Tu ridi

   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

Sceneggiatura liberamente tratta dalle novelle di Luigi Pirandello, annunciano i titoli di testa del film con cui Paolo e Vittorio Taviani ritornano al mondo di Kaos a quattordici anni di distanza. E andando a ripercorrere i sei volumi delle Novelle per un anno pubblicate da Mondadori (ma come si sa le edizioni pirandelliane ormai abbondano) ci si renderà conto che quel "liberamente" è questa volta più che mai vero: impossibile identificare con precisione le novelle da cui sono tratte le storie che compongono Tu ridi, e che sono derivate piuttosto da un'ispirazione e da una problematica pirandelliana nutrita di centoni e di episodi diversi. A quello che si sa, Tu ridi doveva essere più lungo ed era contenuto in una cornice che metteva in scena lo stesso Pirandello. Non sappiamo cosa abbia spinto i Taviani a toglierla - anche perché il loro film, con novantanove minuti, è meritoriamente uno dei "corti" della Mostra. Ma succede così che la struttura a dittico del film lascia le due storie un po' nude, con qualche difficoltà a fondersi in un leggibile progetto comune, salvo il disagio che lasciano come ricordo. Antonio Albanese, che già in Vesna va veloce aveva smesso i suoi panni da comico, è pacatamente intenso nel ruolo di Felice, un ex baritono che, nella Roma fredda, piacentiniana, littoria degli anni 30, si è arreso, per un vizio cardiaco, a diventare un contabile del Teatro dell'Opera. Una vita triste: ma la notte, nel sonno, ride, anche se al risveglio non ricorda perché. E quando lo scopre - il suo inconscio è più volgare e più cattivo del suo io di ogni giorno, la vittima delle sue fantasie è un amico minorato, Giuseppe Cederna - non riesce a darsi pace, scoprendo di essere non diverso dai prepotenti che ogni giorno tormentano il poveretto. Tanto che, nonostante l'apparizione di una gentile figura femminile (Sabrina Ferilli), il piacere di umiliare il fascistone Luca Zingaretti e la gioia di ritornare per un momento all'arte che la necessità di vivere gli ha imposto di abbandonare, non riesce più a sopportare se stesso. La seconda anta del dittico ha una struttura più complessa e una conclusione più dura. I Taviani qui calano a sorpresa Lello Arena nel ruolo di un carceriere della mafia che tiene nascosto in un albergo deserto sulle Madonie, alle pendici del Monte Ballarò, un bambino sequestrato, figlio di un pentito. Sinistramente gentile, lo fa giocare con il computer, gli insegna il calcio. L'episodio contemporaneo si apre sul passato: su quegli stessi monti cent'anni prima era stato nascosto un vecchio medico (Turi Ferro), sequestrato in una balorda operazione di piccola mafia e morto dopo anni di prigionia mentre stava giocando con i figli dei suoi carcerieri - al contrario del povero bambino sequestrato dalla mafia di oggi che finirà sciolto nell'acido. I Taviani raccontano le due forme di violenza - quella psicologica dell'umiliazione nel primo episodio, quella fisica del secondo - con una sorta di asciutto distacco, sottolineato dalla fredda fotografia di Peppe Lanci. Ma il calore e la luce diKaos sono molto lontani e l'ipotesi pirandelliana di Tu ridi lascia soprattutto, nel registrare il progressivo imbarbarimento della vita, una scia di profondo malessere.
Da Repubblica (09 luglio 1998


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