A Romance of Happy Valley

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Le giornate del cinema muto

A Romance of Happy Valley è stato il secondo film prodotto (ma il terzo ad essere distribuito) del pacchetto di 6 commissionati da Adolph Zukor nella primavera del 1917 e destinati ad essere distribuiti dalla Artcraft Pictures una volta che Griffith fosse tornato dal suo viaggio in Europa per la “prima” londinese di Intolerance e dopo aver completato la produzione indipendente di Hearts of the World. A Romance of Happy Valley venne girato nel vecchio studio della Reliance-Majestic-Fine Arts al 4500 di Sunset Boulevard, parte del quale Griffith aveva noleggiato dalla Triangle, all’epoca ancora depositaria del contratto d’affitto, e lo tenne occupato dall’ottobre del 1917 fino al settembre del 1919, quando la sua società di produzione si trasferì a Mamaroneck, New York.In un telegramma a Albert Banzhaf del 21 aprile 1918, Griffith affermava che “il secondo Artcraft è poco impegnativo e non richiederà più di cinque o sei settimane”. I libri contabili conservati tra i Griffith Papers (Bobina n° 20, Vol. 15: contabilità Ledger, novembre 1917/dicembre 1918) indicano che nel giugno le spese correnti del film ammontavano a 24.917 dollari, salite a 38.589 dollari in luglio; e che in data 3 agosto se ne erano spesi altri 5.818; a partire da quella data fino al momento della sua distribuzione (26 gennaio 1919) venne annotata soltanto una ulteriore spesa di 6.820 dollari. Se ne deduce che il grosso delle riprese deve essere avvenuto tra il giugno e il luglio del 1918; pertanto, le previsioni avanzate da Griffith nell’aprile non erano affatto infondate. (Il costo finale di A Romance of Happy Valley riportato nei dati contabili ammontava a 111.732 dollari e 87 cent. Alla fine del 1919, il film aveva incassato 172.073 dollari, 96.000 dei quali anticipati da Zukor nel 1918 per coprire le spese di produzione. [Si veda la bobina n° 20, Vol. 18, pagina 1294 del microfilm].La data di distribuzione venne fissata per il 4 di novembre (DWG a Banzhaf, 1° ottobre 1918) e successivamente rimandata al 12 (DWG a Sol Lesser, 11 ottobre 1918), ma nel frattempo era scoppiata l’epidemia mondiale di ‘spagnola’ del 1918-19. L’11 di ottobre, Banzhaf informava Griffith che quasi tutte le principali società di produzione e distribuzione, Famous Players-Lasky compresa, avevano deciso di non far uscire nuovi film per almeno 4 settimane a partire dal 15 di ottobre, perché moltissimi teatri erano chiusi per il timore del contagio, e che pertanto, anche i produttori indipendenti avrebbero dovuto interrompere le loro produzioni. Banzahf gli suggeriva però di avvalersi del pretesto che il film a cui stava lavorando era un film sulla guerra per essere esentato da questa moratoria. Forse per questo motivo, o forse anche perché, dopo l’11 novembre, si sentiva la necessità di distribuire in fretta i film a tema bellico prima che si ingenerasse una saturazione verso quel tipo di soggetto, si decise di far uscire il terzo Artcraft di Griffith, The Greatest Thing in Life (che, naturalmente, aveva un tema attinente alla guerra) prima di A Romance of Happy Valley, l’8 dicembre. Presumibilmente per mancanza di denaro liquido, Griffith passò sopra l’obiezione avanzata da Zukor, per il quale sarebbe stato più opportuno far passare un intervallo di almeno due mesi tra un film Artcraft e l’altro (DWG a Banzhaf, 6 gennaio 1919) e distribuì A Romance of Happy Valley il 26 gennaio del 1919.Fino a questi primi titoli Artcraft, l’ultimo film “piccolo” associato al nome di Griffith era stato The Avenging Conscience del 1914. I primi Artcraft distribuiti, sicuramente due piccoli film se paragonati a Hearts of the World, erano tuttavia nobilitati dall’importanza e dall’attualità dei loro temi attinenti alla guerra. A Romance of Happy Valley rappresentava una nuova tendenza, e già dalla campagna di lancio che accompagnò l’uscita del film si intuisce che né l’organizzazione di Griffith né la Artcraft sapevano bene come presentarlo. Il principale richiamo commerciale, naturalmente, era affidato al nome di Griffith (come peraltro stabiliva il contratto tra lo stesso Griffith e Zukor); poi però, nella stampa di categoria e nei poster destinati all’affissione nelle sale si proponevano due strategie abbastanza contraddittorie (ma forse complementari, in quanto si rivolgevano a due fasce di pubblico distinte). La prima enfatizzava (in modo abbastanza paradossale) la novità di un piccolo film “alla vecchia maniera” del maestro: ‘“Una amichevole, piccola storia di gente del Kentucky’ ecco le parole con cui D.W. Griffith descrive il suo nuovo film Artcraft. Un po’ come definire il Woolworth Building ‘una linda capannuccia’ (…) Con il suo genio egli ci mostra la grandezza e la meschinità di persone comuni poste davanti a un bivio”. (The Moving Picture World, 8 febbraio 1919). La seconda strategia puntava sull’emozionante finale a suspense: “Pubblicate in anticipo un annuncio sul vostro programma di sala, in cui si chiede a tutti coloro che andranno a vedere A Romance of Happy Valley di non rivelare agli amici i dettagli della scena madre”; “Sicuro, il ragazzo ama la ragazza. Ma anche un uomo malvagio la ama! Il corso del vero amore è duramente ostacolato in A Romance of Happy Valley – ma i due giovani trionferanno e il malvagio avrà il fatto suo!”. (Exhibitor’s Trade Review, 1° febbraio 1919).In nessuna delle recensioni, dove era il primo aspetto del film a prevalere, si fece mai cenno al fatto che si trattava di un ‘corto’ Biograph ‘gonfiato’ a 6 rulli, rimprovero che probabilmente sia il produttore sia i distributori temevano. Anzi, al film vennero riconosciute tutte le qualità di un Biograph migliorate dai progressi sopravvenuti in ambito cinematografico da quando Griffith aveva lasciato quella società. Vale la pena di citare per esteso la recensione di Wid Gunning (da Wid’s, 2 febbraio 1919): “La guerra è finita. Griffith ha smobilitato i suoi soldati, convertito le trincee in campi di granoturco e ha accatastato i fucili negli arsenali per tornare in mezzo a persone semplici e pacifiche i cui problemi e le cui lotte nascono all’interno dei loro cuori. E, più superbamente che mai, ripropone l’incomparabile suggestione dei suoi film del passato. Ripensate per un istante ai primi Biograph di Griffith; poi considerate il grande progresso acquisito dalle tecniche cinematografiche, la padronanza espressiva raggiunta da attori quali Lillian Gish e Bobby Harron, la ulteriore maestria artistica del regista e immaginate una versione lussuosa di uno dei suoi piccoli capolavori e potrete farvi un’idea del tipo di film che è stato distribuito sotto il titolo di A Romance of Happy Valley”. Edward Weitzel (The Moving Picture World, 8 febbraio 1919) condannava invece l’infelice commistione di melodramma e idillio (pur riconoscendo che non tutti potevano vederla allo stesso modo): “La prima metà della storia è uno studio di caratteri incantevole per virtuosismo e verità. Poi sopraggiunge un drastico mutamento di tono, che cala sul film come una tempesta di neve a giugno. E per molti spettatori sarà altrettanto sgradevole. Il racconto, finora armonico e coerente, si muta d’un tratto in un vivace melodramma, con relative rapina di banca e tema della ‘fattoria-con-ipoteca’ oltre al tentativo da parte dell’anziano Logan di assassinare e derubare uno straniero che si rivela essere suo figlio. Il modo in cui la vicenda si risolve, con il bandito ferito che si sostituisce al figlio fuggito dal paese sette anni prima per cercare fortuna in città, potrà anche convincere buona parte degli spettatori, ma non tutti”. Solo il recensore di Variety, Jolo, (31 gennaio 1919) approvava – o per lo meno non metteva in discussione – la commistione di generi: “A Romance of Happy Valley è una storia semplice di vita bucolica (…). La vicenda prosegue tranquillamente fino all’ultimo rullo, poi prende una piega tragica e morbosa, la cui ombra cupa si dissolve con un avvincente finale a sorpresa”. Oltre che per il suo finale “melodrammatico” e gli espedienti romanzeschi, il film si allontana dal semplice racconto bucolico anche per un altro fattore: la forza allegorica che attribuisce ai personaggi e alle istanze morali di cui si fanno carico. Il film, naturalmente, fa ampio ricorso ai sottili simbolismi tipici del periodo Biograph di Griffith – si veda in particolare la sequenza di Mrs. Logan che accarezza il cavallino di legno (presumibilmente un giocattolo d’infanzia del figlio) montata in parallelo con la sequenza newyorchese di John Jr. che cerca di far nuotare la rana giocattolo; o il gesto ripetuto di John Sr. che apre e chiude il suo temperino, la prima volta quando la sua fortuna comincia a vacillare e in risposta a un’allusione maligna di Vinegar Watkins, la seconda mentre aspetta nella cucina ascoltando i rumori del ricco straniero del piano di sopra che si prepara per andare a letto. Ma il film mostra anche un simbolismo più pomposo e scoperto nelle figure di Vinegar Watkins e Old Lady Smile, che sono realisticamente motivate come personalità tipiche della Happy Valley (l’occupazione di Vinegar Watkins non è molto chiara, almeno da quanto emerge da questa copia e dalla sinossi, mentre Old Lady Smiles figura come guardiana della barriera del ponte) pur se la loro funzione nella storia si limita a rappresentare, rispettivamente, un’allegoria del pessimismo e dell’ottimismo (o come afferma il testo di una didascalia, LA BATTAGLIA DEL CIPIGLIO E DEL SORRISO). Parimenti, il rapinatore della banca, necessario per sostituire John Jr. nel finale a sorpresa, è anche il tentatore che cerca di convincere Jennie a rompere la promessa di fedeltà fatta a John, e i credits nell’elenco delle didascalie e sulla copia (dove il personaggio si chiama semplicemente “Judas”, mentre nell’elenco delle didascalie apparso su The Moving Picture World, 25 gennaio 1919, veniva chiamato “L’uomo di città”) e la didascalia che lo introduce (UN DISCENDENTE DI GIUDA ISCARIOTA VISITA IL VICINATO) attribuisce eccessiva importanza a quello che in fin dei conti è solo un corteggiatore del tutto rispettoso e un criminale di mezza tacca. Questo tipo di pomposità non è insolito in Griffith, che qui (ma non nel successivo Dream Street) non riesce a creare un simbolismo funzionale alla narrazione, col risultato che queste figure, se si escludono alcuni punti nodali in cui si rendono necessarie per gli sviluppi successivi della vicenda, sembrano appartenere a un altro film.Molte delle caratteristiche che ho appena sottolineato possono essere interpretate come tentativi per dare maggiore consistenza a quello che altrimenti rischiava di apparire come un “mero” Biograph da un rullo “gonfiato” alla lunghezza di un lungometraggio. Il responso della stampa di settore, che lodava la semplicità del racconto bucolico ma deprecava la pomposità del melodramma (o che per lo meno aveva mostrato una certa ambivalenza al riguardo) forse incoraggiò Griffith a optare per una storia decisamente più semplice nel suo sesto Arcraft, True Heart Susie, distribuito negli ultimi mesi del 1919, dove tornerà alla narrazione onnisciente con gli annessi risvolti ironici di relativa consapevolezza che erano già presenti in Gold Is Not All del 1910 (si veda in “A Scene at the Movies” di Ben Brewster, Screen, Vol. 23, N° 2, 1982, p. 10-12). A Romance of Happy Valley non rappresenta tuttavia l’ultimo esperimento in ambito narrativo di Griffith; che tornerà a farsi sperimentatore in Dream Street e anche in The Greatest Question, che fu l’ultimo film prodotto prima del trasferimento a Mamaroneck e il primo ad essere distribuito dalla First National.Un altro fattore che può avere ispirato, o per lo meno modificato, True Heart Susie fu l’interpretazione di Lillian Gish. Nella sua recensione su Moving Picture World, Weitzel ne sottolineava la forza innovativa: “Lillian Gish, la Jennie del film, si discosta ulteriormente dalla sua precedente linea interpretativa [che sia un riferimento alla sua interpretazione in The Greatest Thing in Life?] e offre una caratterizzazione che è una combinazione di goffa titubanza e di grazia interiore. A tratti, il suo personaggio sfiora pericolosamente la farsa, ma è divertente, e sicuramente gran parte del pubblico le perdonerà questa nuova svolta”. Naturalmente, il protagonista di A Romance of Happy Valley è John Jr., e nella parte conclusiva del film il personaggio di Jennie ha scarsissimo rilievo, ricomparendo solo al momento della riconciliazione finale; ma, nella parte centrale, è Lillian Gish a prevalere, e inoltre il suo ruolo è molto più sfaccettato.Il successo di Gish nel creare questa passiva, buffa e al contempo toccante eroina deve aver suggerito a Griffith l’idea di un film in cui l’eroina, senza prenderne apertamente l’iniziativa, avrebbe assunto il ruolo di protagonista, e il suo partner quello di semplice ‘spalla’.L’esistenza stessa del Griffith Project, implicando che tutti i film diretti da Griffith sono di pari interesse, ha modificato la tendenza degli archivisti a considerare inutile la conservazione dei cosiddetti ‘Griffith minori’. Oggi, gli archivisti del cinema considerano il proprio lavoro come quello dei bibliotecari che nei depositi delle biblioteche preservano ogni opera pubblicata. Anche A Romance of Happy Valley, malgrado sia un film “piccolo”, e nemmeno tra i suoi più felici se paragonato ad altri film minori quali True Heart Susie, di cui peraltro anticipa alcuni aspetti sostanziali, mette in luce alcuni aspetti della sperimentazione narrativa di Griffith che finora erano stati ampiamente trascurati. – BEN BREWSTER [DWP Project # 570]

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