Via da Las Vegas

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Un film di Mike Figgis. Con Nicolas Cage, Julian Sands, Elisabeth Shue, Valeria Golino, Danny Huston.
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Titolo originale Leaving Las Vegas. Drammatico, durata 110 min. - USA 1995. MYMONETRO Via da Las Vegas * * * - - valutazione media: 3,36 su 25 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

Il nuovo film di Mike Figgis arriva provvidenziale a cancellare dalla filmografia di un cineasta di qualità la parentesi sfortunata di Mr Jones e di The Browning Version. Ed è stato accolto trionfalmente: i critici di New York e di Los Angeles lo hanno eletto miglior film dell’anno, l’associazione nazionale della critica gli ha dato tre premi, ha trionfato ai Golden Globes, ed ha vinto l’Oscar per la miglior interpretazione maschile.
Con ottime ragioni. Via da Las Vegas, che è stato realizzato da Figgis con maggiore indipendenza, è intenso, forte, con uno stile visivo potente e singolare, due bravi attori, e una storia che non può non toccare in profondità quando per di più si scopre che John O’Brien, il giovane inglese autore del romanzo che lo ha ispirato, ha raccontato una tragica storia autobiografica, diversa dal film solo nel finale.
Nel maggio del 1993 O’Brien, che da tempo faceva il possibile per distruggersi con l’alcol, firmò con Mike Figgis il contratto con cui gli cedeva i diritti cinematografici del romanzo, e due settimane dopo si uccideva, a trentaquattro anni, lasciando alle spalle due romanzi inediti e uno incompiuto.
Eppure c’è in Via da Las Vegas qualcosa di meno e qualcosa di troppo rispetto ad Affari sporchi, il bel noir che ha consolidato la fama del britannico Mike Figgis in America.
C’è, in meno, la durezza. Non sembri paradossale dirlo di un film in cui un “drop-out” alcolizzato si uccide non tanto lentamente con l’alcol; in cui la sua morosa, che fa la prostituta per necessità e senza molto divertirsi, ha un ex protettore sadico e viene violentata in maniera impietosa; e in cui la città di Las Vegas, che sembra essere il luogo dove l’America di fine secolo riesamina se stessa - da Casinò a Showgirls siamo sempre qui - non è propriamente idilliaca (le cronache aggiungono che, per mancanza di soldi, Los Angeles ha simulato per buona parte del film il ruolo di Las Vegas).
E manca la durezza perché nel film i due personaggi scivolano lungo il piano inclinato del loro disastro personale, volendosi bene ma non provando mai a proteggere l’altro dalle sue debolezze o dal suo destino, senza che ci sia uno sviluppo drammatico maggiore di quello annunciato fin dall’inizio: come un basso continuo senza variazioni in una tonalità cupa che preannuncia drammi.
Anche se questo non significa che, nella sua lenta discesa verso gli inferi, Nicolas Cage non abbia dei soprassalti di humour (dopo tutto è o era uno scrittore...) e lo spettatore dei momenti di divertimento, che si ripeteranno anche vedendo la puttana senza vocazione Elisabeth Shue inventare una tecnica interessante per resuscitare il sopito eros del suo innamorato alcolista: si tratta sempre di scotch, ma colato sul corpo.
Di troppo c’è invece, altrettanto paradossalmente, lo stile, che porta a compimento il progetto di assoluta autorialità iniziato da Figgis fin dai tempi di Stormy Monday (Figgis ha scritto la sceneggiatura e la musica del film, suona la tromba e le tastiere, e compare anche in un piccolo ruolo): con il risultato che la storia esce sopraffatta dal bellissimo impasto della fotografia (a 16 millimetri, gonfiata a 35 con risultati sorprendenti), della musica (onnipresente), delle interpretazioni (istrionicamente controllata quella di Nicolas Cage, a cui io preferisco la semplicità e la tenerezza di Elisabeth Shue, e tutti e due candidati all’Oscar): insomma, una confezione di alta classe per un aneddoto che risulta troppo fragile.
E si può anche dire che nella gara per gli Oscar (in cui era stato candidato anche per il miglior film) Via da Las Vegas è collocato all’estremo opposto rispetto a Il postino di Radford: il massimo della forma per un sentimento che la forma non riesce a far uscire, contro il trionfo del sentimento nella semplicità assoluta della cornice.
Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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