Festival di Cannes 2011 - Giornata di mercoledì 18 maggio 2011

Guida alla 64. edizione del Festival di Cannes - 11 / 22 maggio 2011

   
   
   
Melancholia, è Von Trier Show
mercoledì 18 maggio 2011 di Ilaria Ravarino

«Forse questo film è una schifezza. O forse no. Comunque è abbastanza probabile che non valga la pena vederlo. E quindi? Adesso che facciamo? Parliamo de L'Uomo Ragno?». Lars Von Trier, eccentrico e provocatorio per contratto: impossibile prenderlo sul serio, persino nel serissimo contesto del Festival di Cannes. Il suo film Melancholia, immaginifica storia sulla fine del mondo presentata oggi in concorso e accolta in sala da qualche fischio e applausi, sarebbe bastato a fornire sufficiente materia di discussione. Ma la performance del maestro danese, celebre per la personalità complessa («autovenerativa», dice lui), oltre che per la sua fertile e controversa produzione artistica, raramente si conclude in sala: se l’anno scorso, in competizione con Antichrist, si ritenne personalmente offeso dai giornalisti «che hanno applaudito solo per gentilezza – disse – dopo aver sghignazzato tutto il tempo», quest’anno sul palcoscenico di Cannes ha scelto di polemizzare soprattutto con se stesso. Accanto a lui i suoi attori, Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Jesper Christensen, John Hurt, Stellan Skarsgård, vinti dalla personalità dell’istrionico regista e serenamente disposti ad assecondarlo: uno come Von Trier, del resto, non si può certo arginare.


LARS VON TRIER

Perché un film sulla fine del mondo?
Von Trier: Per me non è esattamente un film sulla fine del mondo ma una riflessione su uno stato mentale, quello della malinconia, che conosco benissimo. Non ho tanto da dire su questo film. Sono felice di essere qui e sono felice che Melancholia non arrivi sugli schermi del pianeta Terra prima di un mese.

Perché questo titolo, Melancholia?
Perché è una bella parola, anche se abusata. Il sentimento della malinconia pervade le arti, e nel mio film è molto presente. L’idea di Melancholia è venuta da là, dal titolo.

Altre fonti di ispirazione?
Mi sono ispirato ai dipinti classici, agli artisti tedeschi e preraffaelliti. E anche ad Antonioni, a Bergman e Tarkovski. Piango sempre, quando vedo i film di Tarkovski. Però a me adesso piacerebbe parlare del mio prossimo film, si può?

Come sarà il suo prossimo film?
Kirsten Dunst mi ha convinto a fare un porno: in Melancholia ho ripreso la sua vagina, ma non le basta. Ha detto di sentirsi pronta per il nudo e di voler fare di più. Ne vuole sempre di più. Vuole un vero film hardcore, farò del mio meglio per accontentarla.

Pensa di trovare altre attrici per il suo porno?
Figuriamoci, ma certo. Siamo già al lavoro sul soggetto: io voglio i dialoghi, ma alle mie attrici non gliene frega niente. Vogliono solo sesso. Vi prometto che il mio prossimo film durerà 4 ore. Sarà un film a capitoli, posso già rivelare il nome del primo: "East/West Church".

Tornando a Melancholia, può raccontare come ha lavorato sulla luce?
L’unico consiglio che mi ha dato il mio direttore della fotografia è stato quello di non fare l’errore tipico dei registi di mezza età, che ingaggiano donne sempre più giovani e sempre più nude. L’ho mandato a quel paese, io faccio quello che voglio. Mi sento un uomo libero, soprattutto da quando ho smesso di bere e mi sono dato alla lettura. Sono diventato più noioso ma mi sento bene, anche se filosoficamente sono contrario al non bere.

Si parlava della luce...
La luce divina è qualcosa di molto importante, ma la luce in generale è importante, perché è il cuore del cinema. Per questo quando guardo Tarkovski piango, perché per me è come avere a che fare con lo Spirito Santo. Sono un uomo molto sensibile alla sofferenza e al senso di colpa cattolico, per quanto ci sia in me anche un lato più leggero che di tanto in tanto, con film come Melancholia, riesco a far emergere.

Melancholia parla della fine del mondo: le sembra un tema leggero?
A me non pare così terribile pensare al fatto che il pianeta muoia. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Per me in un certo senso Melancholia è una commedia: se avessi voluto farne una tragedia, vi sareste spaventati.

Perché ha scelto di cominciare il film con la fine del mondo?
Si dice che i film si guardano per sapere come andranno a finire, ma secondo me non è così: sappiamo che James Bond rimarrà vivo alla fine, eppure le sue avventure sono sempre emozionanti. Ho voluto essere chiaro sin dall’inizio: quando vedi Melancholia sai come finisce, almeno non ti illudi.

È soddisfatto del risultato? Che effetto le fa rivedere il suo film a Cannes?
Forse tutta quella musica di Wagner era esagerata, ci siamo fatti prendere la mano e il film è diventato troppo romantico. Quando ho visto i primi fotogrammi, ho pensato che questo film fa veramente schifo. Spero di no.

La sua vita privata influenza la sua ricerca stilistica?
Non lo so. L’unica cosa che posso dire è che per tanto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero molto felice, ma da quando è arrivata Susanne Bier ho perso tutta l’allegria. Ho scoperto recentemente di avere origini tedesche, nella mia famiglia ci sono anche dei nazisti. Noi nazisti in effetti abbiamo una certa tendenza alla megalomania.


KIRSTEN DUNST e CHARLOTTE GAINSBOURG

Cosa vi ha spinte a lavorare con Von Trier?
Kirsten Dunst: Per me Lars è l’unico regista capace di scrivere grandi film per donne, ruoli magari complicati ma unici: la cosa più interessante del mio personaggio è che mentre il mondo sta per finire, lei diventa più forte. A volte i depressi nelle situazioni tragiche tirano fuori una forza inaspettata.
Charlotte Gainsbourg: Rispetto ad Antichrist è stata un’esperienza molto diversa. Non ho l’impressione che ci affidi ruoli particolarmente “da donna”: in Antichrist io interpretavo lui, e in Melancholia è toccato a Kirsten.

Umanamente come avete interagito con Von Trier?
Dunst: Il fatto che Lars si presenti in maniera un po’ bizzarra non mi ha impedito di trovare in lui anche un grande amico.
Gainsbourg: Il problema è che Lars non risponde mai a nessuna delle mie domande sulla sceneggiatura, quindi ho lavorato all’oscuro di tutto. Devo dire che mi è piaciuto.

Com’è stato il lavoro sul set?
Dunst: Lars crea sul set una grande intimità, che rende gli attori emotivamente disponibili. Il processo delle riprese è molto creativo, giriamo anche scene di cinque minuti. C’è totale libertà sulla scena.

Dopo Ki-Duk, Malick e Penn, ieri è stato il giorno di Mel Gibson.

Paura e deliro a Cannes, la rivincita dei timidi

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Paura e deliro a Cannes, la rivincita dei timidi In principio fu Kim Ki-Duk, apparso venerdì scorso a Cannes irriconoscibile, ingrassato, depresso e facile al pianto. Poi Terrence Malick, troppo timido per presentarsi in conferenza stampa, beccato mentre cercava di infilarsi clandestinamente nella proiezione di gala del suo stesso film. E Sean Penn, attore per Malick, che diserta l'incontro con i giornalisti, sfila in passerella e poi davanti a un centinaio di fotografi gira stizzito le spalle alla sala e se ne va: una rappresaglia, si dice, contro gli scandalosi tagli con cui i montatori del film avrebbero segato la sua parte. Cannes si pasce quest'anno di autori paranoici, instabili e leggermente sociopatici, possibilmente sfuggenti e invisibili, allergici al contatto con il pubblico: ultimo in ordine di tempo, ieri, Mel Gibson, ufficialmente impegnato a scontare la pena per aver aggredito brutalmente la sua compagna, ma «molto dispiaciuto di non essere qui» secondo la regista Jodie Foster che l'ha fortemente voluto, contro tutto e tutti, nel suo The Beaver. Peccato che Mel, mentre la Foster lo difendeva a spada tratta dall'interrogatorio dei giornalisti, fosse già a Cannes: apparso in passerella mano nella mano con la regista, è scivolato come una specie di nazgul fino alla sala, dove ha raccolto incassando le spalle a mo' di bastonata un caldissimo applauso dal pubblico. All'ombra del suo ego sono sfilati ben tre film in concorso, invisibili alle cronache con l'eccezione di Le Havre di Aki Kaurismäki, entusiasticamente accolto come unico concorrente in grado di scippare ai fratelli Dardenne unanime e pacificato consenso. Impossibile, nel giorno della rivalsa di Mel, farsi notare: non ci riesce The Big Fix, documentario flop sulla marea nera messicana che la teoria del complotto vorrebbe artatamente penalizzato da scomoda collocazione all'ora di pranzo, non conquista le prime pagine l'esordiente Alice Rohrwacher, sorella della più famosa Alba in concorso alla Quinzaine con l'apprezzato Corpo Celeste.
Massima allerta, oggi, per l'arrivo in Costa Azzurra di due pezzi da novanta: l'habituée Lars Von Trier, in concorso con Melancholia, e il rampante Xavier Durringer fuori dai giochi ma certamente al centro della bufera con La conquête, polemico racconto dell'ascesa al potere del premier francese Sarkozy. Incidentalmente a Cannes anche l'inossidabile Roger Corman, protagonista di una lezione di cinema all'American Pavillion, e una folkloristica selva di presenzialisti da salotto più o meno hollywoodiano importati per la charity quotidiana: tra gli altri Artisti Per la Pace e la Giustizia Milla Jovovich, Gwen Stefani, Leonardo Di Caprio, Paul Haggis, Moran Atias e persino Valeria Marini, che dopo aver ancorato il suo yacht sabato scorso per festeggiare il compleanno, non accenna a riaccendere i motori. L'ansia da palcoscenico, almeno lei, non la soffre affatto.

   

I fratelli belgi svelano i retroscena de Il ragazzo con la bicicletta.

Il Pinocchio triste dei Dardenne

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Il Pinocchio triste dei Dardenne Verrebbe da pensare che due così siano inseparabili, abituati a condividere riflessioni e lavoro, esperienze di vita, set e amicizie, sconfitte e trionfi. Lui, Jean-Pierre, è il fratello più grande. Ha i capelli bianchi, gli occhi di un profondo blu, le mani sempre in movimento. Ha l'aria rilassata e ride spesso, informale anche a Cannes, con una polo grigia senza fronzoli, la fede al dito, un piccolo orologio al braccio mollemente abbandonato sulla spalla del fratello. L'altro, più serio, è Luc. Il suo sguardo è sfuggente, parla meno volentieri, ascolta immobile e rimugina: sembra parecchio più giovane e tormentato di Jean-Pierre, insaccato in un completo grigio che ne incupisce il volto. Tra i due fratelli belgi, per la quinta volta in concorso a Cannes dopo due Palme d'oro (per Rosetta e L'enfant), ci sono solo tre anni di differenza e un'incredibile affinità intellettuale, che va molto oltre le apparenti disparità caratteriali. Insieme hanno scritto e diretto Il ragazzo con la bicicletta, il film che a concorso inoltrato resiste ancora in vetta alle preferenze dei critici, invulnerabile all'attacco della corazzata Malick: «Ogni volta che torniamo al festival è un'esperienza fantastica, solo Cannes ti riempie così tanto di adrenalina» dice Jean-Pierre. «Cannes ha fatto la nostra storia», sospira brevemente Luc.

Che effetto fa essere in concorso con il film più amato dai critici?
Jean-Pierre: Abbiamo le idee chiare finché facciamo il film. Dopo non abbiamo la minima idea di cosa accada: il film va in sala e noi aspettiamo e vediamo. I critici spesso apprezzano.
Luc: I critici, in genere, vedono cose nei nostri film che noi stessi non vediamo.

È un'impressione o questo è il vostro film più ottimista?
Jean-Pierre: Sì, è vero, ma non è stata una decisione presa a tavolino. Di solito è la storia che sceglie noi, non il contrario. In questo caso ci siamo ritrovati con una storia semplice e luminosa, ma non tutti gli elementi erano previsti fin dal principio: il personaggio di Samantha, per esempio, proveniva da un'altra sceneggiatura e poi in qualche modo è finito qua dentro.

È strano vedervi alle prese con una storia che non aggredisce temi sociali...
Luc: Le questioni economiche o sociali non riguardano direttamente la storia e anzi, sarebbero state di intralcio. Sia Samantha che il padre di Cyril dovevano trovarsi in una situazione economica tale da metterli nella condizione di potersi comportare come fanno nel film: se Samantha non avesse avuto abbastanza denaro per prendersi cura del bambino, o se avessimo approfondito il disagio economico del padre, la storia non sarebbe mai partita. Ci piace pensare Il ragazzo con la bicicletta come una fiaba, o meglio una tragedia ottimistica: la storia di un ragazzino che faticosamente riesce ad abbandonare le proprie illusioni, grazie all'amore di una specie di fata, cioè Samantha.
Jean-Pierre: Sì, è proprio come una favola: c'è un bosco, che è il luogo della tentazione, e c'è un cattivo. Lo stesso Cyril è un po' un Pinocchio, che deve attraversare una serie di prove per perdere tutte le sue illusioni e diventare saggio.

Come avete scelto il bambino che interpreta Cyril?
Jean-Pierre: Lo abbiamo cercato ovunque, con annunci sulla radio e sui giornali. Su 50 ragazzi che abbiamo provinato, lui ci è piaciuto subito. Era il quinto. Abbiamo capito che era giusto per il ruolo appena ha provato la prima scena, quella in cui è al telefono e cerca di contattare suo padre: c'era qualcosa di speciale nei suoi occhi, nel modo in cui stringe il telefono e contrae i muscoli del corpo. Assolutamente perfetto.

È difficile filmare la giovinezza?
Jean-Pierre: È più facile filmare il male, decisamente. Se hai a che fare con la storia di un bambino, il rischio di cadere nei cliché è dietro l'angolo.
Luc: Non ci capita spesso di avere a che fare con storie così piene di buoni sentimenti. È stato impegnativo.

Per voi che lavorate in famiglia, la famiglia è un tema importante?
Luc: C'è senza dubbio un nesso tra il fatto che siamo fratelli e che ci interessano così tanto le storie di famiglia. Ma Il ragazzo con la bicicletta è soprattutto un film sull'amore, sulla vittoria dell'amore. E anche sull'illusione che Cyril ostinatamente ha di poter tornare a vivere con suo padre.

Da dove è arrivata l'ispirazione per questa storia?
Jean-Pierre: Nel 2002 eravamo in Giappone e un'amica, che fa il giudice, ci raccontò la storia di un bambino abbandonato all'orfanotrofio dal padre, che gli promise che sarebbe tornato a riprenderlo. Ovviamente non lo fece. E il bambino continuò ad aspettarlo per anni. Siamo subito rimasti colpiti da quel racconto e negli anni ne abbiamo parlato tante volte, senza riuscire a tirar fuori una storia. Ci siamo sbloccati quando abbiamo trovato la location: abbiamo capito che il film doveva essere ambientato in tre posti, cioè un boschetto, una città e una stazione di servizio. E improvvisamente ci è venuta in mente la bicicletta, che nella storia è il tramite di collegamento fra i personaggi.

A proposito di bicicletta: ma se Cyril ha così tanta paura che la rubino, perchè non la chiude mai con la catena?
Jean-Pierre: Bella domanda. Direi che non lo fa non tanto per ragioni narrative, quanto perché nella sua testa non passa nemmeno l'idea che una bicicletta possa avere un valore economico. Cyril non conosce il significato del denaro, infatti si meraviglia che suo padre abbia potuto vendere la sua bici.
Luc: E poi insomma, non sono tanti i momenti in cui la lascia senza sorveglianza. Sarebbe stato tutto più complicato se ogni volta avessimo dovuto filmarlo mentre lega la bicicletta.

Le vostre storie sono sempre ambientate al presente. Perché?
Luc: Forse perché l'ispirazione ci arriva dalle persone che conosciamo, o da quel che leggiamo sui giornali. Il realismo per noi è l'unico modo per parlare del mondo. Fare film ci aiuta a immaginare come lo vorremmo: senza rivalità, senza paura dell'altro...

In questo film lavorate con Cécile de France: è una delle rare volte che avete scelto un'attrice famosa...
Luc: Non era stato programmato. Non scriviamo mai con un attore in testa, ma quando abbiamo finito la sceneggiatura ci è venuta subito in mente lei. Non per questioni psicologiche o emotive, semplicemente per la sua faccia. Le abbiamo dato la sceneggiatura, l'ha letta, ci ha chiesto un paio di cose sulle motivazioni del suo personaggio e poi ha accettato. Fine della storia.

   

Mr. Beaver, diretto da Jodie Foster, stupisce, commuove ed emoziona.

Mel Gibson sorprende la stampa

mercoledì 18 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Mel Gibson sorprende la stampa Finito, bollito, perduto. Impazzito, consumato, esaurito. Sull’orlo di una crisi di nervi, e oltre. Nessuno avrebbe più scommesso su Mel Gibson, tantomeno a Cannes. Nessuno avrebbe potuto immaginare come un attore franato miseramente nelle proprie (brutte) vicende personali potesse ritrovare un briciolo di considerazione e di speranza proprio nel luogo dove la sua carriera sembrava destinata a trovare l’eterno riposo. E invece no. Presentato oggi al festival fuori concorso, girato e interpretato anche dall’amica Jodie Foster, il Mel Gibson di The Beaver ha stupito la stampa, commosso ed emozionato, come non accadeva più da anni. Assente in conferenza perché condannato per violenze domestiche a una rigida psicoterapia e a 36 mesi di libertà condizionale, «avrebbe tanto voluto essere qui», ha lasciato detto all’amica regista. Per poi mandare un messaggio a sorpresa, durante la conferenza stampa, che ha stupito tutti i presenti, cast incluso: «Il management dell’attore – ha riferito il mediatore dell’incontro – ci ha comunicato che Mel riuscirà ad essere presente stasera alla proiezione ufficiale». Da mesi Gibson non si mostra in pubblico, e l’insuccesso del film in America l’aveva fatto precipitare ulteriormente in depressione: la scelta di mostrarsi, indipendentemente dal lungo applauso che ha tributato il pubblico a The Beaver, è già una bella notizia.

Perché ha scelto Mel Gibson come protagonista?
Foster: È sempre stato il primo della lista perché ero sicura che fosse giusto per il ruolo. È un attore in grado di gestire tanto le parti umoristiche quanto gli aspetti drammatici del personaggio, e come uomo sa bene cosa significa avere un certo disagio interiore.

Come ha lavorato con lui?
Foster: Onestamente non ho meriti da prendermi, abbiamo anche parlato sul set, ma la performance di Mel è interamente sua. Lui sa bene cosa significhi trasformarsi interiormente, si è esposto personalmente nel ruolo. È riuscito a radicarsi profondamente nella realtà e nel dramma raccontato senza essere tentato da gag di facile presa. Non posso che essergli grata.

L’idea della voce del castoro è sua?
Foster: Nello script era indicato che dovesse avere un accento inglese, noi ne abbiamo scelto uno popolare, da classe operaia.

Siete molto amici?
Foster: Non devo perdonargli nulla, né sono responsabile per lui, ognuno lo è per sé. Con Mel siamo amici da tanti anni, e forse è uno degli attori più amabili di Hollywood, insieme a Chow Yun Fat. Siamo amici leali, passiamo ore al telefono parlando della vita. È una persona complessa, ma mi piace la sua complessità. L'ha portata anche nel film, e io non posso che essergliene grata.

Questa performance riabiliterà Mel Gibson agli occhi del pubblico?
Foster: Non so, non ne ho idea. So solo che fare un film ti ossessiona per mesi e anni, pensi solo a quello e ciò ha effetto su quel che fai e sui rapporti che hai con la gente. Mel è molto orgoglioso del film e so che vuole che il pubblico lo veda. È un uomo molto riservato e quello che mostra sullo schermo è quanto di più personale ha.

Come vive la sua presenza a Cannes?
Foster: Sono emozionata, è il primo film che presento al festival e anche il mio film più personale e difficile da realizzare, soprattutto per la raccolta dei finanziamenti.

È stato difficile dirigere e recitare contemporaneamente?
Foster: Ho sempre creduto che dirigere un film e recitarvi allo stesso tempo fosse una pessima idea. La cosa peggiore è che non hai sorprese, perché hai pianificato tutto, ma in realtà ho scoperto che è abbastanza facile proprio perché conosci bene sia la sceneggiatura sia gli attori, i quali per altro possono sempre fare qualcosa che non ti aspetti.

Come si spiega l’insuccesso del film nelle sale americane?
Foster: Il film non è stato concepito per essere amato da tutti: il concept alla base era molto originale e forte, sia sul versante drammatico sia su quello comico. È un dramma familiare, un genere con il quale non sempre il pubblico americano si trova a proprio agio. Forse è un tipo di film che potrà essere apprezzato in Europa, specialmente in Germania e in Francia... D’altronde se avessi pensato a cosa sarebbe piaciuto vedere a questo o a quel pubblico, avrei fatto un film terribile.

Pensa che la presenza di Mel abbia nuociuto al risultato sul box office?
Foster: Il bello di essere un regista è che devi fare film, quello è il tuo compito e sei felice quando riesci a realizzare il tuo progetto, la storia che ami. Se mentre lavoro pensassi a fare le cose in vista di come funzioneranno al box office, sarei una persona molto triste. Penso solo alla soddisfazione e la gioia che mi dà portare a termine i film che mi piacciono, che sono quelli che ti parlano e fanno parlare.

Pensa che il tema della malattia mentale abbia allontanato il pubblico?
Foster: La depressione è un tema difficile e importante, spesso rimosso. Ma è qualcosa di molto serio e ha bisogno di essere curata con una terapia medica e molto tempo. Non può essere curata con lo yoga, le pillole o soluzioni facili. Volevo che si capisse bene cosa il personaggio stava attraversando.

Perché la affascinava esplorare il disturbo mentale?
Foster: Gli attori amano la psicologia. Le radici dei conflitti psicologici sono sempre nella famiglia e per questo io racconto un nucleo familiare entrando nei dettagli di ciascuno dei componenti. Qui si parla di malattia e di crisi spirituale, è un film delicato. Penso che fare film sia un modo per digerire il disagio che abbiamo dentro: probabilmente mi sono dedicata a The Beaver come in una sorta di processo di auto-cura.

Lei ha risolto i suoi problemi personali con questo film?
Foster: Tutti abbiamo bisogno di qualcosa che ci salvi, io faccio film ed è un gran sistema. Non sono brava a piangermi addosso, per me è difficile ammettere di stare male e il mio modo di organizzare i miei sentimenti è fare film cercando di vedere la mia tragedia da diversi punti di vista, con un approccio che sia a metà tra l'emozionale e l'intellettuale.

Esiste davvero la puppet therapy?
Foster: In genere viene usata per i bambini, si fa con i giocattoli. Ma non so se si applichi davvero anche agli adulti.

Cosa cerca nei registi da attrice, e cosa negli attori da regista?
Foster: Mi piace un regista che abbia le idee chiare, che sappia che percorso fare, e come spiegartelo, come un bravo genitore. Deve essere una combinazione di visione disciplinata e voce capace di indirizzarti, ma anche essere gentile col tuo ego e farti sperimentare le tue idee. Ogni regista ha uno stile diverso, io per esempio quando lavoro impiego le prime due settimane a fare prove per capire cosa serve agli attori, questa è la mia filosofia. Come attrice ho imparato con gli anni come comportarmi, che non posso pensare di avere il controllo dei tecnici e della crew e di quello che succede sul set. La mia responsabilità si limita al mio ruolo, per il resto ho imparato a ignorare le cose che non mi piacciono.

Quale messaggio comunica questo film?
Foster: Spero non ci sia un messaggio, cerco di non metterne in genere. Il film è su persone che cercano di comunicare tra loro e e non sanno come fare. Persone solitarie che rifiutano gli altri per depressione. L’idea è che non devi essere solo nella vita, e che la solitudine spesso è una scelta consapevole che ti disconnette dal mondo.

Il successo accentua o attenua a solitudine?
Foster: Spesso sono sola e credo che questo mi aiuti nel processo creativo. Da sola puoi alzarti alle due di notte per prendere qualcosa dal frigo o per andare a fare una passeggiata. Noi artisti siamo condannati ad amare, e insieme allontanare, la solitudine.

I suoi prossimi progetti?
Foster: Non siamo mai arrivati ad avere una sceneggiatura per il progetto su Leni Rifensthal, è un film molto difficile. Ci ho lavorato per anni e forse altre persone lo realizzeranno, un giorno.

Un cinema modesto, in cui l'ego non è mai sfruttato per volontà di protagonismo

Hanezu

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,50)

Regia di Naomi Kawase con Tôta Komizu, Hako Ohshima, Norio Nishikawa. Genere Drammatico produzione Giappone, 2011. Durata 91 minuti circa.

Un uomo che non parla che di cibo e non si accorge della distanza siderale che si è creata tra lui e sua moglie e un altro uomo che parla poco e cucina il cibo con vero amore, ma la sua vita è contemplativa, fatta di attese, come quella degli uomini che abitavano la regione di Asuka nei tempi antichi. La donna, sposata al primo, ama il secondo ma non è in grado di capire il suo attendere; la vita moderna l'ha cambiata.

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L'amore per l'Arte in un film apocalittico che legge la realtà nel profondo

Melancholia

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,58)

Regia di Lars von Trier con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet. Genere Fantascienza produzione Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2011. Durata 130 minuti circa.

Justine arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato con un ritmato protocollo. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti, marito compreso. Non si tratta però solo di un malessere esistenziale privato. Una grave minaccia incombe sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all'ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è più che mai realistico.

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Un ritratto al vetriolo di Sarkozy e della politica francese

La Conquête

* * * - -
(mymonetro: 3,00)

Regia di Xavier Durringer con Hippolyte Girardot, Grégory Fitoussi, Florence Pernel, Denis Podalydès, Bernard Le Coq, Samuel Labarthe, Dominique Besnehard, Saïda Jawad, Pierre Cassignard. Genere Biografico produzione Francia, 2011. Durata minuti circa.

Un film che ricostruisce l'ascesa politica di Nicolas Sarkozy dal 2002, anno in cui fu ministro dell'interno, al 2007 quando è diventato presidente.

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Dramma sociale sul traffico della prostituzione nella Romania post Ceauşescu

Loverboy

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,50)

Regia di Catalin Mitulescu con George Pistereanu, Ada Condeescu, Clara Voda, Bogdan Dumitrache, Remus Margineanu, Ion Besoiu, Coca Bloos. Genere Drammatico produzione Romania, 2011. Durata 95 minuti circa.

Basato sulla sceneggiatura "A Heart-Shaped Ballon", il film di Mitulescu racconta la storia di Luca, un ventenne che vive a Hârsova, una piccola città vicino al Danubio. Luca seduce le ragazze, le fa innamorare di lui e poi le cede ad un'organizzazione che traffica esseri umani a Constanta. I poliziotti chiamano questa tecnica il metodo per "innamorarsi" e quelli che lo praticano "loverboys". La vita di Luca cambia quando s'innamora di una ragazza di nome Veli. È disposto a rinunciare a tutto quello che ha fatto finora per poter stare con lei.

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Un'avvincente escalation di morte per raccontare un'umanità in balia dei propri istinti

The Yellow Sea

* * * - -
(mymonetro: 3,22)

Regia di Na Hong-jin con Ha Jung-woo, Yun-seok Kim, Jo Sung-Ha, Lee Cheol-Min, Kwak Byung-Kyu, Lim Yeo-Won, Tak Sung-Eun, Kim Ki-Hwan, Ki Se-Hyung, Kim Ji-Hyun, Oh Yoon-Hong, Jeong Man-sik, Jung Min-Sung. Genere Thriller produzione Corea del sud, USA, Hong Kong, 2011. Durata 136 minuti circa.

Sul confine cinese della linea di demarcazione tra Cina-Russia e Corea del Nord, nello Yanbian, la prefettura autonoma koreana, Ku-Nam (Ha Jung-Woo) spende i suoi giorni lavorando da tassista. Quando non lavora lo si può trovare spesso nelle sale dove si scommette. Ku-Nam è seriamente indebitato. Sua moglie se ne è andata a lavorare nella Corea del Sud e ha promesso di inviargli del denaro. Non è ancora riuscito a mettersi in contatto con lei ed è tormentato da degli incubi in cui lei ha degli amanti. A peggiorare le cose, Ku-Nam viene licenziato dal suo lavoro e gli esattori si prendono quasi tutta la sua liquidazione.

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La crisi di un 34enne incapace di reinserirsi in società

Oslo, August 31st

* 1/2 - - -
(mymonetro: 1,50)

Regia di Joachim Trier con Anders Danielsen Lie. Genere Drammatico produzione Norvegia, 2011. Durata 95 minuti circa.

Un uomo, una città, 24 ore. Un nuovo film diretto da Joachim Trier e della squadra che ha contribuito alla realizzazione dell'acclamato "Reprise" - ispirato al romanzo cult "Le feu follet". Oslo, August 31st è un ritratto della Oslo contemporanea. Un dramma con un grande impatto visivo e un silenzio dirompente su un uomo in una profonda crisi esistenziale.

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Blu. Come il colore che appiattisce il film

Blue Bird

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,50)

Regia di Gust Van den Berghe con Bafiokadié Potey, Nanty Libéria Bani, Téné Potey, Dodji N'Dah, N’Tcha Emmanuel Sansamou. Genere Drammatico produzione Belgio, 2011. Durata 90 minuti circa.

Una mattina, due bambini africani, Bafonkadié e sua sorella Tene hanno lasciato il villaggio con una cosa in mente: trovare il loro uccello azzurro, scomparso durante il bagno, prima della fine della giornata. Sulla strada incontreranno i loro nonni morti, affronteranno l'Anima della foresta e impareranno dal Capo di Bontà... Ognuno di questi personaggi racconta la loro storia sulla vita e la morte.

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Ritorno alla foresta mentre i grattacieli avanzano

Mushrooms

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,50)

Regia di Vimukthi Jayasundara con Paoli Dam. Genere Drammatico produzione Francia, India, 2010. Durata 90 minuti circa.

In un bosco ai margini della frontiera, un giovane bengalese e un soldato europeo cercano di sopravvivere.
A Calcutta, Rahul, un architetto che ha lasciato una carriera a Dubai, inizia la supervisione di un enorme cantiere. Si ricongiunge con Paoli, suo amico, che ha atteso il suo ritorno da solo, lontano dalla sua famiglia. I due vanno alla ricerca del fratello di Rahul, che si dice esser diventato un pazzo che vive nella foresta e dorme sugli alberi.

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Tra eros e trasgressione il ritratto di un Giappone in cui il desiderio ultimo è il silenzio

Guilty of Romance

* * * - -
(mymonetro: 3,22)

Regia di Sion Sono con Megumi Kagurazaka, Makoto Togashi, Miki Mizuno, Kanji Tsuda, Ryo Iwamatsu, Kazuya Kojima, Satoshi Nikaido. Genere Drammatico produzione Giappone, 2011. Durata 143 minuti circa.

Izumi è sposata con un famoso romanziere, ma la loro vita sentimentale sembra essere una mera ripetizione senza romanticismo. Un giorno la donna decide di seguire i suoi desideri e accetta di posare nuda e di mimare un rapporto sessuale davanti alla telecamera. Presto incontra un mentore ed inizia a vendere il suo corpo agli sconosciuti, ma a casa, lei rimane la donna di sempre. Un giorno viene trovato il corpo di una persona uccisa nella zona dei "love hotel". La polizia cerca di capire cosa è successo.

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La fatica umana delle danzatrici del ventre

La Nuit elles dansent

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,50)

Regia di Isabelle Lavigne, Stephane Thibault con . Genere Documentario produzione Canada, 2011. Durata 81 minuti circa.

Un tuffo nel cuore di un clan di donne egiziane, in cui il mestiere di "danzatrici del ventre" viene tramandato di madre in figlia da tempo immemorabile.

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La filosofia cinese del porno

Sauna On Moon

Regia di Zou Peng con Lei Ting, Yang Xiaomin, Zhan Yi, Wu Yuchi. Genere Commedia produzione Cina, 2011. Durata 95 minuti circa.

Nel Guangdong, una città emblematica delle riforme e dell'apertura cinese l'attività delle Terme "Sauna sulla Luna" è in difficoltà. Con i suoi dipendenti, Wu, responsabile della direzione, persegue il suo sogno di costruire un "regno della pornografia" con la filosofia, l'impegno e l'ottimismo. Ma dopo un po', Wu crolla per la mancanza di successo. Durante questo periodo di crisi, alcuni dei suoi dipendenti se ne andranno, gli altri vengono arrestati, mentre altri ancora hanno deciso di restare con lui per un domani migliore...

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FESTIVAL DI CANNES 2011 - GIORNATA DI MERCOLEDÌ 18 MAGGIO 2011 I NUMERI
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Direttore Responsabile
Giancarlo Zappoli
Redazione
Marianna Cappi


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