Totò cerca casa

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I primi passi di Monicelli Valutazione 3 stelle su cinque

di il Brandani


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mercoledì 27 aprile 2011

Il principe della risata in questo film si chiama Beniamino Lomacchio, un impiegato che perde la casa a causa dei bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale e si trasferisce momentaneamente con la famiglia in un’aula scolastica. Oltre a soffrire la fame il nostro deve fare i conti con degli imprevisti che lo porteranno a spostarsi altrove. Inizia così per il povero Lomacchio la faticosa ricerca di un luogo (non necessariamente sicuro e nemmeno confortevole) dove abitare.
La voglia di Monicelli di raccontare situazioni tragiche attraverso l’arma della comicità inizia a muovere i suoi primi passi: tra le risate infatti si infila intelligentemente la rappresentazione di uno dei drammi sociali del secondo dopoguerra. L’immagine di un’Italia letteralmente dilaniata dal conflitto emerge tanto chiaramente che il Morandini definì la pellicola “una parodia irresistibile del neorealismo”. La fame costante di Beniamino, che lo porta addirittura a sognare il cibo durante il sonno, è un elemento che mostra ben presto la sua duplice funzione da una parte comica e dall’altra tragicamente incalzante nello scopo di spingere lo spettatore a non dimenticare mai le condizioni disperate in cui si sta svolgendo la commedia; elemento tra l’altro ricorrente nella filmografia del regista laddove si ha a che fare con situazioni di miseria nera: note sono ad esempio la fame del personaggio di Capannelle ne I soliti ignoti (1958) e quella del professor Sinigaglia ne I Compagni (1963). Monicelli, si diceva, muove i primi passi di un percorso che lo porterà a distaccarsi sempre più dai film esclusivamente comici scritti e diretti insieme al collega e amico Steno agli inizi della carriera. Forse è ancora presto per parlarne, ma già si intravede il seme di quella personale poetica che avrà maggior spessore solo nel 1951 con Totò e i re di Roma (la scena del monologo del povero Pappalardo alla commissione d’esame è quasi commovente, e per molti al tempo lo è stata) e che s’imporrà con decisione da Guardie e ladri in poi (sarà Monicelli stesso a dire che quest’ultimo “aveva già in sé gli elementi della commedia all’italiana”).
A questo punto è obbligatorio spostare l’attenzione sul protagonista perché in questa prima fase della filmografia di Totò certi accorgimenti e considerazioni su chi c’è stato dietro la sua figura, seppur doverosi, trovano la propria inevitabile ragion d’essere nella cerchia degli approfondimenti. Inoltre è necessario parlare del protagonista poiché in questi casi il protagonista è il film stesso. Totò cerca casa non è sicuramente un film eccezionale ma è un’ottima occasione per vedere all’opera uno dei più grandi talenti della storia del cinema. È lui, sì, ad essere eccezionale. Guardando film come questo non si può fare a meno di pensare a quanto per Totò la sceneggiatura non fosse altro che una procedura, una semplice formalità. Senza con questo sminuire il lavoro di Steno, Monicelli e del magico duo Age-Scarpelli, l’impressione che tuttavia suscita la pellicola è che Totò sarebbe comunque capace di intrattenere lo spettatore anche senza copione, anche senza parlare. A questo riguardo Monicelli affermò: “Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali.”
Per un’ora e un quarto l’ultima maschera della commedia dell’arte (come lo definì Nino Manfredi) ci fa ridere senza sosta sfoderando tutto il suo arsenale: dai giochi di parole a rapida successione alla danza dinoccolata del collo, dagli sguardi femminei alla regressione all’infanzia, dagli urli strozzati alle battute fulminanti. La pellicola ci mostra un Totò ancora sicuramente legato alla comicità d’avanspettacolo (cordone ombelicale che verrà reciso nel 1951 grazie al già citato Guardie e ladri) ma contribuisce a creare lo sfaccettato profilo artistico di un grande attore che nel corso della propria carriera ha saputo affrontare con maestria ruoli anche molto distanti tra loro (basti pensare che nel 1966 Pasolini lo volle come protagonista per il suo Uccellacci e uccellini). È quindi grazie anche alla visione di film come questo che si fa sempre più forte in noi la convinzione che Totò sia lassù ora, nell’olimpo dei grandi comici, assieme a Charlie Chaplin, Buster Keaton, Aldo Fabrizi, Jacques Tati, I Fratelli Marx, Peppino De Filippo e Stanlio & Ollio.
Citando Vittorio De Sica: “Come lui ne nasce uno ogni cento anni”.

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