti della propria vita fantastica, che tale sarà perché lui oserà vedere la propria morte. Lei è ancora la bambina che lui incontrerà adulto a Spectre e che rivedrà, lei cresciuta, lui immutato, al suo ritorno. Il grosso pesce, la bestia che egli tenta di prendere usando come esca un anello, non è altri che lui stesso: è il ricongiungimento con il mistero delle sue origini, ma è anche la metafora del suo incontro con l’unica donna della sua vita, la bambina che  Edward,  al primo sguardo, ha già stabilito che sarà sua moglie (perché ha visto la scena  nel prisma o per un colpo di fulmine?)  e che per alcuni anni non vedrà più, avendola smarrita fra la folla.
Bello il rapporto che, alla fine, il nostro riesce a realizzare col figlio (Billy Cudrup), riuscendo a vincerne lo scetticismo, a scioglierne la scorza, a fare udire la sorda e amara sua lucidità: al momento della morte del padre, il figlio sa entrare nel suo mondo e sa svelargliene gli ultimi misteri. Magnetico il contatto con la nuora, che ama sentire quell’affabulatore con la stessa magica attenzione di un bambino che ascolti avidamente qualcuno raccontargli le fiabe: Edward Bloom ha il potere di fare sentire bambini gli adulti che restano rapiti in silenzio alle sue parole. Toccante il sentimento che lo lega alla moglie, che lo accompagna come contrappunto delizioso della sua vita. Lui invecchia insieme a lei - protagonista ma anche spettatrice e ascoltatrice delle sue narrazioni - e al figlio, che le sue storie le ha sempre solo sentite narrare, senza capirle né amarle. La bambina, donna, strega è il motore di tutta quella girandola fantastica e muterà a modo suo. Tutti gli altri personaggi non invecchiano, perché sono appunto i suoi personaggi, che lui li abbia dapprima avuti in sogno, visti nell’occhio della strega o attraverso il caleidoscopio: vengono, come abbiamo già visto, solo deformati dalla sua fervida, infantile fantasia.
Big fish è un racconto bagnato nella magia. Il reale e il surreale si sfiorano continuamente: un travaso fra vasi comunicanti in cui il ricordo e il mito si alimentano a formare la figura di Edward Bloom, venuto chissà da dove, chissà da chi. Vediamo solo che esplode, al momento della nascita, come un tappo di bottiglia di spumante e che sguscia via come un’anguilla dalle mani di coloro che vorrebbero afferrarlo, mentre fugge scivolando lungo il corridoio dell’ospedale. In uno dei racconti che Edward fa alla nuora, viene alla luce un’ascendenza imprevista, illegittima: il lattaio che muore sulla soglia della porta della sua casa – poco tempo dopo che Edward Bloom ha avuto in sogno l’annuncio della prossima morte del genitore – è, in effetti, suo padre: le cose non sono quelle che sembrano, parrebbe così volerci dire il regista; un ammonimento a sapere ben guardare, una giustificazione e la chiave di lettura del film. 
Di tutta la vita del padre si appropria il figlio, che, alla fine, riesce a vedere la morte di lui, gliela fa compiere, compie il viaggio finale con lui, con tutti i personaggi della sua vita che gli sorridono e fanno ala al suo passaggio, fino a condurlo al funerale del fiume, che poi diventa uno sposalizio dell’acqua, una metamorfosi nella bestia, il big fish, il mito rigenerato, il sogno che si svela e si materializza. Solo questa conquista renderà possibile la partecipazione di tutti al funerale vero di Edward Bloom. La realtà ridimensiona il gigante, le gemelle, l’uomo del circo, gli abitanti di Spectre: tutti, però, esistono.
Racconto delicato e fantastico in cui la grandiosa ricostruzione e la potenza americana sono, una volta tanto, al servizio di una efficace immagine poetica e riescono a mettere saldamente nelle mani del regista Tim Burton la chiave di un equilibrio tra reale e surreale, fantastico e fantasioso, sentimentale e vitale, là dove, altri, meno dotati, avrebbero fatto, con ogni probabilità, un polpettone.
Una certezza, Ewan McGregor nella parte di Edward Bloom giovane; altrettanto si può dire di Albert Finney, che impersona in modo assai convincente il ruolo non facile dell’uomo che ha la comprensione, l’intuizione e l’amore del figlio al prezzo della propria morte. Suggestiva la strega di Helena Bonham Carter, mentre poco più di un’affascinante fata turchina la moglie impersonata da Jessica Lange. 
  
Enzo Vignoli,
18 marzo 2004.
 
 

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