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Settant'anni fa usciva Ladri di biciclette, il più grande film italiano

L'opera di Vittorio De Sica è un capolavoro del realismo e dell'arte concettuale.
di Pino Farinotti

Lamberto Maggiorani 24 agosto 1909, Roma (Italia) - 22 Aprile 1983, Roma (Italia). Interpreta Antonio Ricci nel film di Vittorio De Sica Ladri di biciclette.
martedì 20 febbraio 2018 - Focus

Settant'anni fa. Il 1948 è un anno decisivo nella storia del cinema. Titoli di diverse culture e generi, comunque capolavori: dall'Amleto di Olivier, al Nodo alla gola di Hitchcock, quasi sperimentale e "colorato", ai Tre moschettieri, quello con Gene Kelly, mai superato dalle infinite riedizioni, il superclassico della frontiera Il fiume rosso, di Hawks, Oliver Twist di Lean, che rimane il primo riferimento nonostante i molti rifacimenti del romanzo di Dickens. Certo, siamo a una selezione dolorosa e impropria, per la solita ragione di spazio. E poi l'Italia, e qui mi espongo: non esiste un altro anno come quello, un vero sortilegio. Rossellini, Visconti e De Sica... sì, nomi banali, firmano Germania anno zero, La terra trema e Ladri di biciclette. Non servono altre parole. Diamanti del nostro cosiddetto neorealismo. Eravamo i più bravi del mondo, cercavano di imitarci e non ci riuscivano.

Lo dichiaro senz'altro: Ladri di biciclette è il più grande film italiano. L'ho detto e scritto da sempre. E ribadisco: trascende il genere cinema per porsi nel cartello delle opere d'arte generali. Ogni fotogramma possiede un'anima e un'identità, e un'estetica che ha creato un precedente.
Pino Farinotti

Anni fa proposi al Comune di Milano una mostra che contenesse tutti i fotogrammi del film. Tutto questo non è mia discrezione, nelle classifiche ufficiali è sempre stato collocato nelle primissime posizioni, a volte nella prima. Estendo il discorso: quel film è, anche, un'opera concettuale. Gli argomenti, in questo senso, sono legittimi, articolati. Sempre in un quadro che riguarda l'arte moderna, dove è molto difficile stabilire degli assoluti, soprattutto in chiave di "concettuale", che non è "Rinascimento", che possedeva dei codici precisi, eterni, inalienabili.


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Una scena del film.
Una scena del film.
Una scena del film.

Ladri di biciclette manifesto di realismo: dunque definizione incompleta e riduttiva. De Sica prese spunto dal romanzo di Luigi Bartolini, chiamò il suo amico Zavattini per l'adattamento e alla fotografia Carlo Montuori, un nome che andrebbe ricordato. La colonna sonora venne affidata ad Alessandro Cicognini, una sicurezza. Se dici "realismo" significa realtà, verità, "naturale", documento. Ci sono almeno due elementi, forti, a contrastare.

La musica: gran parte del racconto è sostenuto dallo spartito di Cicognini, che aderisce alle sequenze secondo il ruolo della musica da cinema, che è quello di rilanciare, sottolineare, magari enfatizzare il momento. Dico che quel film poteva persino non averne bisogno.
Pino Farinotti

L'estetica e gli episodi posseggono tutta la potenza necessaria. Sarebbe un esercizio interessante, e suggestivo, vedere il film senza musica. E poi il bianco e nero. La realtà non è in b/n. Nella Roma triste del dopoguerra, le facce, gli abiti, gli edifici, il Tevere, avevano un colore, che non sarà stato quello dei film della Paramount, saranno stati toni deboli, nebbiosi, e chissà di che colore era la giacca di Antonio, il papà o i pantaloncini di Bruno, il bambino. Magari si potrebbero ricostruire in digitale, altro bell'esercizio. Se tu a un'estetica di verità, di colore, decidi di applicare il bianco e nero in forma così "identitaria" e decisiva compi un'azione concettuale. Non c'è dubbio. Dunque, a ribadire: Ladri di biciclette opera concettuale.
Concludo: tutte queste sono comunque teorie a parole - non è Rinascimento - e sono sicuro che qualche specialista potrebbe gridare allo scandalo. Semplicemente quel film è un capolavoro che ci soccorre e che fa parte della nostra memoria più preziosa.


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