Magnolia

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Irene Bignardi

La Repubblica

Tutto quello che avete letto o sentito in positivo o in negativo su Magnolia - Orso d'oro a Berlino, candidato a tre Oscar, grande successo americano - è vero. Che è un film barocco, lungo, ridondante. Che fa un uso violento della musica. Che è una specie di soap opera pantografata, dilatata, portata a dimensioni bibliche. Che si parla troppo, nelle sue storie intrecciate, di cancro e di televisione. Che subisce, a un'ora dalla fine, una brusca incrinatura e per un attimo sembra non saper più dove andare. Ed è vero, anche e di più, che è girato con grandissimo mestiere, che è interpretato da una squadra di attori tutti bravissimi - basti dire che perfino Tom Cruise è davvero notevole -, che è profondamente emozionante, spesso perfino divertente, a tratti sconvolgente, perché rivela una profonda pietà umana e va a scavare senza pudore nelle paure e nelle angosce del vivere contemporaneo. Ed è vero anche che nel calcolo algebrico tra le sue moltissime qualità e i suoi molti difetti vincono le prime, e che dallo scontro tra i suoi elementi positivi e negativi esce un tessuto di idee, di sentimenti, di stati d'animo, di invenzioni come raramente si incontra nel cinema americano di questi tempi. E se Magnolia non è un film perfetto, se la complessa struttura intrecciata di questa colossale commedia umana ogni tanto fa acqua e ha bisogno di qualche gruccia e di qualche didascalia, bisogna riconoscere comunque a Paul Thomas Anderson, il trentenne regista di Boogie Nights, che lo ha scritto e diretto benissimo e lo ha intessuto di qualche confusione, il diritto a un posto tra i grandi del cinema contemporaneo. Secondo il modello altmaniano di Nashville e di America oggi,anche Magnolia - il titolo non viene dal fiore, come farebbe pensare il brutto manifesto, ma dal nome di una strada della San Fernando Valley attorno a cui si incrociano e si sfiorano i personaggi del film - è una sorta di Ronde californiana, che intreccia nove storie, colte in una qualsiasi giornata destinata a finire in una catastrofe di violenza e originalità biblica: certo molto strana (piovono rane, a migliaia, a milioni), ma non così strana rispetto al mondo crudele e assurdo su cui piovono. E non è meno strano che a due terzi del film le storie si fermino per un attimo e tutti i personaggi (intonino, uno dopo l'altro, la stessa canzone, It's not going to stop, non si fermerà: e si parla della difficoltà del vivere. Magnolia è un grande melodramma in cinema, e l'uso che Anderson fa della musica - sovrapponendola ai dialoghi, ripetendola insistentemente come un basso continuo, facendola irrompere nelle conversazioni come un terzo interlocutore - può risultare affascinante o irritante in egual misura, ma non è certo mai banale o prevedibile. E anche se il registro generale del film ondeggia tra la tragedia e l'assurdo - preannunciato da un prologo esilarante e terribile che mette in campo le idee del regista circa la precisione del Caso -, anche se tocca brutalmente e senza mezzi termini il senso della nostra fragilità, Anderson ha sufficiente umanità, intelligenza e humour da non cedere mai al tono oracolare. Se non bastasse, sa come esaltare il lavoro degli attori - da Tom Cruise, che nasconde sotto la brutalità del macho una fragilità edipica, a Jason Robards, il padre che lo ha abbandonato, da Philip Seymour Hoffman, l'infermiere che accudisce quest'ultimo con straordinaria tenerezza, a Julienne Moore, che si ritaglia una scena memorabile, in cui ci possiamo riconoscere tutti, quando aggredisce verbalmente i due indifferenti farmacisti che tardano a darle le medicine necessarie al marito morente: questa è cognizione del dolore.
Da Repubblica (18 marzo 2000


di Irene Bignardi,

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