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Gli scrittori e il cinema: non solo Dostojevskij

Dostojevskij rappresentato in un film dà lo spunto per un panorama sugli scrittori visti dal cinema.
di Pino Farinotti

Virginia Woolf

lunedì 12 maggio 2008 - Focus

Virginia Woolf
Oscar Wilde, perfetto soggetto da film, ha una scrittrice per molti versi sua omologa. Sull'autore irlandese si erano spesi questi aggettivi: trasgressivo, imprevedibile, incontrollabile, bizzarro, bisex. Ebbene, tutti e cinque sono perfettamente trasferibili a Virginia Woolf. Con una differenza, quella di Wilde fu una vita brillante, quella della Woolf fu disperata. Sposò Leonard Woolf facendone il marito più infelice del regno unito. Ebbe una relazione, intensa, con Vita Sakville-Wets, scrittrice lesbica che dichiarava di saper sedurre ogni uomo e ogni donna. Vittima di un esaurimento devastante, Virginia scrisse un'ultima lettera al marito. "Carissimo, sento proprio che sto per impazzire di nuovo. E questa volta non guarirò. Così mi sono decisa a fare ciò che sembra la cosa migliore. Tu mi hai dato la più grande possibile felicità... Non ce la faccio più a lottare. So che adesso sto rovinando la tua vita e che senza di me riusciresti a lavorare... voglio dirti, tutti lo sanno, che se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Io non posso proprio continuare a rovinarti la vita." Siamo alla fine degli anni Venti, la coppia viveva in una villetta del Sussex.Virginia uscì di casa, camminò verso il fiume Ouse, si mise in tasca dei sassi, entrò nell'acqua e si lasciò annegare. La fase finale della vita di Virginia viene raccontata nel film The Hours, di Stephen Daldry, del 2004. La Woolf è interpretata da Nicole Kidman, letteralmente deturpata per assomigliare al modello originale. Come spesso accade ai troppo belli, la Kidman si compiacque di abbruttirsi, ci mise passione, voleva valere per talento, non per bellezza. E fu premiata, come meglio non avrebbe potuto, con l'Oscar come attrice protagonista. L'attitudine al cinema di Virginia aveva avuto un altro riscontro, ancora più importante e ardente, nel 1966, attraverso il film Chi ha paura di Virginia Woolf?, di Mike Nichols. Virginia era Elizabeth Taylor. Nella notte delle stelle del '67 il titolo si contese gli Oscar più importanti con Un uomo per tutte le stagioni. La "Woolf" ne vinse ben cinque. E anche la protagonista Elizabeth-Virginia lo vinse. C'è minore verità in questa rappresentazione, rispetto a The Hours. Mentre la Kidman aveva accettato di consegnare se stessa al suo modello, la Taylor doveva comunque "essere Elizabeth", con i suoi isterismi, le debolezze, e le aberrazioni. Liz è una Virginia più alcolizzata e isterica che depressa e disperata. In questo senso ci mise del suo anche il co-protagonista, l'immancabile Richard Burton. La coppia era troppo ingombrante per non occupare gran parte degli spazi veri di Leonard e Virginia Woolf. L'assunto finale era dunque: la scrittrice inglese non aveva portato fortuna a se stessa, ma tanta a chi la interpretava.

Hemingway
Due vite spericolate da cinema, in modo diverso, furono quelle di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway. I due, si sa, sono gli eroi della generazione nata alla fine dell'Ottocento (quella dei Faulkner, Dos Passos, Steinbeck fra gli altri), che raccolse il testimone dei grandi britannici per evolvere i contenuti secondo la storia e la cultura del primo Novecento. Nel frattempo era successo qualcosa, era successo il cinema. Hemingway visse abbastanza per vedere molti dei suoi libri tradotti in film. Lo scrittore di Chicago provava un disprezzo assoluto per il cinema. E ne aveva tutte le ragioni. Hollywood, che significa, per lo più, felicità e lieto fine, stravolse molte delle sue storie trasformando l'indispensabile finale drammatico letterario in un bacio fra i due divi protagonisti. Certo, i contratti erano quelli, ma quando venne a sapere che la Paramount cercava di salvare il protagonista Jordan (l'eroe che deve morire sul ponte per permettere ai suoi di salvarsi) in Per chi suona la campana, disse: "Se lo fanno, prendo il fucile e comincio a sparare". E così Gary Cooper muore, secondo copione, anzi, secondo libro, e non se ne va verso il tramonto violaceo con Ingrid Bergman mano nella mano. Hemingway passò gran parte della sua vita lontano dall'America: a Parigi a ispirarsi (là, tutti si ispiravano), in Africa a cacciare, a Cuba a pescare, in Europa nelle guerre. Vita spericolata, appunto. E vita da film. In Le avventure di un giovane, di Martin Ritt, del '62, vengono rappresentati i racconti giovanili dello scrittore, "Le avventure di Nick Adams". Nick è semplicemente Ernest. Le prime cacce nei boschi, il road, volontario in Italia nel '16, la ferita alla gamba, il primo doloroso amore, il ritorno a casa, ormai uomo. L'attore che fa Ernest è Richard Beymer, all'altezza. Beymer si sarebbe affermato l'anno dopo come protagonista in West Side Story.

Fitzgerald
Gregory Peck interpreta due personaggi di Hemingway, nei film: Passione selvaggia e Le nevi del Kilimangiaro. Il primo è tratto da "La breve vita felice di Francis Macomber", il secondo dal titolo omonimo. Entrambi fanno parte del volume "I quarantanove racconti". Lo scrittore Harry Street protagonista delle "Nevi" è decisamente Hemingway, un alter ego davvero vicino alla verità. Ecco dunque la Costa Azzurra, i primi successi, Parigi, la Spagna delle corride e della guerra civile, i safari in Kenya. E gli amori, naturalmente. Gregory Peck è legato anche a Francis Scott Fitzgerald, la cui vita spericolata viveva su versanti diversi da quella di Hemingway: quello mondano e quello drammatico. Con la moglie Zelda, Francis fu per anni il magnifico modello-giovane di quella che fu chiamata la generazione perduta. La coppia dettava legge, sulla Costa Azzurra come a Parigi e a New York: ballavano sui tavoli, si gettavano all'alba nelle fontane, avevano adepti. Quando il suo disturbo mentale divenne malattia grave, Zelda venne ricoverata in una clinica. Francis, ormai in declino, per sostenere i costi del ricovero e per pensare alla figlia Scottie, dovette accettare tutto ciò che gli veniva proposto, stupidi racconti di gossip per i magazine oppure... il cinema. Si trasferì a Hollywood verso la fine degli anni Trenta. Gli affidarono alcune sceneggiature, ma Francis era a disagio col linguaggio semplice e diretto del cinema. Lui, che aveva scritto i più bei dialoghi della letteratura di quell'epoca. A Hollywood conobbe l'inglese Sheila Graham, cronista di cinema. I due ebbero una relazione di alti e bassi e lo scrittore, licenziato dalla Metro, riprese a bere. Depresso e disoccupato, ammalato, tentò di scrivere un altro romanzo, "Gli ultimi fuochi". Morì al settimo capitolo, di infarto. Aveva 44 anni. La vita con Zelda viene raccontata nel romanzo "Tenera è la notte", davvero autobiografico, diventato film nel 1962. L'alter ego di Scott è Dick Diver, interpretato da Jason Robards, inadeguato. Un ottimo ritratto dello scrittore lo si deve a Timothy Hutton, in un film televisivo. Nel 1959 la Fox produsse Adorabile infedele, che racconta la vicenda di Fitzgerald a Hollywood. La parte di Sheyla Graham fu affidata a Deborah Kerr. Il film, pure nei legittimi eccessi e licenze (per cominciare Scott era biondo e delicato, Peck moro e corpulento) si avvicina molto alla verità, trasmettendo il disagio e il dolore di uno dei massimi scrittori americani che si confrontava e si umiliava, con sceneggiatori e produttori che non avevano un millesimo del suo talento.

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