Il pasto nudo

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Un film di David Cronenberg. Con Ian Holm, Monique Mercure, Judy Davis, Peter Weller, Julian Sands.
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Titolo originale Naked Lunch. Fantasy, durata 115 min. - USA, Canada, Giappone 1991. MYMONETRO Il pasto nudo * * * - - valutazione media: 3,48 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

Immaginiamo un qualsiasi ammiratore del cinema di David Cronenberg che ignori chi sia William Burroughs, non abbia mai letto quel libro di culto che è stato per la beat generation Il pasto nudo, e non sappia nulla di chi si aggirava negli anni cinquanta dalle parti di Tangeri. Immaginiamo questo spettatore - che va pazzo per gli effetti speciali di La mosca, per l’immediata morbosità di Inseparabili, ma soprattutto per la violenza visionaria di Scanners e Videodrome - di fronte al film che da li pasto nudo ha tratto il suo regista. Come reagirà di fronte alla raffinata e sofisticata messa in scena di un lungo suicidio con le droghe e al successivo tentativo di disintossicazione, alle allusioni letterarie, all’intreccio tra il romanzo e la vita (di William Burroughs profeta della droga), con tutta la folla di comprimari e di riferimenti che porta con sé?.
La risposta è semplice. Non benissimo. In America, grande successo di stima, incassi così così. A Man with a Bug Problem, titolava il suo pezzo David Ansen, critico di “Newsweek”, all’uscita americana del film. Un modo colloquiale per dire: “Un uomo con un problema di funzionamento’. Ma il gioco di parole nasce dai bugs, gli scarafaggi cui il protagonista del film Bill Lee, scrittore nuovayorkese in crisi creativa e in profonda intimità con le droghe, dà la caccia per temporaneo mestiere. C’è da dire che il nome Bill Lee è lo pseudonimo usato da Burroughs per pubblicare La scimmia sulla schiena e che l’episodio è vero: per otto mesi - il suo record di durata in un impiego -il giovane William, erede senza un penny dell’inventore della macchina da calcolo, sofisticato laureato di Harvard, scrittore, utilizzatore di qualsiasi droga immaginabile, omosessuale, misogino, si arrese a fare il disinfestatore.
Il “problema tecnico” cui allude David Ansen è dunque da una parte il complessivo funzionamento del film, che cresce su se stesso come una continua cupa fantasia infernale sui temi della dipendenza dalla droga, dell’incerta identità sessuale, della difficoltà a creare, senza percorrere un arco narrativo tradizionale e senza regalare allo spettatore di Cronenberg un momento di vera tensione e di suspende. Dall’altra, il problema riguarda proprio i bugs, i mugwumps di Burroughs, gli scarafaggioni giganti che parlano con voce umana attraverso lo sfintere anale e secernono liquidi di ambigua natura dagli altri orifizi, un miracolo degli effetti speciali, ma anch’essi insufficienti a soddisfare lo spettatore in cerca delle classiche emozioni à la Cronenberg.
Portando sullo schermo un testo ritenuto impossibile, per costi e per rischi - al progetto ha rinunciato a suo tempo anche Mick Jagger - Cronenberg ha fatto tuttavia la giusta scelta di mescolare in un cocktail psichedelico l’opera e la vita di Burroughs, anche se all’apparenza tutto si svolge nella testa di Bili Lee e lungo il tormentato processo creativo dei suoi libri Nel corso di uno dei suoi tanti viaggi nella droga Bili Lee gioca a Guglielmo Teli con la moglie Judy Davis più disperatamente fatta di lui e la manda all’altro mondo (come e accaduto veramente a Burroughs ma pare che quella volta si trattasse di alcol). Autoesiliato in quella che lui chiama Interzone - che nella vita di Burroughs era il Marocco dei transfughi internazionali dove scrisse Il pasto nudo e che nel film e un incubo prodotto dalle droghe, una Tangeri ricostruita in studio, claustrofobica e sordida - Bili si trova a fare i conti con una coppia ovviamente ricalcata sui Bowies, con personaggi riconoscibili come i suoi amici Ginsberg e Kerouac, con la propria crescente e mal accetta omosessualità. Soprattutto fa i conti con la fatica di scrivere. E se non fosse troppo ripetuta, la metamorfosi della macchina per scrivere che si trasforma di volta in volta in un insetto, in un orifizio, comunque in un buco divoratore, sono la metafora più (in)feiice del tormento creativo che si sia mai vista sullo schermo, e il simbolo di un film sofisticatamente repulsivo. Peter Weller presta a Burroughs la sua faccia chiusa e severa che molto assomiglia allo scrittore da giovane. Da vecchio lo abbiamo visto, impenitente, nel ruolo del prete tossicomane in Drugstore Cowboy. Judy Davis è la più meravigliosa attrice manierista del momento. E il produttore Jeremy Thomas ha portato a termine, con Il pasto nudo, il lavoro cominciato con Il tè nel deserto: tirando fuori di quella generazione bella e dannata il lato più oscuro e raccapricciante.
Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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