The Greatest Question

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Le giornate del cinema muto

The Greatest Question rimane uno dei lungometraggi di Griffith più ingiustamente trascurati. Il film, uno dei tanti girati in fretta da Griffith nel 1919 per assolvere ai suoi impegni contrattuali, non poté godere né del sostanzioso budget di Way Down East né delle agevolazioni artistiche o della pubblicità conesse a Broken Blossoms, e ancor meno delle ambizioni epiche e storiche di The Birth of a Nation, Intolerance e Orphans of the Storm. The Greatest Question appartiene decisamente al Griffith intimo e pastorale, ma al contrario di True Heart Susie – e in misura minore anche di The White Rose – non ha mai raccolto soverchi entusiasmi. Se la poca pubblicità accordatagli dallo stesso Griffith ha senza meno influito sullo scarso interesse suscitato dal film, rimane pur sempre innegabile che The Greatest Question non possiede né la complessità psicologica né la perfezione formale di racconto degli altri due piccoli capolavori di Griffith, True Heart Susie e The White Rose. Distaccandosi dal tono elevato di tragedia con martirio femminile di questi ultimi due e di Way Down East, The Greatest Question ricorda piuttosto uno di quei pastiche nella tradizione melodrammatica ottocentesca, con personaggi e situazioni stereotipati, alternanza di blanda comicità e solenne drammaticità, che qui Griffith porta a conclusione col più trito degli happy ending. Questa doglianza potrà suonare strana, provenendo da uno strenuo difensore dei valori del melodramma quale io sono, e tuttavia, se nei precedenti film era lo stesso Griffith a usare questi elementi per creare una critica sociale e personaggi ricchi di sfumature, qui, al contrario, si ha l’impressione che siano loro a usare lui, mentre il suo film cambia continuamente rotta seguendo la logica dei sogni. Per fortuna, non sempre per il peggio: se infatti il film sembra spesso del tutto fuori controllo, a tratti sono proprio la sua logica pencolante e la sua incoerenza di tono a stimolare in Griffith alcuni momenti di intensa sperimentazione, diretta anticipazione del cinema d’arte tedesco e sovietico degli anni Venti. Malgrado le sue evidenti debolezze, The Greatest Question offre alcuni dei momenti più audaci nell’esplorazione descrittiva della memoria e della metafora cinematografica da parte di Griffith, in particolare quando il film affronta l’eponima “greatest question” – il confine tra la vita e la morte. Ma forse il motivo principale che fa di questo film un piccolo capolavoro mancato risiede nella sontuosità del suo stile pastorale. Griffith e Bitzer non hanno creato in nessun altro film una pari inebriante visione di sinuosi vicoli estivi, staccionate, ruscelli di campagna screziati di sole, orti e campi generosi – “la bellezza del vento tra gli alberi” che Griffith riteneva il cuore stesso dello stile cinematografico. True Heart Susie descrive la desolazione e la solitudine della vita in provincia, mentre l’immaginario rurale di Way Down East tende spesso al monumentale (i banchi di ghiaccio galleggiante e il climax della cateratta). In The Greatest Question, richiamandosi ai migliori lavori del loro periodo Biograph, Griffith e Bitzer ritraggono un paesaggio assolutamente idilliaco, come nella scena in cui Gish (Nellie Jarvis) guada un torrente col suo carro da ambulante, o quella in cui lei e Bobby Harron (alias Jimmy Hilton) fanno capriole, perfetto esempio di una coppia innocente, cui un consapevole risveglio di sessualità procura solo energia e piacere, e non nevrosi. (Basterà mettere a confronto il primo vivace sbaciucchiamento tra Harron e Gish in The Greatest Question, o il caldo e appassionato bacio e abbraccio che i due si scambiano quando Nellie parte per andare a servizio, con la tormentata incapacità a baciarsi degli stessi attori in True Heart Susie per rendersi conto della palese diversità di tono dei due film). Bitzer fa frequente uso di riprese in campo lungo, di magistrale rigore compositivo, inserendo i personaggi in questo paesaggio gentile e ponendo grande attenzione allo sfondo naturale anche nelle scene girate in campo medio e maggiormente incentrate sulla recitazione (come ad esempio nella scena dell’addio di Nellie). Ma riesce anche ad inserire con grande perizia il maggior numero possibile di riprese dell’eminentemente simbolico ruscello, predisponendo un elemento di grande valenza simbolica e compositiva che scorre attraverso tutto il film. Se parte della creatività di Griffith risiede nell’aver saputo rinnovare in termini cinematografici la tradizione del melodramma, The Greatest Question segna il passaggio tra il semplice esaurimento di un cliché e le nuove prospettive offerte dal vecchio materiale. Nel XX° secolo, il melodramma ha potuto sopravvivere e trasformarsi grazie all’avvento della psicoanalisi, che sembra aver interiorizzato il dualismo manicheo proiettato sul mondo dal melodramma. La conoscenza di Freud da parte di Griffith non è affatto certa (se non addirittura da escludere tout-court), ma il suo approccio col melodramma anticipa sicuramente l’intuizione freudiana del contrasto di potere tra sessualità e repressione. In The Greatest Question Griffith affrontò (alcuni dicono “sfruttò”) il rinnovato interesse per il grande movimento metafisico americano dello spiritismo, che stava tornando in auge dopo il primo conflitto mondiale per il desiderio di comunicare coi caduti in guerra. In realtà Griffith si limita a proporre la comunicazione coi defunti in forma dubitativa, e non credo che la sua propensione per una risposta affermativa indichi un mero interesse di tipo opportunistico solo per cavalcare l’onda della moda corrente (anche se in Griffith questa componente è indubbiamente presente). Nelle scene di spiritismo di The Greatest Question, che pure offrono molti esempi elaborati in forme decisamente innovative rispetto al passato, Griffith ricorre spesso allo stesso tipo di espedienti che avevano caratterizzato il suo stile narrativo e le sue tecniche di montaggio fin dagli esordi. La relazione già presente nei primi studi psicoanalitici tra psicologia del profondo, scoperta dell’inconscio, repressione dei ricordi e il fenomeno dello spiritismo affiora anche nel film di Griffith, dove il tema della comunicazione coi defunti non va letto come una semplice riesumazione di superstizioni antiquate, ma come una personale e attiva interazione con la contemporanea diffusione della psicologia.Il lieto fine di The Greatest Question possiede un suo ingenuo fascino ma è sicuramente al di sotto degli standard abituali di Griffith. E tuttavia, questa storia di trascendenza che si risolve in una celebrazione dei beni materiali presenta una certa ironia di stampo prettamente americano. Michael Allen ha tracciato un interessante parallelo tra la scoperta della ricchezza sotterranea (il giacimento di petrolio sotto la fattoria degli Hilton) e il tema ricorrente della sepoltura e della riesumazione (la servetta assassinata, l’annegamento di John e la sua ricomparsa, la memoria sommersa di Nellie) ma la facile soluzione finale dell’improvvisa scoperta della ricchezza suona troppo “Beverly Hillbillies” per poterla prendere sul serio. Pur senza raggiungere qui la profondità espressiva di Broken Blossom o di True Heart Susie, Lillian Gish non è mai apparsa altrettanto vividamente bella e affascinante, e, coi suoi boccoli e il suo cappello a larga tesa, proietta esattamente l’innocenza e la tenacia richieste dal suo personaggio di “Piccola signorina ubbidiente”. Negli sfumati primi piani – in controluce e su sfondo scuro – che servono da ritratto scontornato dell’attrice, Griffith e Bitzer (o queste riprese flou sono opera, non accreditata, di Hendrick Sartov?) creano alcune delle immagini più memorabili di questa erotica e tenera, dolce ma tenace donna/bambina. – Tom Gunning [DWG Project # 588]

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