La morte corre sul fiume

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Un film di Charles Laughton. Con Robert Mitchum, Shelley Winters, Peter Graves, Lillian Gish, Evelyn Varden Titolo originale Night of the Hunter. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 90 min. - USA 1955. - Cineteca di Bologna uscita lunedý 7 novembre 2016. MYMONETRO La morte corre sul fiume * * * * - valutazione media: 4,39 su 27 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Le malevoli intenzioni di un predicatore a caccia. Valutazione 5 stelle su cinque

di Great Steven


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mercoledý 6 aprile 2016

LA MORTE CORRE SUL FIUME (USA, 1955) diretto da CHARLES LAUGHTON. Interpretato da ROBERT MITCHUM, SHELLEY WINTERS, LILLIAN GISH, EVELYN VARDEN, PETER GRAVES, JAMES GLEASON, DON BEDDOE, BILLY CHAPIN, SALLY JANE BRUCE, GLORIA CASTILLO
Harry Powell, assassino maniaco e psicopatico, si traveste da pastore protestante e gira gli Stati Uniti recitando la pantomima del predicatore generoso e di buon cuore, diventato pastore protestante, ma il suo modo di intendere la missione affidatagli dal Padreterno non va certo a braccetto con la carità e la misericordia. L’uomo, dal carattere feroce e irruento, è convinto che il suo compito consista più nel condannare le anime che nel salvarle, tant’è che alla croce preferisce un pratico coltellino svizzero, quale arma per mettere in pratica il verbo divino. Arrestato dalla polizia e incarcerato per l’omicidio della ballerina di un night-club, conosce dietro le sbarre il ladro Ben Harper, padre di due adorabili bambini, John e Pearl, il quale, prima dell’imprigionamento, aveva loro affidato la custodia di un tesoro (10.000 dollari), sulle cui tracce Powell si mette immediatamente, una volta uscito dalla galera. I due fratellini (più John che Pearl) sono fermamente intenzionati a non rivelare a chicchessia l’ubicazione del tesoro, ma quando Harry, per ottenerlo, ne sposa la madre Willa e poi la uccide, la situazione si fa molto complicata e pericolosa. I presupposti per imbastire un capolavoro inoppugnabile e travolgente oltre ogni dire, malgrado la rigidissima regolarità della struttura, ci sono stati tutti: sceneggiatura (James Agee), tratta dal romanzo The Night of the Hunter (Il terrore corre sul fiume, 1954) di David Grubb (1919-1980), di levatura impeccabile e ritmo alacre e incalzante; fotografia (Stanley Cortez) splendidamente a disposizione della mirabolante invenzione visiva della regia, debitrice verso l’espressionismo tedesco e il cinema scandinavo, con qualche eco riconducibile perfino a David Wark Griffith; magnifica partitura musicale composta da Walter Grauman e impreziosita da numerose canzoni e due inni religiosi tradizionali (Leaning on the Everlasting Arms e Bringing in the Sheaves); interpretazione stupefacente di R. Mitchum, qui nel ruolo più crudele e affascinante di tutta la sua carriera, magistralmente diretto da C. Laughton (1899-1962) alla sua prima e unica esperienza dietro alla macchina da presa. Il mistero che avvolge quest’opera, la cui grandezza dipende ed è alimentata dai molteplici binari espressivi su cui viaggia, ne fa un prodotto fruibile da più punti di vista, che si presta tanto a letture psicanalitiche quanto a percorsi induttivi che non forniscono, con tutta la buona volontà, risposte soddisfacenti alle innumerevoli domande che pone. Film di eccelsa complessità, popolato di mostri che sono anche vittime, di personaggi innocenti che ciononostante combattono col valore di eroi, di donne pronte al sacrificio ma che restano attaccate ad appigli sentimentali e morali comunque solidi, il tutto animato da un pessimismo cosmico che contrasta nettamente con l’impianto fiabesco che il film veicola soprattutto attraverso le figure, meno passive di quel che sembra, dei due fanciulli. Accanto ad un protagonista irripetibile e in forma smagliante, c’è una S. Winters più sbarazzina e vivace del solito, nelle vesti di una moglie campestre che continua a credere nella speranza di un ricongiungimento amoroso, il che la rende una preda facile e nella fattispecie ideale per il sadico predicatore che mira egoisticamente ad impinguare le proprie tasche e placare la sua diabolica sete di sangue (anche infantile). Spiega in modo alquanto significativo i motivi che spingono gli esseri umani a commettere delitti, in particolar modo chiamando in causa l’avidità (più assatanata e spietata che mai) e la xenofobia, intesa etimologicamente come paura del diverso e dell’altro. La durata contenuta è un ulteriore punto a suo favore: concentrare una storia di una tensione drammatica così elevata e ritmata non era impresa da poco, ma Laughton, coadiuvato da uno stuolo di contributi tecnici di primissima e innegabile qualità, è riuscito a far l’impossibile, regalando al pubblico (che all’uscita nelle sale non lo premiò adeguatamente) novanta minuti di incrollabile intensità e di superba potenza narrativa. Vedendolo più di una volta, emergono le sue qualità di racconto di formazione e la sua origine letteraria: è un’ulteriore dimostrazione che i libri adattati al cinema vengono migliorati una volta trasposti sul grande schermo e, grazie al fatto di dare corpo e voce a dei personaggi romanzeschi, le storie si abbelliscono e acquistano un valore che permette un loro più felice e benevolo apprezzamento. Un bianco e nero tipico degli anni 1950 di forza implacabile e un modo di narrare che si è ormai perso nei meandri del tempo, non solo cinematografico. L’esclusione dagli Oscar è senza ombra di dubbio un merito, e la mancanza di un qualunque riconoscimento ufficiale ne accentua il valore non solo agli occhi dei critici più attenti, ma anche a quelli di spettatori "comuni" che magari vogliono solo vedere rappresentate vicende che sappiano emozionare, commuovere, divertire o riflettere. O tutte e quattro le cose assieme. La qual cosa, in rari casi, avviene. E la rarità va sovente a braccetto con un ottimo balzo verso l’impegno e la ricompensa.

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