L'ultima eclissi

Un film di Taylor Hackford. Con Kathy Bates, Jennifer Jason Leigh, Judy Parfitt, Christopher Plummer, David Strathairn.
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Titolo originale Dolores Claiborne. Thriller, durata 130 min. - USA 1995. - Sony Pictures Italia uscita venerdì 1 settembre 1995. MYMONETRO L'ultima eclissi * * * - - valutazione media: 3,47 su 29 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Una donna d'onore perseguitata dal maschilismo. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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martedì 31 marzo 2020

L'ULTIMA ECLISSI (USA, 1995) di TAYLOR HACKFORD. Interpretato da KATHY BATES, JENNIFER JASON LEIGH, CHRISTOPHER PLUMMER, DAVID STRATHAIRN, JUDY PARFITT, JOHN C. REILLY Negli anni ’90, in una cittadina lacustre del Maine, la ricca tenutaria Vera Donovan muore di morte violenta. La polizia, impersonata dall’irriducibile capitano John Mackey, ha immediatamente dei sospetti su Dolores Claiborne, governante tuttofare di Vera. Riemergono a questo punto sospetti sulla sua colpevolezza anche in merito alla morte del consorte violento e alcolizzato che lei odiava. L’uomo, infatti, la maltrattava ogniqualvolta era in preda ad ubriachezza molesta, riversava attenzioni incestuose verso la loro figlia Selena e spendeva per il bere tutti i risparmi accumulati sul conto corrente bancario da Dolores per il futuro di Selena. Oggi costei vive a New York e fa la giornalista; come la madre, è fortemente inacidita e incattivita nei confronti del mondo, ma in più assume in dosi preoccupanti pillole antidepressive, fumo e alcol. Mackey, coadiuvato dall’agente Frank Stamshaw, dà tre giorni di tempo all’ex domestica per trovarsi un legale che la difenda nell’inchiesta che sta per aprirsi sul caso Donovan, forte di una schiacciante testimonianza oculare del presunto delitto. È l’occasione per le due donne di stare qualche giorno assieme e riscoprire quell’affetto che sembrava andato irrimediabilmente perduto: nonostante la caparbietà della figlia a non ascoltare la madre che cerca con tutti i mezzi di dimostrarle la propria innocenza e riportarle alla mente i ricordi di un passato infelice col padre sadico approfittatore, alla fine Selena, ascoltato un nastro dove Dolores le spiega come sono andate in realtà le cose, a costo di svelare d’aver raccontato una menzogna, all’udienza privata che si tiene con lo scopo (per John Mackey) d’incriminare colei che non lo fu all’epoca dell’omicidio di suo marito, prende alla cieca le difese di Dolores togliendo ogni dubbio sulla sua posizione di coscienza pulita. Infatti, in nessuno dei due casi si trattò di assassinio: il marito morì precipitando in un pozzo mentre la inseguiva sbronzo, mentre Vera Donovan si suicidò per non dover sopportare ciò che definiva «il tanfo della vecchiaia». Entrambe possono dunque lasciarsi alle spalle l’accaduto e tornare alla propria vita con la promessa di vedersi più spesso, tanto più che Dolores ha ereditato per testamento dalla sua datrice di lavoro defunta una notevolissima somma. La materia originaria di Stephen King era un romanzo narrato come una cronaca degli avvenimenti attraverso il resoconto accigliato e colorito della stessa protagonista, che conversa con l’ispettore e il suo aiutante rivelando passo per passo l’evoluzione dei fatti per cui viene incriminata. Non capita spesso che la trasposizione cinematografica di un’opera del re del brivido risulti asciugata e di più facile immedesimazione rispetto alla pagina scritta: questo non toglie il merito all’ottimo romanzo, eppure questo thriller riesce a imporre un accento più marcato sul rapporto madre-figlia. Ne esce un film in chiave femminista che, al di là del suo corso narrativo i cui colpi di scena sono in verità qualcosa di molto più sorprendente, si fa ben apprezzare per come approfondisce la personalità dopotutto non complessa, piuttosto richiamante a un ideale di speranza e altruismo, del personaggio principale. L’eroina di questo racconto rivendica per la figlia un affetto con cui vuole sottrarla ad un ambiente soffocante per la suscettibilità di un padre troppo egoista e cattivo affinché trovi la sua strada in un contesto migliore. L’opportunità che hanno ambedue di rivisitare il proprio passato e riconsiderare le loro decisioni si tramuta in una forma di solidarietà femminile che avversa lo sterile virilismo fondato sulla prepotenza domestica e anche co-incarnato da una legge ottusa (il capitano testardo e autoritario di C. Plummer) oltre ogni possibile chiarimento delle reali intenzioni di un individuo. Denso di una scrittura azzeccata per secchezza, arguzia e coinvolgimento, fa dimenticare le saltuarie convenzioni e semplificazioni della sceneggiatura per concentrare l’attenzione del pubblico sulla sua struttura, costituita dal doppio binario passato/presente che gioca prima di tutto su una splendida fotografia che alterna i colori in base al tempo vigente della narrazione. A contribuire all’alta resa è pure l’aspetto scenografico, che mostra un luogo umido e nebbioso per il presente accostandolo a un passato più o meno remoto dove è la luce di tinte vivaci a signoreggiare. Non ultimo il discorso dell’amicizia che lega la padrona alla sua serva: nonostante gli iniziali metodi dispotici della prima, quando la seconda le scoppia a piangere davanti, si instaura un dialogo di reciproca fiducia che le vede unirsi, senza tornaconti o interessi compromettenti, contro la violenza maschile. Personaggi descritti con una psicologia perspicace, fra cui spiccano una portentosa K. Bates dal posato cipiglio e la Jason Leigh, oscurata dalla malagrazia che la tormenta ma non priva del riscatto in extremis. Accoppiata in un terzetto ammirevole con la scansione drammatica a due livelli e le tonalità cromatiche che funzionano nel modo sopracitato, la suggestiva ambientazione nel Maine fa il resto. Il migliore film di un regista impersonale.

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