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giovedì 17 giugno 2021

Ingmar Bergman

Nome: Ernst Ingmar Bergman
Data nascita: 14 Luglio 1918 (Cancro), Uppsala (Svezia)

Data morte: 30 Luglio 2007 (89 anni), Faro (Svezia)

Il Sole-24 Ore

Luigi Paini

Alla fine vince sempre Lei. È una partita a scacchi truccata, questo lo sappiamo tutti, fin dall'inizio. Eppure non si deve rinunciare a giocare, mai: finché c'è un filo di vita, finché si respira si pensa si crea, vale la pena continuare a giocare.
Dunque, come sempre, ha vinto Lei, la Signora con la Falce. Ma prima di cedere l'ultima pedina, Ingmar Bergman – scomparso ieri all'età di 89 anni (era nato a Uppsala il 14 luglio 1918) nello splendido isolamento dell'adorata isola di Faro, nel Mar Baltico – ha giocato fino in fondo tutte le sue mosse. L'aveva scritto nella sua autobiografia, Lanterna magica, che evoca l'amore di tutta la vita per la magia del cinema: «In realtà, io vivo sempre nel mio sogno, e ogni tanto faccio visita alla realtà». [...] »

The New York Times

Stephen Holden

Certain screen images, no matter how often they are parodied, resist the demolition of ridicule. Take the image of a knight playing chess with Death in Ingmar Bergman’s 1957 allegory, The Seventh Seal, set in a medieval world reeling from the plague. This will always be Mr. Bergman’s defining signature: a joke perhaps, but also not a joke.
If you revisit The Seventh Seal with a smirk on your face, you will likely be struck anew by the power of this life-and-death chess match and the scary ashen face of a black-robed Death. What may seem the essence of portentous symbolism when taken out of context retains its primal force within the film. You are inescapably reminded that in the metaphysical and emotional struggles portrayed in Mr. [...] »

The New York Times

Mervyn Rothstein

Ingmar Bergman, the master filmmaker who found bleakness and despair as well as comedy and hope in his indelible explorations of the human condition, died yesterday at his home on the island of Faro, off the Baltic coast of Sweden. He was 89.
His death was announced by the Ingmar Bergman Foundation.
Mr. Bergman was widely considered one of the greatest directors in motion picture history. For much of the second half of the 20th century, he stood with directors like Federico Fellini and Akira Kurosawa at the pinnacle of serious filmmaking.
He moved from the comic romp of lovers in Smiles of a Summer Night in 1955 to the Crusader’s death-haunted search for God in The Seventh Seal in 1957; from the harrowing portrayal of fatal illness in Cries and Whispers in 1972 to the alternately humorous and horrifying depiction of family life a decade later in Fanny and Alexander. [...] »

La Stampa

Lietta Tornabuoni

Uno degli ultimi grandi autori di quel cinema che era specchio della vita, aiuto esistenziale, nutrimento culturale, vertigine narrativa, se n'è andato: ma Ingmar Bergman si era allontanato piano piano già da tempo, ben prima di aver compiuto 89 anni. Da tanto s'era taciuto il pettegolezzo internazionale sulla sua personalità contraddittoria: è uno schizofrenico, è un mistico; è un puritano calvinista, è un maniaco sessuale, è un uomo schivo, è un vanesio sfrenato; crede nel diavolo e ha con lui buonissimi rapporti, vorrebbe credere in Dio ma non ce la fa.
O anche: è un genio, è un modesto fornitore di filosofie e pensieri elevati per la borghesia benestante. Pochi registi come lui sono stati circondati da tanta stima, tanto rispetto, tante chiacchiere. [...] »

Il Manifesto

Roberto Silvestri

Cosa trasforma la notte in luce? Godard rispondeva, nel dopo Auschwitz; il cinema.
Chi meglio di Bergman, il regista svedese morto ieri a 89 anni, ne ha raccontato o taciuto le complesse magie collettive (anche nere) con più istintivo, irritante, contagioso e mai ortodosso estremismo?
Non a caso l'autobiografia Lanterna magica è omaggio al pre-cinema, divulgatore secolare di meravigliose cose mai viste. Col cineocchio, la Persona non sarebbe stata più la stessa, l'arte non più solo letteratura, musica, teatro, pittura... Bergman e il cinema moderno degli anni '50, partivano da tradizioni sceniche e iconografiche, anche del «muto», illustri (per lui i registi Maurice Stiller e Victor Sjoberg), dalla propria esperienza («per me il cinema è un bisogno, come mangiare, bere e amare»), dalla «soggettività desiderante» e dalle riflessioni di un gruppo di virtuosi-performer (Thülin, Andersson, Ullman, von Sydow, Bjornstrand, Sven Nykvist. [...] »

L'Unità

Toni Jop

Certo, adesso che è un paradigma, il mercato può accettarne la triste invadenza. Ma Bergman non è stato un autore di cassetta, non ha garantito incassi miliardari. Ha fatto felici generazioni di curiosi dell'anima che nei tempi del «dibattito» hanno respirato la vita fumosa dei cineclub. Per le grandi masse era e resterà un maestro discretamente lontano, un bel po' burbero, così severo da incutere quella soggezione che raggela i botteghini. Ma non troverete nessuno disposto a sostenere che «Il posto delle fragole» è «una boiata pazzesca». Sembra poco, ma è già qualcosa. Conviene, a questo punto, chiedersi se esista oggi, diciamo in Europa, un produttore disposto a sovvenzionare un film grigio-totale in cui c'è un signore anziano che affronta un viaggio assieme a un gruppetto di ragazzi. [...] »

L'Unità

Alberto Crespi

«Tra i registi di oggi mi piace molto Steven Spielberg» (Ingmar Bergman).
«Ho molto ammirato Bergman, e vorrei essere bravo come lui, ma non accadrà mai» (Steven Spielberg). Dite la verità, non ve lo aspettavate. Ma ci sono molte sorprese nella vita e nell'opera di Ingmar Bergman, classe 1918, morto ieri a 89 anni nel suo rifugio di Farö, l'isola svedese dove amava vivere, scrivere, riflettere e stupire il mondo. Bergman ci ha stupiti molte volte. Con i suoi film, certo, una sessantina di titoli dove si annidano numerosi capolavori.
Con le sue vicende personali, fatte di grandi amori e di dolorosi divorzi, ma anche di guai con il fisco svedese (nel '76 fu obbligato a riparare per qualche tempo in Germania) e di controverse dichiarazioni politiche (ormai anziano confessò di essere stato, da ragazzo, affascinato dal nazismo). [...] »

L'Unità

Moraldo Rossi

Non c'è più il grande Bergman, il regista la cui poetica alcuni consideravano vicina a quella di F. Fellini. Per giudicare bene bisognerebbe conoscere le valutazioni che uno dava dell'altro. Per quanto -riguarda le valutazioni «pubbliche» di Fellini, non sono sicuro di poter affermare che siano rispondenti al vero. E questo non perché il nostro artista non stimasse profondamente il suo collega svedese, ma perché ogni volta che si presentava un confronto, un confronto di quelli seri, e magari pericolosi con la più che legittima, ma forse un po' infantile, valutazione della propria statura, la sua sensibilità ne veniva scossa e il suo stato d'animo si agitava come si agitavano i suoi occhi costantemente preda di vorticose panoramiche. [...] »



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