Fellini - Satyricon

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La notte è finita? Valutazione 5 stelle su cinque

di Paolo 67


Feedback: 9827 | altri commenti e recensioni di Paolo 67
martedì 13 dicembre 2011

All'inizio il film sembra operare un parallelismo tra antichità classica e attualità (per allora) hippy (Max Born, che interpreta Gitone, lo era realmente), nella società dopo il grande movimento del '68 (che non era poi una novità) ma, andando avanti, si percepisce la familiare sensazione di un'aria indefinibile secondo dati temporali, che sembra abitare da sempre nella nostra anima: è l'atemporalità della condizione umana, liberamente raffigurata in un cromatismo psichedelico molto indovinato per una operazione squisitamente onirica e visionaria. Una ricognizione nel profondo, in un passato inconoscibile che potrebbe essere anche un viaggio nel futuro su un altro pianeta, la Terra di duemila anni fa. Ogni tanto comparse ci guardano, in una ironica e insieme inquietante sottolineatura del carattere di reportage. Andando avanti come una allucinazione, il film racconta una civiltà più sognata che realmente esistita. I personaggi non hanno spessore, sono croste che affiorano dal tempo. L'estro visionario di Fellini si scatena nella sequenza della Suburra, una carrellata di tutti i tipi umani possibili fino a visioni che sembrano fantascientifiche. In una galleria straordinariamente ricca di facce, tra il magico e il laido (a volte cadaverico, a sottolineare la morte di una civiltà in fase di decomposizione), ci sembra di essere in una "dolce vita" ante-litteram. Il sogno (a volte incubo) prosegue in una specie di babelico delirio. All'ambiguità di alcune sequenze fa eco la quiete e la luce solare di altre, dalle incursioni nell'assurdo e nell'orrido si passa a improvvise oasi incantate. Nel meticciato della civiltà romana il gusto antico pagano è rappresentato dall'ammirazione del bello anche nelle forme maschili, mentre Fellini continua a non odiare e a rispettare tutti i personaggi. L'umanità, che ha smarrito i valori, si dedica al carpe diem, cercando di esorcizzare la morte. Il film rende anche il senso del tempo che passa, la vita non è che un'ombra: intanto la coscienza, al cospetto della tragedia, si ispessisce. Si sente il bisogno di una rigenerazione. Ma quello che sarà non si conosce. Intanto Encolpio, il vitellone sopravvissuto (che ha tratto nuova forza dalla madre terra, simboleggiata dalla maga Enotea), parte per un viaggio verso non si sa dove. Fellini era partito dall'idea di descrivere la vita degli antichi romani come quella delle trote, cercando di non farsi condizionare dall'ottica morale cristiana e cattolica, ma forse non era possibile. Eumolpo il poeta (bellissima la luminosa scena della pinacoteca, uno degli squarci retorici del film e del libro) e Encolpio sono i due volti di Petronio, di cui Fellini ha seguito la variazione di toni (così come la frammentarietà del film rispecchia quella del libro). Lavorando con gioia, nel gusto di fabbricare un bell'oggetto di alto artigianato su misura delle richieste del marketing, Fellini supera la sua crisi espressiva (rappresentata autobiograficamente dalla impotenza guarita di Encolpio) realizzando un panorama unico, una composizione straordinariamente ricca di colori e sapori e molto curata nei dialoghi e nelle musiche (dal folklore orientale e africano fino alla dodecafonia -tra i titoli originali: "Canto per l'impiccagione di un ministro"). Un esempio di cinema pittorico e di grande lavoro di ricerca sull'immagine. Un Fellini complesso e completo, che si interroga sul senso della vita terrena, non nasconde un'amarezza e uno sconforto, ma mantiene aperta la speranza.

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