Certi bambini

Un film di Andrea Frazzi, Antonio Frazzi. Con Gianluca Di Gennaro, Arturo Paglia, Miriam Candurro, Carmine Recano, Nuccia Fumo.
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Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 94 min. - Italia 2004. MYMONETRO Certi bambini * * * 1/2 - valutazione media: 3,68 su 38 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Federica Lamberti Zanardi

La Repubblica

Le auto corrono veloci, in un traffico denso e caotico. Sul ciglio della strada quattro bambini: avranno undici anni o giù di li. Ecco il primo: chiude gli occhi e si lancia sull’asfalto, trattiene il fiato schivando, Dio sa come, le auto impazzite che frenano, sterzano, sbandano per evitarlo. Poi tocca agli altri in una prova di coraggio più estenuante della roulette russa. Minuti di fiato sospeso, di adrenalina pura che ti lanciano in una storia fatta di infanzia e disperazione. È la scena iniziale di Certi bambini (da oggi nei cinema), un viaggio nella peggio gioventù del Sud, raccontato con stile frammentario e secco da Antonio e Andrea Frazzi.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo dl Diego De Sliva, che neI 2001 ha vinto il premio selezione Campiello ed è stato un piccolo caso editoriale. Racconta di Rosario, 11 anni, gli occhi grandi e malinconici, la bocca imbronciata, una nonna un po’rimbambita di cui si prende cura e la voglia di giocare a pallone tipica della sua età. Rosario beve, fuma, usa il coltello, svaligia appartamenti, fa sesso con baby prostitute e studia per diventare un boss. Chi è veramente? Un bambino o un criminale? «È un bambino che sta per diventare un killer. Abita in una città che può essere Napoli. Anche se non la cito mai, come non cito la parola camorra, perché potrebbe essere qualunque luogo del Sud del mondo: quello che mi interessava era puntare l’attenzione sullo scippo dell’infanzia», spiega De Silva.
Lo scrittore salernitano, ex avvocato penalista, ha collaborato alla sceneggiatura del film e ha aiutato i registi a dare un volto al suo Rosario. Per scegliere il piccolo attore, i fratelli Frazzi hanno tenuto provini a più di mille bambini delle scuole di Salerno e di Napoli. «Alla fine hanno scelto Gianluca Di Gennaro. E anche per me, ormai, il Rosario nato dalla mia fantasia ha la sua faccia, i suoi occhi». Gianiuca è nipote d’arte, suo nonno era il cantante napoletano Nunzio Gallo.
«La sua capacità di stare davanti alla macchina da presa è incredibile anche se non aveva mai recitato prima», raccontano insieme Antonio e Andrea Frazzi, che non solo sono fratelli ma anche gemelli e sulla loro simbiosi amano giocare, tanto da dare interviste stereofoniche e raccontare di strane coincidenze. Come quando hanno scelto di fare questo film. Andrea ha chiamato Antonio e gli ha detto: «Sto leggendo un libro straordinario». E il fratello: anch’io sto leggendo un libro straordinario. Vuoi vedere che è Io stesso». Era Certi bambini e per loro che hanno un debole per i temi dell’infanzia (hanno diretto il Don Milani televisivo e Il cielo cade, storia di due bimbe nella seconda guerra mondiale), era un’occasione da non perdere. «Di questo libro ci interessava il percorso interiore che porta un bambino di soli undici anni a diventare un killer. Abbiamo voluto mettere la cinepresa nella sua testa. Tutto il film racconta il suo punto di vista, il suo viaggio verso l’inferno».
Rispetto al romanzo dl De Silva, neI film la struttura narrativa è capovolta: l’episodio che fa di Rosario un baby killer, punto da cui parte lo scrittore, diventa la destinazione del viaggio, non solo interiore ma anche reale, del protagonista. Rimangono intatte, invece, la crudezza della storia, la realtà difficilissima di questo orfano che vive solo con la nonna imbottita di Roipnol e frequenta paninoteche luride dove divide pomeriggi con individui come Casaluce (Sergio Solli), piccolo boss di quartiere dalle abitudini pedofile.
Ma questo spaccato di realtà nasce dalle esperienze vissute come avvocato penalista da De Silva? «Avere bazzicato per anni le aule del tribunale di Salerno in qualche modo ha influenzato la storia», conferma lo scrittore-sceneggiatore. «In particolare, mi colpì una notizia processuale degli inizi degli anni Novanta: un bimbo di 11 anni era stato mandato a sparare a un pentito, dalla famiglia avversaria, durante il processo in aula. Erano le primissime volte che la camorra usava i bambini come sicari. La cosa mi colpì sul piano simbolico: i bambini killer sono funzionali perché garantiscono l’impunità e hanno un effetto terroristico devastante perché da loro non ti aspetti tanta violenza».
Una descrizione accurata di un mondo reale, concreto: «Ricordo che quando uscì il libro mi chiamò un’operatrice sociale di Ponticelli, una delle zone più degradate di Napoli e mi disse: “Non so come tu abbia fatto, ma quelli che descrivi sono proprio loro, i bambini con cui lavoro ogni giorno». Eppure, c’è chi non è d’accordo su questo affresco degli sciuscià del Duemila: lo considera un’iperbole artistica.
Cesare Moreno, per esempio, maestro di strada, fondatore del progetto Chance per il recupero del ragazzini che hanno irrimediabilmente abbandonato la scuola e con essa la speranza di un vita dignitosa, parte all’attacco: «È tutto fin troppo vero. Troppo. La storia di Rosario è un concentrato di situazioni estreme. È vero che a Napoli esistono i baby killer, ma sono molto pochi. Certo, ogni singolo elemento è reale. Ma tutti insieme, per fortuna, sono rarissimi». E continua: «Io con questi ragazzini ci lavoro da anni. Ne abbiamo già recuperati più di 300. E nessuno di loro è diventato un killer. Perché hanno incontrato qualcuno che ha teso loro una mano. Possibile che nella storia di Rosario non ci sia nessun adulto che fa fino in fondo il suo dovere? Anche in un buco nero c’è un piccola parte di bianco che piano piano assorbe tutto il nero».
Il film non lascia tutta questa speranza, ma la piega del sorriso di Rosario quando tira un calcio al pallone fa pensare che in qualche modo, dentro di lui, il bambino resiste. Nascosto da qualche parte, ma resiste.
Da Il Venerdì di Repubblica, 14 maggio 2004


di Federica Lamberti Zanardi, 14 maggio 2004

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