Hoffa - Santo o mafioso?

Un film di Danny DeVito. Con Armand Assante, Jack Nicholson, J.T. Walsh, Danny DeVito, Robert Prosky.
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Titolo originale Hoffa. Drammatico, durata 140 min. - USA, Francia 1992. Acquista »
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

Le ragioni festivaliere (leggasi: la possibilità di avere qualche star di prima grandezza per dare lustro mondano alla manifestazione) hanno spesso la meglio su ogni altra considerazione. E così la Berlinale 1993, dopo aver presentato Malcolm X di Spike Lee, ha trovato opportuno insistere sulla linea dei “docudrama” e andare alla pari nell’algebra ideologica mettendo in programma un filmone epico e bugiardo come Hoffa perché Nicholson - che è la forza e la qualità del film, bravissimo, istrionico, odioso e simpaticissimo - si era dichiarato disposto a venire: ed è venuto, difendendo a spada tratta il film dalle critiche.
Critiche sin troppo facili. Il “biopic” di Danny De Vito (per una volta, con un modesto Danny De Vito attore nel personaggio mai esistito di un assistente-amico di Hoffa) ha certo tutte le qualità produttive di un film di alto costo. Ma indulge a tutti i vizi di un neoregista che gioca con le tecniche appena scoperte: ed ecco quindi dissolvenze incrociate destinate a sbalordire, riprese zenitali e, peggio di tutto, De Vito stesso narcisisticamente riflesso in almeno nove immagini speculari.
Soprattutto, presenta come un eroe dei lavoratori afflitto solo da qualche intemperanza caratteriale Jimmy Hoffa, il potentissimo presidente dei camionisti, che tra il 1957 e il 1967 condusse la sua Union con sistemi a dir poco malavitosi, e che spari senza lasciar traccia da un parcheggio alla periferia di Detroit nel 1975 per finire, a opera della mafia sostengono i più, in qualche pilone di cemento o in pasto ai pesci.
La tesi del film, che si fa beffe in maniera pesante di Bob Kennedy, l’allora ministro della Giustizia che trascinò Hoffa di fronte a una commissione d’inchiesta, è che Hoffa sia stato vittima della Cia. In un momento in cui la storia, da JFK in qua, è oggetto di riletture e revisionismi continui da parte del cinema, si può capire anche questo. Un po’ meno il tono agiografico che il film riserva al suo personaggio, manco fosse Di Vittorio. E ancora meno si capisce cosa ci faccia David Mamet in questa sceneggiatura-polpettone con le sue evidenti simpatie di destra. Che
questo fosse l’unico modo per fare il film su Hoffa che Hollywood tenta da almeno trent’anni - tra l’altro, da un libro di Bob Kennedy - e che le minacce dei Teasters impedirono di fare, non giustifica l’operazione, se non dal punto di vista della disinformazione-spettacolo.
Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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