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Sono molte le pellicole sul mondo del gioco d’azzardo e ognuna tratta la questione della dipendenza, ma questa di Karel Reisz è forse quella che maggiormente si sbilancia nel concentrarsi su questa tematica, descrivendo i meccanismi psicologici che portano il giocatore a dinamiche autolesioniste e distruttive.
Reisz, regista impegnato e molto introspettivo, sceglie una chiave narrativa particolarmente amara e soprattutto priva di parti dedicate agli aspetti accattivanti e piacevoli del gioco d’azzardo, sicché è proprio in questo che il film si differenzia rispetto a opere come “Lo spaccone” di Rossen, che pur raccontando una storia straziante fatta prevalentemente di sconfitte, tradiscono comunque un certo amore per le tecniche del gioco, per le abilità dei professionisti e per gli ambienti carichi di fascino con i vari personaggi stravaganti, eccezionali e sopra le righe che li frequentano. Reisz, al contrario, tralascia completamente queste descrizioni, esplorando solo le perversioni mentali di questa dipendenza, che è una vera e propria malattia capace, al pari delle droghe o dell’alcool, di distruggere un individuo, altrimenti brillante e a cui non mancherebbe nulla per condurre un’esistenza felice. Dolorosissima anche la parte che riguarda il coinvolgimento di familiari, amici e amanti, tutti inermi e impossibilitati ad aiutare chi rimane vittima di questo terribile demone.
Bravissimo James Caan nella parte del giocatore compulsivo, protagonista della pellicola; si ricordano poi la bellissima Lauren Hutton, Paul Sorvino, l’ormai anziano Morris Carnovsky, Jacqueline Brookes e in delle parti minori Vic Tayback, e soprattutto Burt Young e James Woods entrambi ancora non famosi.
Ottima la sceneggiatura di James Toback.
Per Reisz, di origini cecoslovacche ma naturalizzato britannico, questa fu la prima pellicola girata negli Stati Uniti, segnando l’inizio del periodo americano del regista; come si evince da quest’opera, Reisz conservò quello stile innovativo e di rottura col cinema classico, che lo aveva imposto in Inghilterra negli anni ’50 e ’60 come uno degli autori di riferimento del così detto Free Cinema (movimento cinematografico britannico di forte contestazione del cinema convenzionale dell'epoca).
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