Interviste & Cinema

Interviste e dichiarazioni dai personaggi dal mondo del cinema, dello spettacolo e delle arti visive.

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Elio Germano: «Ognuno di noi ha i suoi demoni e le sue... madonne»

L'attore racconta con Gianni Zanasi e Alba Rohrwacher il film Troppa grazia, presentato alla Quinzaine di Cannes e dal 22 novembre al cinema.

Elio Germano: «Ognuno di noi ha i suoi demoni e le sue... madonne»

giovedì 8 novembre 2018 - Paola Casella

Troppa grazia è un film anomalo come tutti quelli scritti e diretti da Gianni Zanasi: difficile catalogarlo secondo un unico genere. Al suo interno si muovono personaggi credibili che affrontano situazioni al limite della credibilità. Ma le relazioni (e le reazioni) sono autentiche, hanno il sapore della vita vissuta: anche per gli attori che li interpretano. Ne abbiamo parlato con il regista e parte del cast. "Troppa grazia è un film stra-ordinario in cui si ride molto. una lettera d'amore e un'ode pagana agli artisti". Elio e Alba, nel film la vostra sembra una coppia rodata da tempo: come avete raggiunto quel livello di familiarità, da attori?
Elio Germano: Alba ed io ci conosciamo da tanti anni, abbiamo cominciato a lavorare insieme quando lei era appena uscita da Centro Sperimentale e ci troviamo bene. Inoltre ogni film di Zanasi è compartecipato: la sceneggiatura è molto precisa, ma lui è pronto a metterne in discussione ogni aspetto e personaggio, il che apre la strada a far emergere più gli esseri umani che i performer.
Alba Rohrwacher: La forza del rapporto fra i nostri due caratteri era già in sceneggiatura. C'è una scena bellissima che descrive perfettamente la fine di un amore fra due che si sono amati profondamente e che in qualche modo non riusciranno mai a lasciarsi. Prima di rivederlo sul grande schermo non avevo capito che Troppa grazia fosse una storia d'amore, e che le scene fra me ed Elio fossero lo scheletro attorno a cui tutta la vicenda si animava.

Alba, come si è rapportata con Hadas Yaron, che interpreta il ruolo della Madonna?
Alba: Quando ho conosciuto Hadas ho provato subito un sentimento di vicinanza con lei che ha facilitato il nostro rapporto artistico. Poi ci siamo trovate insieme nel campo in cui Lucia vede per la prima volta la Madonna, e quando Hadas è arrivata un venticello le ha sollevato il velo dal capo. Era come se si fosse materializzata improvvisamente, nella maniera più semplice, e da lì siamo partiti. Poi abbiamo lavorato molto di improvvisazione, guidate dalle voci di Gianni Zanasi. La scena della lotta è stata impegnativa e divertente: sono portata all'autoflagellazione, ma in genere è interiore, qui invece ha raggiunto livelli fisici notevoli, dato che si è trattato di prendersi seriamente a schiaffi (ride).

L'attore racconta la sua esperienza con Brizé sul set di In guerra, film presentato a Cannes e dal 15 novembre al cinema.

Vincent Lindon: «La guerra moderna? Niente armi, oggi ci sono i licenziamenti»

giovedì 8 novembre 2018 - Paola Casella
Intervista a:
Vincent Lindon (59 anni)
da giovedì 15 novembre al cinema nel film In Guerra

Vincent Lindon: «La guerra moderna? Niente armi, oggi ci sono i licenziamenti» È la terza volta che Vincent Lindon fa coppia con il regista Stéphane Brizé per raccontare il mondo di oggi nelle sue contraddizioni e nella sua ferocia. Dopo aver vinto la Palma d'Oro a Cannes per la sua interpretazione del cinquantenne messo a guardia di un supermercato ne La legge del mercato, in In guerra Lindon è un sindacalista che deve cercare di evitare la chiusura di una fabbrica francese ed è pronto a qualsiasi cosa pur di non perdere il lavoro insieme ai suoi colleghi. "Una perfetta interazione tra Lindon e interpreti non professionisti al servizio di una sceneggiatura precisa che parla di rispetto dei patti". Dalla recensione di Giancarlo Zappoli, MYmovies.it Ci può spiegare il suo rapporto con Brizé?
Parliamo pochissimo dei personaggi, anche perché non li consideriamo ruoli cinematografici, ma esseri umani. Invece discutiamo animatamente di tutto il resto: la vita, il cinema, le donne, i figli. Quanto alla trama, Stéphane mi fa notare al massimo due o tre dettagli, il resto si sviluppa da solo secondo il nostro comune sentire.

Secondo lei siamo in guerra, come afferma il titolo?
Sì, ma è una guerra moderna, dove non si combatte con le armi e non si uccide fisicamente. Invece si sbattono le persone in mezzo ad una strada e le si priva della possibilità di mantenere la propria famiglia. Cammina e crepa, è il motto contemporaneo. Una rinuncia alla civiltà, l'ingiustizia e l'ipocrisia elevate al quadrato: il che è peggio di una guerra.


L'attore è Paco in Tutti lo sanno, nuova opera dell'autore iraniano al cinema da giovedì 8 novembre.

Javier Bardem: «Farhadi è un grandissimo narratore, il massimo per un attore»

martedì 30 ottobre 2018 - Paola Casella
Intervista a:
Javier Bardem (Javier Encinas Bardem) (49 anni)
da giovedì 8 novembre al cinema nel film Tutti lo Sanno

Javier Bardem: «Farhadi è un grandissimo narratore, il massimo per un attore» In Tutti lo sanno è Paco, proprietario di una vigna in un paese spagnolo dominato dalla famiglia della ex. La trama del film è complessa e stratificata come tutte quelle scritte e dirette dal regista e sceneggiatore iraniano Asghar Farhadi, e Javier Bardem si è prestato volentieri a interpretare il suo personaggio dalle mille facce. "La complessità non mi spaventa. Farhadi scrive personaggi ricchissimi che per un attore sono la manna dal cielo. Gli intrecci delle sue storie, i suoi dialoghi sono pieni di informazioni utili per chi deve interpretarli. E prima di iniziare le riprese fa un lavoro capillare con gli attori per spiegare il background di ogni ruolo, quel che è successo prima che la storia cominci". Javier Bardem È vero che le sceneggiature di Farhadi sono congegni ad orologeria?
Sì, ed è tutto in sceneggiatura, anche perché se qualcosa non c'è in sceneggiatura non ci sarà mai sullo schermo, per quanto possano essere curate le immagini e capaci gli attori. Asghar è un grandissimo narratore, un romanziere la cui specialità è snocciolare i dettagli per farceli conoscere poco a poco. A noi attori, come agli spettatori, non resta che tenergli dietro.

Questa non è la prima volta che recita insieme a sua moglie, Penelope Cruz. È cambiato qualcosa nel tempo?
Ogni volta siamo più rilassati, anche perché non dimentichiamo mai chi siamo veramente, che cosa è reale e cosa è finzione. Ad esempio in Loving Pablo (guarda la video recensione) interpretavo Escobar che, in una scena, esercitava violenza fisica e verbale sulla sua compagna, interpretata da Penelope. Ma lei sapeva che quel personaggio orribile non aveva niente a che vedere con me, e che recitare vuol dire immaginare anche situazioni e persone molto lontane da noi.


L'attrice racconta con Sam Esmail la serie che la vede protagonista, dal 2 novembre su Amazon Prime Video.

Julia Roberts: «Homecoming? La scelta migliore per il mio esordio nella serialità tv»

martedì 30 ottobre 2018 - a cura della redazione
Intervista a:
Sam Esmail

Julia Roberts: «Homecoming? La scelta migliore per il mio esordio nella serialità tv» La serie di Amazon Prime Video Homecoming ispirata a un podcast con Catherine Keener è l'opera più recente di Sam Esmail, il creatore della serie Mr Robot. Dieci puntate per arrivare al cuore di un mistero che debuttano sulla piattaforma digitale il 2 novembre, un thriller psicologico tutto basato sui personaggi e la loro disamina. Esmail ha voluto come protagonista Julia Roberts, nei panni dell'operatrice sociale Heidi, chiamata da una misteriosa organizzazione a lavorare con un gruppo di veterani di guerra bisognosi di riabilitazione psicologica. L'attrice di popolari commedie cinematografiche come Il matrimonio del mio migliore amico e Se scappi ti sposo, l'iconica prostituta Vivian di Pretty Woman si era già cimentata con questo genere - basti ricordare Il rapporto Pelican - ma non con la serialità. Homecoming segna il suo debutto - "Perché non l'ho fatto prima? Nessuno me lo aveva proposto!" ha commentato ironicamente - come attrice in una serie di cui, tra l'altro, è anche produttrice: "Il mondo di oggi è un luogo completamente differente rispetto a trent'anni fa, anche per gli attori. E anche io mi trovo in una posizione diversa, per cui ho la possibilità di essere coinvolta in più cose" ha replicato.

Ecco cos'altro ci hanno raccontato Julia Roberts e Sam Esmail.

Homecoming è un thriller paranoico che ricorda molto i film sulle teorie della cospirazione degli anni '70: sente di dovere qualcosa ad Alan J. Pakula e Brian de Palma?
Sam Esmail: Quando ho ascoltato per la prima volta il podcast, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata proprio l'atmosfera oppressiva di paranoia che lo permeava e il fatto che si concentrasse molto di più sui personaggi che sull'intreccio. De Palma è una delle ragioni per cui ho deciso di fare il film maker e mi capita spesso di riguardare i suoi film ossessivamente perché contengono una scena specifica o una specifica ripresa. Se poi penso ai thriller politici di Pakula, a Una squillo per l'Ispettore Klute o Perché un assassinio, e alle iconiche musiche di Michael Small, beh, quelli erano capolavori e quando mi si è presentata l'occasione di realizzare Homecoming ho cercato di catturare quei toni. Questo decennio ha in più che la tecnologia, da un punto di vista sociale, contribuisce a dare un senso straniante di paranoia, qualcosa che si percepisce nell'aria e che si connette molto bene con il genere.

Di Homecoming non è solo attrice ma anche produttrice.
Julia Roberts: La mia compagnia di produzione - penso sappiate che ho una mia compagna di produzione - mi ha dato grandi soddisfazioni. Quando sei un'attrice, il tuo livello di partecipazione è limitato: arrivi quando i giochi sono fatti, e ovviamente non hai la visione completa di tutto quello che succede. È interessante, invece, fare parte della conversazione, sapere cosa succede prima che inizino le riprese, partecipare alle operazioni che regolano la creazione di un film molto prima delle riprese. Com'è essere una produttrice donna oggi rispetto a un uomo? Non lo so, non sono mai stata un produttore uomo, ma penso di avere sempre ragione. Sì, non posso esserne sicura al 100% ma di solito è così.
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Il regista vincitore del Premio MYmovies-Alice nella Città per la Miglior Opera Prima racconta The Harvesters.

Etienne Kallos: «Sono un grande estimatore del Neorealismo»

domenica 28 ottobre 2018 - Paola Casella
Intervista a:
Etienne Kallos (46 anni)

Etienne Kallos: «Sono un grande estimatore del Neorealismo» Non se l'aspettava proprio, di vincere il Premio MYmovies per la miglior opera prima in concorso alla Festa di Roma: Etienne Kallos, sceneggiatore e regista sudafricano di origini greche, l'ha conquistato grazie a The Harvesters, in gara presso Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa. Eppure il suo film è stato sviluppato con l'aiuto di ben due numi tutelari di prestigio, il Sundance Lab e la Cinéphondation di Cannes, e proprio all'ultimo Festival di Cannes ha partecipato in concorso nella sezione Un Certain Regard. La giuria del neonato premio, composta dal co-founder e CEO di MYmovies Gianluca Guzzo, l'attore Vinicio Marchioni, la modella e attrice Elisa Sednaoui, il regista Andrea De Sica e lo sceneggiatore e produttore Barry Morrow, premio Oscar per Rain Man, ha scelto il film di Kallos "per il suo stile maturo, personale e cinematografico, oltre che per l'abilità del regista di ritrarre le contraddizioni e le fragilità di una società attraverso la figura emotivamente vibrante di un giovane che lotta contro i cambiamenti che sconvolgono la sua vita e lo costringono ad un tragico addio all'infanzia".


Con il film Dons of Disco, presentato alla Festa del Cinema di Roma, si riaccende una vecchia polemica.

Chi era Den Harrow? Stefano Zandri ha una verità da raccontare

Chi era Den Harrow? Stefano Zandri ha una verità da raccontare Lo chiamavano Den Harrow. Ma era Stefano Zandri da Nova Milanese. O forse invece era Tom Hooker, da Greenwich? Un fenomeno anni Ottanta quello di Den Harrow, legato ad alcune hit sensazionali (vi ricordate di "Future Brain" o di "Don't Break My Heart"?): inizialmente spacciato per un cantante americano - il nome nasce dalla parola italiana "Denaro", ndr - poi rivelatosi italiano e infine - trent'anni dopo - un progetto collettivo, in cui il proprietario del volto non coincideva con quello della voce. Una vicenda apparentemente simile al caso Milli Vanilli, con un colpo di scena nel 2012, quando Zandri ammette di aver svolto un ruolo di mimo e performer per il progetto e che le canzoni erano state composte e registrate da un altro cantante pop, Tom Hooker (che oggi si fa chiamare Thomas Barbèy). A rendere di nuovo attuale la vicenda è un documentario, Dons of Disco, girato da Jonathan Sutak: un confronto tra i punti di vista dei due contendenti, con una distribuzione diseguale tra l'artista (Hooker) e il suo "volto" (Zandri). Solo che Zandri non ci sta. Sostiene di aver firmato la liberatoria per tutt'altro, ovvero per un progetto sulla scena italo disco nel suo complesso anziché per un doc sull'annoso dualismo intorno alla paternità di Den Harrow. Due anni fa mi chiama Jonathan Sutak e mi dice che vorrebbe intervistarmi, perché sta facendo un documentario sugli anni 80 su Den Harrow e altri artisti del periodo. Il mio ex produttore Roberto Turatti mi dice di fare questa intervista e io ci sto. Sutak viene a Viareggio, dove vivo, e mi segue il giorno dopo a Berlino per un mio concerto. Poi mi fa firmare una liberatoria per un documentario che ritrae me insieme ad altri protagonisti della italo disco. Stefano Zandri Dopodiché non so più niente del film per due anni, finché mi chiama Sutak per dirmi che Dons of Disco in America è piaciuto a tutti e che sarebbe stato proiettato alla Festa del Cinema di Roma e in altre rassegne americane ed europee. Sono andato sul sito del film e ho visto la mia faccia: lì ho capito che il lavoro era interamente dedicato alla querelle tra me e Tom Hooker, con interviste a Chieregato (ex produttore di Den Harrow, ndr) e a Turatti. Chiedo di vedere il film, per capire come sono stato ritratto, ma nonostante le mie insistenze Sutak non me lo concede.
Poi mi invita alla prima di Roma il 15 ottobre - l'intervista risale al giorno stesso, ndr - ma ovviamente non ci vado, mentre Tom Hooker scopro che sarà presente. Non contento, qualche giorno prima della proiezione Tom chiama Radio Deejay nella speranza di ottenere qualche riscontro e pubblicità, tirando in ballo ancora questa storia. Nicola Savino e Linus, però, che sono miei amici, gli dicono di no e gli fanno capire che, se non fosse stato per Stefano Zandri, Den Harrow non sarebbe mai esistito. D'altronde il successo di Den Harrow è in gran parte dovuto alla sua immagine.


   
   
   

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Conversazione su Tiresia - Di e con Andrea Camilleri
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Tutti lo sanno
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Ti presento sofia
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A star is born
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Euforia
Euro 144.000
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Aneesh Chaganty racconta il suo pluripremiato film, thriller narrato interamente attraverso lo schermo di un computer, anzi due. Dal 18 ottobre al cinema.
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23/10/2018 12:10:00
Quello che non uccide: «un reboot da cui emerge l'anima (nera) di Lisbeth»
Regista e protagonisti raccontano il film, in programma domani alla Festa del Cinema di Roma.
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Fionn Whitehead: «Emma Thompson? Lavorare con lei è una passeggiata»
La giovanissima star di Dunkirk è Adam Henry in The Children Act - Il verdetto, film tratto dal best-seller di Ian McEwan e dal 18 ottobre al cinema.
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05/10/2018 10:00:00
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L'attore è la voce narrante in Zanna bianca, prima trasposizione animata dell'omonimo romanzo di Jack London. Da giovedì 11 ottobre al cinema.
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27/09/2018 14:00:00
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Esce oggi al cinema il nuovo film del regista afroamericano, raffinata commedia poliziesca di forte impatto sociopolitico. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes.
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Dal 13 settembre al cinema con Un affare di famiglia, film vincitore della Palma d'Oro a Cannes 2018, il regista rivela a MYmovies.it le sue idee sulla società giapponese moderna e sul suo modo di intendere il cinema.
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