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Laputa, una (quasi) storia d'amore

Tra avventura e filosofia, il film che segna l'inizio dell'epopea dello Studio Ghibli.
di Emanuele Sacchi

In foto una scena del film Il castello nel cielo di Hayao Miyazaki.

giovedì 19 aprile 2012 - Approfondimenti

Coniugare concetto e spirito dell'avventura, riflessioni filosofiche e divertimento puro, adatto alle più diverse fasce di età. Un'esclusiva dei più elevati storytellers, un dono appartenuto nelle diverse epoche ai Dante Alighieri, agli Shakespeare, agli Stanley Kubrick, agli Steven Spielberg. E a Hayao Miyazaki; in Il castello nel cielo come forse in nessun altro dei suoi splendidi lungometraggi. Nel 1986, con l'uscita di Tenkū no shiro Laputa, ha inizio l'epopea artistica e produttiva dello Studio Ghibli, la creatura di Hayao Miyazaki e Isao Takahata destinata a cambiare il volto del cinema di animazione e non solo. Un avvio sontuoso, con un'opera intimamente cinematografica, in cui la capacità di trasmettere gli spazi e le tridimensionalità si eleva a nuove vette, come se una macchina da presa stesse effettivamente affrontando soggettive impossibili, attraversando le nuvole o circumnavigando una città nel cielo, portando lo spettatore laddove solo la dimensione onirica potrebbe condurlo. Con il volo, momento imprescindibile di liberazione per i personaggi miyazakiani, a fare da collante per le scoperte interiori ed esteriori che attenderà la coppia di protagonisti. Una coppia, appunto, a differenza della consueta ragazzina sola e in età critica: una regina inconsapevole, Sheeta, intimamente buona e ignara delle conseguenze delle proprie azioni, ma più che sicura dei sentimenti che prova per Pazu, come la saggia piratessa Dola coglie al volo. E Pazu, giovane minatore orfano e indomito sognatore, ossessionato dall'idea di provare – per amore paterno - l'esistenza di Laputa e attratto dalla dolce Sheeta, ancor prima di sapere che i suoi due desideri conducono nel medesimo punto. Pazu rappresenta, anche fisicamente, una sorta di riedizione di quel Conan con cui Miyazaki mosse i primi passi alla fine dei '70, un eroe atipico nel corpus del regista, che si presta a sequenze action come quella indimenticabile e splendidamente (spielberghianamente) girata, decantata da John "Pixar" Lasseter in persona, in cui sottrae Sheeta alle fiamme della devastazione robotica. Pazu e Sheeta si sfiorano, rotolano sui prati insieme, sembrano sempre sul punto di rendere più esplicito il loro sentimento, fermati solo dalla tenera età, saggiamente (e pudicamente) scelta dal sensei dell'animazione. Punto ideale di un necessario equilibrio anagrafico-narrativo, inevitabilmente compromesso dal pragmatismo americano, che nella versione doppiata in inglese de Il castello nel cielo invecchierà i due fino a renderli teenager, alterando furbescamente i loro dialoghi e affidando le voci a James Van Der Beek e Anna Paquin (notevole però Mark Hamill nei panni del villain Muska). Negli Stati Uniti Il castello nel cielo esce nell'anno 2003, un ritardo che rende l'idea sulla lentezza del mondo - per l'Italia occorrerà attendere fino al 2012 - nel recepire il genio di Hayao e sul clamoroso anticipo di quest'ultimo sul suo tempo.

Avventura e filosofia
Mescolanza di registri, si diceva, con doppie e triple chiavi di lettura per mantenere incontaminato l'entertainment ma gettare qua e là semi di riflessione sulla natura umana. Ne Il castello nel cielo Miyazaki si rifà, senza nasconderlo, a modelli importanti. A Jonathan Swift, in primis, colui che creò Laputa, benché su presupposti totalmente differenti. Dove Swift vedeva in Laputa il simbolo dell'allontanamento degli uomini di scienza dalle faccende terrene, persi nei loro calcoli e teorie e troppo lontani dalle umane faccende, Miyazaki reinterpreta la città nel cielo come simbolo della volontà di vigilare su/dominare la Terra, anziché di allontanarsi da essa. Laputa diviene il luogo in cui raccogliere pregi e difetti delle umane genti. Lo splendore di un'oasi nella natura, in cui il prodotto di una scienza estremamente sviluppata – i robot – si pone al servizio del bene comune e della tranquillità di un Eden moderno, e in cui – al contempo – la tecnologia supera i necessari limiti e si fa arma di distruzione di massa, come spiega una sintesi un po' semplicistica in cui il potere di Laputa, novella Morte Nera, viene evocato per spiegare i flagelli biblici di Sodoma e Gomorra o altre apocalissi della storia dell'uomo. Laputa è una cosa e il suo contrario, dipende dall'indole del suo Timoniere ed è qui che si gioca la partita del libero arbitrio. Se il manovratore, discendente della famiglia reale, opera per il male e persegue il potere Laputa si piega alla sua volontà e diventa un'arma inarrestabile. Qualcosa che ricorda molto da vicino la fatidica isola di Lost, altro non-luogo oggetto di riflessioni filosofiche, che a Il castello nel cielo deve più di uno spunto. Non solo Swift, quindi, ma anche Robert Louis Stevenson e la sua "Isola del tesoro", Jules Verne con la sua idea ottocentesca di scoperta dell'inesplorato e più di tutti Charles Dickens, influenza ricorrente per Miyazaki, con le sue storie di giovani in difficoltà, costretti a intraprendere la via più ardua per guadagnare la maturità e la propria emancipazione. Che qui passa dalle miniere di un ipotetico pseudo-Galles in un ipotetico pseudo-XIX secolo, figlio dell'impressione lasciata sul regista dallo sciopero dei minatori gallesi: "Ho ammirato quegli uomini, ho ammirato il modo in cui hanno combattuto per salvare il loro stile di vita, proprio come hanno fatto i minatori di carbone in Giappone. Molti della mia generazione vedono in quei minatori un simbolo, una stirpe morente di lottatori. Ora non ci sono più". La classe lavoratrice, così cara a Miyazaki: un altro retaggio del passato in via di estinzione insieme ai suoi sogni, come i robot-custodi di Laputa, i cui ingranaggi si sono inesorabilmente bloccati.

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