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Il cinema in movimento

L'Italia del Gattopardo.
di Roy Menarini

In foto Alain Delon e Claudia Cardinale, protagonisti de Il Gattopardo.

domenica 27 ottobre 2013 - Focus

A che cosa serve un restauro? Nell'epoca del digitale, dove potremmo convincerci di avere praticamente tutti i film a nostra disposizione, perché recarsi in sala a vedere un film conservato e riproposto secondo criteri di accuratezza storica? Scavalcando d'un balzo l'abusato tema della pellicola contro il digitale, o dell'originale contro la copia, o ancora dell'esperienza in sala contro quella casalinga, si dovrebbe - almeno per il cinema italiano - inforcare altri occhiali.
Facciamo un esempio concreto, di questi giorni. Se c'è un film per il quale la differenza tra una copia consumata e una nuova di zecca ha un valore plateale, ebbene questo è Il Gattopardo di Luchino Visconti, uscito giusto 50 anni fa, e pronto a tornare nelle sale italiane da lunedì 28 ottobre nella versione restaurata da Titanus, Cineteca di Bologna e dal suo laboratorio L'Immagine Ritrovata.
Spendere altre parole su uno dei veri e propri kolossal che il cinema italiano produsse in un'epoca che ci sembra oggi nemmeno concepibile, sarebbe ingenuo. Verrebbe anzi voglia di elencare, come la lista della spesa, le eccellenze al lavoro nel Gattopardo, dal grande regista milanese agli attori tutti scintillanti (Lancaster, Delon, Cardinale, e anche il povero Giuliano Gemma in un ruolo secondario), dalla scuola sartoriale dei costumi di Piero Tosi alla fotografia luminescente di Giuseppe Rotunno, dal collage musicale di Nino Rota alla scenografia citazionista di Mario Garbuglia, senza dimenticare il cesello di trasposizione sceneggiatoriale realizzato da un "dream team" della scrittura per lo schermo formato - oltre che da Visconti - da Suso Cecchi d'Amico, Enrico Medioli, Franciosa e Campanile. È vero che nel cinema la somma degli addendi, anche quando sono indiscussi, non sempre equivale a produrre risultati eclatanti, anzi. In questo caso, però, Il gattopardo fatica ad essere ridimensionato nella sua grandeur estetica, persino dai revisionisti più accaniti.
Ebbene, l'elenco poc'anzi ricordato, potrebbe aiutarci a ricalibrare il discorso. Il cinema di quegli anni, e un film come Il gattopardo in particolare, va considerato come un esempio di ricchezza industriale dove artigianato e professionalità espressive si sono mescolati alla perfezione. Insomma, il film di Visconti è ancor prima che un capolavoro della storia del cinema nazionale, un esempio di Made in Italy anni Sessanta, che all'estero conoscono meglio che da noi, insieme alla moda, al design, alle automobili, e all'arte dell'epoca. Ecco perché, in qualche modo, il concetto stesso di restaurare il cinema italiano scavalca d'un sol balzo le questioni interne alla cultura cinematografica e interpreta invece il tema della conservazione e della riproposizione dei nostri tesori professionali e artigianali. E, tornando al quesito iniziale, rivedere in sala Il gattopardo, a suo agio anche con tecnologie digitali per i quali non era stato pensato, obbedisce a due scopi: ridare vita a un prodotto nazionale che continua ad essere fruibile, come un oggetto d'epoca; e ricordarci di che cosa era capace l'industria della creatività italiana, che oggi sembra in balia delle svendite al miglior offerente.

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