Da quando Otar è partito

Un film di Julie Bertuccelli. Con Esther Gorintin, Nino Khomasuridze, Dinara Drukarova, Temur Kalandadze, Rusudan Bolqvadze, Sasha Sarishvili, Duta Skhirtladze Titolo originale Depuis qu'Otar est parti. Drammatico, durata 102 min. - Francia, Belgio 2003.
Consigliato assolutamente no!
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Le vite di tre donne, figlia mamma e nonna, trafitte da un crudele destino.
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primo piano
Una bugia può essere un'opera di bene, ma non può durare
Luisa Ceretto     * * * - -

Vincitore della Semaine de la Critique a Cannes -edizione 2003 - questo è un film da citare come esempio per come un tema triste e duro, quale la perdita di un proprio caro, possa essere trattato in maniera lieve ed originale. Protagonista della vicenda una madre georgiana ulraottantenne (Esther Gorintin di cui va ricordata l'interpretazione in "Voyages" di Emmanuel Finkiel film ingiustamente ignorato dalla distribuzione italiana) la quale non vive che in attesa di sentire il proprio figlio, Otar, emigrato a Parigi. Alla figlia, invece, con cui la donna convive, non resta che sopravvivere in uno scenario post-comunista a cui è difficile abituarsi. Una cattiva notizia indurrà entrambe le donne, seppure in tempi e con modalità differenti, a mentire vicendevolmente.Un finale a sorpresa, denso di lirismo, chiude questo piccolo gioiello firmato da una regista che esordisce nel lungometraggio.

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Esercizio di ammirazione

sabato 20 marzo 2010 di mariabetta

Eka é vecchia ormai, ma non finita. Il suo spirito vive e si alimenta di un passato cocente e temerariamente custodito e delle notizie che le manda da Parigi l’adorato figlio Otar. Marina non é ancora vecchia ma é come se lo fosse. La disillusione che ha ucciso il suo entusiasmo non ha azzerato però il suo coraggio di donna. Vive per sua figlia e per sua madre con cui ha un rapporto di amore/odio per la perdurante gelosia infantile per il fratello Otar. Ada é continua »

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di Mario Sesti Duellanti

Una straordinaria attrice novantenne (Esther Gorintin) che ha iniziato quando ne aveva 85, tre generazioni di donne di Tblisi che sembrano aver trovato un precario equilibrio tra frustrazione e rassegnazione, un paese postcomunista che non sembra più neanche sorprendersi di aver raggiunto con la liberazione dall'Unione Sovietica un degrado maggiore a quello cui era abituata: l'esordio di Julie Bertuccelli (che nonostante il cognome non sa neanche una parola d'italiano), dopo un'apprezzata attività di documentarista, è di quelli che non lasciano incertezze, Il controllo delle sfumature di sentimenti perennemente fluttuanti in una tragedia instabile e incombente vale più di qualsiasi sperimentazione visiva o di qualunque estremismo estetico. »

di Luigi Paini Il Sole-24 Ore

Quant’è triste la casa senza Otar. La mamma Eka, la sorella Marina e la giovane nipote Ada aspettano continuamente sue notizie da Parigi, dove da tempo è emigrato lasciandosi dietro le spalle le miserie della natia Tbilisi, in Georgia. Da quando Otar è partito, di Julie Bertuccelli, racconta appunto un’assenza. È soprattutto l’anziana Eka a soffrirne. Una lettera per lei è tutto. Notizie del figlio, certezza del suo amore, un filo tenue di speranza che la mantiene in vita. Si capisce dunque quale drammatica portata abbia la scoperta della morte di Otar, vittima di un incidente sul lavoro. »

di Lietta Tornabuoni La Stampa

In una campagna luminosa, non lontano da Tbilissi capitale della Georgia, tra i colori trasparenti e delicati dell’estate russa, un amico cinquantasessantenne cerca di spiegare a una ragazza: «Non devi prendertela con tua madre. Abbiamo vissuto nella menzogna tutta la vita, e credevamo fosse la felicità. Quando ci hanno detto “la ricreazione è finita”, ormai era troppo tardi». Ma alla ragazza venticinquenne non importa nulla del comunismo, mentre sua madre odia Stalin come un feroce assassino e la sua vecchia nonna lo rimpiange, «era davvero un grand’uomo». »

di Paolo D'Agostini La Repubblica

Niente sociologia postsovietica, niente scenari miserabili, niente gangster, o delusioni affogate nell'alcol. Da quando Otar è partito evita tutto ciò. Ed è con molta e spiritosa sobrietà che la più vecchia delle tre donne protagoniste, la nonna Eka, sfoggia con orgoglio un po' snob la sua cultura francofona e francofila mentre non rinuncia a parlare bene della memoria del compaesano Stalin. Dunque, tre donne. Eka, sua figlia Marina e sua nipote, figlia di Marina, Ada. Convivono tra dignitosi stenti in una decrepita casa di Tbilisi, cadente ma fieramente adorna di una vecchia collezione di edizioni francesi. »

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