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La Guarimba, il cinema al centro del villaggio grazie al piccolo festival calabrese

Giulio Vita, fondatore e direttore della rassegna di Amantea, racconta questa anomala edizione al via il 7 agosto.
di Tommaso Tocci

giovedì 6 agosto 2020 - Incontri

“Tre generazioni di migranti, tra Calabria e Venezuela”. Così racconta la sua storia familiare Giulio Vita, classe 1988, che sull’andare e tornare, e sull’incontro tra una dimensione internazionale e una cura del territorio locale, ha costruito non solo la sua vita ma anche la sua creatura, La Guarimba International Film Festival.

Vita fondò il festival ormai nel 2013 assieme a Sara Fratini, anche lei venezuelana ma incontrata a Madrid. Cresciuto a Caracas, i cui drive-in frequentava da bambino, ebbe l’idea di tornare nel piccolo paese in provincia di Cosenza dove sono sempre state le sue radici, e portare un evento culturale fresco e suggestivo laddove i pochi cinema erano ormai tutti chiusi. A otto anni di distanza, in un contesto “glocal” fatto di autenticità calabrese e influenze sudamericane anche nella grafica, il pubblico che si siede a guardare i cortometraggi de La Guarimba ha per Vita un’identità ben precisa. “Io considero mia nonna lo spettatore di riferimento: lei è una contadina di ottant’anni che non ha mai avuto grande accesso all’offerta culturale, e questa è la sua opportunità di vivere un’esperienza nuova.”
 

Il team di otto selezionatori de la Guarimba, giovane e multiculturale, si pone l’obiettivo di “sfidare il pubblico con opere che la maggior parte della gente del posto non trova in televisione” ma deve al tempo stesso coltivare un posizionamento di tutto rispetto nel campo dell’offerta internazionale di corti. “Abbiamo costruito il più grande festival di corti in Italia” dice orgoglioso Vita, “con grandi partner internazionali come Vimeo e Rai. Il nostro pubblico spazia dal contadino al critico cinematografico.”

Le sezioni, tutte competitive, comprendono documentari, finzione, animazione e anche il videoclip, forma cinematografica che almeno in Italia non appare spesso nel contesto festivaliero. “Ci interessa il cinema di ora, di chi è rilevante oggi e non vent’anni fa, e in questo il videoclip è una categoria molto viva. Nel nostro programma ci sono produzioni americane anche di alto livello, unite a opere più underground.”

Con un occhio di riguardo ai registi e alla loro presenza (quest’anno però messa in crisi dalla pandemia), la selezione ufficiale è andata a cercare soprattutto “dei cortometraggi coraggiosi”. Alcuni dei titoli hanno un pedigree di prestigio (ad esempio il francese The Van di Erenik Beqiri, presentato a Cannes), ma a Vita e alla sua squadra “non interessa se un film viene da Cannes o meno, così come d’altra parte ci teniamo a un processo di selezione rigoroso fatto senza amicizie o raccomandazioni.”

Così dunque sono stati scelti i 160 corti partecipanti, provenienti da più di 50 paesi. La Guarimba vuole essere “parte attiva del territorio”, ma per farlo è essenziale guardare lontano, come dimostra la sezione Americania, curata dal newyorchese Sam Morrill e attenta alla contemporaneità più spinta: ne fanno parte ad esempio We are George Floyd, sul recentissimo movimento antirazzista negli USA, e Delivered, sui fattorini di New York e sull’impatto della pandemia sul loro già cruciale lavoro. 

Temi sociali e tensioni del presente che animano anche la sezione Migrarti, pensata per promuovere opere di registi italiani di seconda generazione. Ma se “un festival non è un museo” come rivendica Giulio Vita, il valore della scoperta va anche a ritroso, e permetterà di apprezzare il lavoro dello storico regista senegalese Djibril Diop Mambéty grazie alla sezione Karmala, in cui Keba Danso si occupa di mostrare cinema dell’Africa sub-sahariana.


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