Totò, Peppino e... la malafemmina

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Un film di Camillo Mastrocinque. Con Totò, Peppino De Filippo, Dorian Gray, Teddy Reno, Vittoria Crispo.
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Comico, b/n durata 118 min. - Italia 1956. MYMONETRO Totò, Peppino e... la malafemmina * * * 1/2 - valutazione media: 3,69 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Protagonisti brillanti al servizio della comicità. Valutazione 4 stelle su cinque

di GreatSteven


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lunedì 13 agosto 2018

TOTò, PEPPINO… E LA MALAFEMMINA (IT, 1956) di CAMILLO MASTROCINQUE. Interpretato da TOTò, PEPPINO DE FILIPPO, DORIAN GRAY, TEDDY RENO, VITTORIA CRISPO, MARIO CASTELLANI, NINO MANFREDI, LUISA CIAMPI, EDOARDO TONIOLO, LINA SINI
Antonio Caponi e suo fratello minore Peppino sono due agiati agricoltori che amministrano un podere nel napoletano in cui vive anche la loro sorella Lucia, il cui figlio Gianni, studente di medicina, frequenta l’università a Napoli ed è in procinto di laurearsi. I due uomini han spesso screzi con Mezzacapa, il possidente confinante, la cui finestra è costantemente mira delle loro sassate quando vi passano accanto col biroccio, col risultato che si beccano con puntualità insulti e talvolta anche fucilate. Quando una lettera arriva a casa Caponi e i tre fratelli scoprono che Gianni, anziché studiare, stando a quanto la missiva riporta, se la gode con una soubrette della rivista La caravella delle donne perdute a nome Marisa Florian, decidono di partire per Napoli per rimettere il giovane parente sulla retta via, fintantoché Mezzacapa, cui Antonio e Peppino hanno sfondato per errore un muro nuovo col trattore appena acquistato e devono pertanto ripagarglielo a rate, non li avverte che Gianni è fuggito a Milano per seguire la tournée della rivista di vaudeville di cui Marisa è la ballerina di punta. Antonio, Peppino e Lucia prendono un treno per il capoluogo lombardo, armati delle informazioni che su di esso ha loro fornito Mezzacapa e di una cassetta contenente una lettera scritta dai due agricoltori più una somma in denaro da fornire a Marisa per convincerla a lasciar perdere il nipote e permettergli di continuare a studiare, ma trovano una realtà completamente diversa da quella che avevano immaginato. Gianni è sì scappato a Milano per inseguire il suo sogno d’amore, ma non ha desistito negli studi, come promesso a Marisa che nel frattempo ha ricevuto la proposta di un tour in Sudamerica. Scambiando Peppino e Antonio per i due impresari sudamericani venuti in Italia, le colleghe di Marisa li fanno ubriacare al più lussuoso ristorante meneghino, ma frattanto Marisa legge la lettera scrittale dai due fratelli e capisce in quale equivoco sia caduta, pertanto decide che non vuole più rivedere Gianni. Lo studente riceve un messaggio da parte della morosa e, entrando nel ristorante in cui si trovano sia i due zii sia Marisa, imbraccia una chitarra e intona una canzone che persuade la soubrette a riallacciare la relazione e chiarisce finalmente le idee anche ai due imbranati agricoltori. Gianni e Marisa si sposano, col nullaosta della di lui madre, hanno due bambini, un maschio e una femmina, e al primo i prozii insegnano "le usanze del paesello". Il più famoso film della coppia Totò-Peppino è passato alla storia almeno per due sequenze, quella della dettatura della missiva piena zeppa di strafalcioni grammaticali e l’incontro col vigile in piazza del Duomo a Milano, scambiato per un gerarca austriaco e col quale Totò si esprime in un grammelot germano-iberico-francese, ma conta numerosi altri pezzi di bravura da non sottovalutare, fra cui la frustata immancabile nell’occhio a De Filippo quando Totò guida il calesse, il nascondiglio segreto del denaro che i due incamerano col lavoro (una mattonella azionabile dai due lati di un muro), i giochi verbali fra i due protagonisti partenopei in cui l’improvvisazione la fa da padrone pur senza disdegnare la costruzione solida di una sceneggiatura che non perde un colpo (ma, si sa, Totò era abituato a recitare a braccio e chiunque lavorasse con lui doveva adeguarsi a tale metodologia, per altro funzionante allo zenith) e il malinteso dei coperti al ristorante. Ma non sono da sottovalutare nemmeno le splendide canzoni in napoletano cantate da Teddy Reno (che, quando parla, è doppiato da Pino Locchi), fra cui appare anche la superba Malafemmena, composta dal principe Antonio De Curtis in persona. D. Gray sfiora quasi le parvenze di una dark lady, ma lo stereotipo del personaggio è solamente accostato ad una performance ben strutturata che le regala un figurone, mentre V. Crispo è una sorella dei due interpreti principali caparbia, pragmatica e ben ancorata ai valori sia morali che materiali dell’esistenza umana, e alla fine i suoi preconcetti non si rivelano mai errati come le sue previsioni non scadono mai nella banalità. Per il resto del repertorio maschile, si distinguono Castellani nelle vesti dell’iracondo ma benevolo Mezzacapa, proprietario terriero che non odia poi così tanto i vicini di casa, e un non ancora famoso N. Manfredi nei panni di Raffaele, l’amico di Gianni che possiede una sfarzosa villa cui il laureando è interessato per la sua recente conquista amorosa e che si ritrova sempre solo a guardarsi, com’egli stesso sostiene, nello specchio in mutande. Risate a non finire, umorismo mai volgare né scontato, punzecchiature sulle eterne rivalità mai troppo invelenite fra Nord e Sud, la regia di Mastrocinque che tira fuori il meglio dai contributi artistici e da quelli tecnici senza forzature bensì dispiegando una gradevole naturalezza e le musiche di Lelio Luttazzi e Pippo Barzizza che condiscono con allegria e spensieratezza una commedia d’altri tempi che ha ricevuto il giusto calore quando è uscita al botteghino, e che meriterebbe di far scuola a quelle odierne per come sa intrattenere per un’ora e quaranta minuti il pubblico con leggerezza, eleganza e maestria.

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