Thirteen Days

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Un film di Roger Donaldson. Con Kevin Costner, Bruce Greenwood, Steven Culp, Dylan Baker, Henry Strozier.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 147 min. - USA 2000. MYMONETRO Thirteen Days * * 1/2 - - valutazione media: 2,80 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Un realistico ritratto della Guerra Fredda Valutazione 4 stelle su cinque

di andrejuve


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martedì 19 aprile 2016

“Thirteen days” è un film del 2000 diretto da Roger Donaldson. Kenny O’Donnell è l’assistente particolare del Presidente degli Sati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy. Il 15 ottobre 1962, in pieno periodo di guerra fredda, Kenny O’Donnell si reca come ogni giorno presso la casa bianca ma non è una giornata normale, in quanto il Presidente Kennedy riceve la sconcertante notizia dell’installazione da parte delle truppe sovietiche di missili nucleari nello Stato di Cuba. Questi missili puntano minacciosamente verso gli Stati Uniti che si sentono accerchiati e in grave pericolo. Kennedy, con l’aiuto del fratello Robert e dell’assistente O’Donnell, deve decidere come agire e quale alternativa scegliere tra un attacco diretto a distruggere i missili nucleari e ad occupare Cuba, Stato satellite dell’Unione Sovietica, o un tentativo di risoluzione diplomatica della questione attraverso un confronto con le più alte cariche sovietiche. Nel caso in cui si optasse per la prima soluzione il rischio di insorgenza di una terza guerra mondiale sarebbe più che concreto. Kennedy, assieme al suo staff, di collaboratori affronterà tredici giorni di grande tensione e pressione quasi insostenibile.
La pellicola incentra la sua attenzione sulla politica americana e, più in generale, sulla società statunitense. Gli Stati Uniti d’America sono sempre stati caratterizzati dalla volontà di esercitare il loro illimitato potere e di far valere con forza la loro supremazia assoluta. Per farlo spesso l’America ha dovuto ricorrere alla violenza, alla forza e alla repressione, incarnate frequentemente da azioni militari assurde, pilotate e illogiche. Quando risulta difficile imporsi spesso si ricorre alla soppressione di coloro che tentano di opporsi e di ribellarsi sostenendo i propri pensieri, le proprie opinioni e i rispettivi ideali. La guerra fredda ha messo in luce un conflitto “psicologico” tra due grandi potenze mondiali come l’America e la Russia le quali, spinte dal desiderio di prevalere l’una sull’altra, hanno compiuto azioni volte a creare un clima di terrore e di minaccia costante. A causa della volontà degli organi governativi di perseguire obiettivi e interessi legati al raggiungimento di una supremazia economica e militare, tutto il mondo è stato coinvolto all’interno di questo contrasto, costringendo varie nazioni ad allearsi ideologicamente con una delle due nazioni. In America, cosi come all’interno di ogni società, è predominante l’apparenza e si tende ad agire esclusivamente per acquisire il consenso dell’opinione pubblica e dei mass media, pronti come degli avvoltoi ad approfittare di qualsiasi passo falso e di ogni scelta che possa risultare erronea e impopolare. Il Governo americano ritiene che sia necessario fornire una dimostrazione della propria forza militare senza rivolgere minimamente il pensiero alle catastrofiche ed inquietanti conseguenze che potrebbe comportare un nuovo conflitto armato. L’ambizione e la superbia spesso prevalgono sulla razionalità, sull’umanità e sul buon senso. All’interno di questo preoccupante contesto gli unici a discostarsi sono Kenny O’Donnell, Bob Kennedy e soprattutto John Kennedy. Quest’ultimo ha incarnato, remando controcorrente, la diplomazia, l’intelligenza e il pacifismo, tre elementi spesso assenti all’interno della storia americana. Kennedy si rende conto degli errori commessi in passato, con particolare riferimento all’invasione della baia dei porci consistente nel tentativo di invadere Cuba, cercando di trarne un insegnamento. Il dialogo deve prevalere perché non è ammissibile pensare che qualsiasi atteggiamento o comportamento sia giustificabile mascherandosi dietro ad un nazionalismo e ad una difesa del proprio Paese che appaiono argomenti ipocriti, inconsistenti, privi di qualsiasi credibilità e fondamento. Questo Kennedy lo sa e, pur alimentando l’ostilità della maggior parte di coloro che lavorano assieme a lui, è convinto che la strada da intraprendere sia quella del confronto per comprendere le esigenze e le ragioni dell’altra nazione. Kennedy in questa situazione paradossale, terrificante e stressante dimostra la sua brillantezza, obiettività e razionalità affidandosi al fratello e soprattutto all’amico O’Donnell, cercando di comprendere quali possano essere le conseguenze delle azioni che potranno essere compiute e valutando quale sia la soluzione meno pregiudizievole e compromettente non solo per il proprio paese, ma per il mondo intero. Il regista riesce a raccontare questo avvenimento storico mettendo in luce l’assurdità di questo contrasto e criticando una linea politica come quella americana, all’interno della quale prevalgono gli interessi personali, la ricerca del consenso popolare, l’egoismo e il mancato perseguimento del benessere collettivo a fronte dell’autoritarietà, della becera crudeltà e dell’ignoranza. Spesso la società rispecchia coloro che la governano. Kennedy rappresenta un’eccezione rispetto a questa triste e cinica realtà, e fornisce un barlume di speranza per un mondo che in futuro possa eliminare qualsiasi tipo di odio che spesso genera delle conseguenze terribili e inarrestabili. Un bel film che vede in Kevin Costner, nei panni di Kenny O’Donnell, in Steven Culp, in quelli di Robert Kennedy, e a mio avviso soprattutto in Bruce Greenwood, nella parte del Presidente John Kennedy, tre ottimi interpreti. Un film da vedere perché fa riflettere lo spettatore e non cade in facili retoriche, additando e criticando tutte le parti in causa con grande obiettività, senza esaltazioni o glorificazioni.

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