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sabato 25 maggio 2019

James Baldwin

Data nascita: 2 Agosto 1924 (Leone)
Data morte: 1 Dicembre 1987 (63 anni)

What Happened, Miss Simone?

Un film di Liz Garbus. Con James Baldwin, Stokely Carmichael, Walter Cronkite, Stanley Crouch, Gerrit De Bruin, Dick Gregory.
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Genere Documentario, - USA 2015.
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giovedì 9 maggio 2019 - Il regista gira in silenzio lasciando che che il suono più assordante sia quello del cuore di una comunità destinato a spezzarsi, giorno dopo giorno. Al cinema dal 13 maggio e oggi in anteprima.

Che fare quando il mondo è in fiamme?, Minervini racconta la privazione e il desiderio di riscatto

Paola Casella cinemanews

Che fare quando il mondo è in fiamme?, Minervini racconta la privazione e il desiderio di riscatto A fare la differenza, in un documentario d'autore, è l'originalità dello sguardo, perché l'obiettività assoluta, a conti fatti, non esiste: il vissuto di un regista, il suo background culturale hanno sempre un'importanza. Quel che si può fare è cercare di penetrare la realtà che si intende filmare rendendosi il più possibile invisibili, e assorbendo senza pregiudizi l'atmosfera che si vuole documentare. Che fare quando il mondo è in fiamme? procede esattamente così: Roberto Minervini, che è italiano ma vive ormai da tempo negli Stati Uniti, entra nel microcosmo di Tremé, quartiere prevalentemente afroamericano di New Orleans, e si mescola ai suoi abitanti, scegliendone alcuni per raccontarlo da diverse angolazioni, che però convergono su alcuni temi: l'esclusione, la marginalità, la mancanza di opportunità e di orizzonti della comunità black.

La scelta di girare in un bianco e nero contrastato è estetica ma anche narrativa, poiché negli Stati Uniti di oggi, come in quelli della schiavitù (che in Louisiana ha visto una delle sue roccaforti più dure a morire) la differenza si vede e si sente, ed è una differenza radicale che spinge gli esclusi verso la radicalità: quella delle Pantere Nere come quella dei Nativi Americani, ma anche quella minima di una donna che cerca di valorizzare la propria cultura e di una mamma che cerca di tenere i suoi figli lontani dalle gang e dai proiettili vaganti.
Ma Minervini è italiano, è arrivato da straniero nel Nuovo Mondo, e dunque conserva una prospettiva "altra", che qui si manifesta soprattutto nella capacità di depurare il proprio sguardo da quella rabbia che è la naturale conseguenza di una marginalità perpetuata volontariamente. Così il peregrinare di casa in casa della militante Black Panther, non a caso anche lei una donna, non è aggressivo ma solidale, ed è la fatica di Sisifo di chi combatte ogni giorno contro un'Idra dalle teste sempre pronte a ricrescere e a rivelarsi letali. Così, nella lotta impari della madre contro le statistiche che vogliono i suoi due giovani maschi neri destinati a soccombere, c'è un'ostinazione per cui "tutti i mezzi necessari" sono la forza della disperazione e un sentimento universalmente materno, quello che non guarda al calcolo della probabilità ma alla luce alla fine del tunnel.

Anche il ritmo di Che fare quando il mondo è in fiamme? non è un crescendo con un climax finale da Avengers, ma un procedere insistito e ripetitivo che segue il flusso lento di esistenze zavorrate dalla frustrazione e dall'impotenza. Le invettive della barista sono volutamente teatrali perché non sono sfoghi risolutivi, ma lamenti da blues metropolitano, grida contro il cielo: "Oh Lord, won't you listen, won't you give me justice?" Allo stesso modo i tamburi della cerimonia "pellerossa" sono un rituale di resistenza che non ha vere speranze di riscatto, solo un dovere di ricordo.

Il regista assume il suo ruolo di testimone camminando insieme alle Pantere Nere, seguendo come un angelo custode i due ragazzini per strada senza la pretesa di poterli difendere davvero, e non vanta l'incazzatura militante di uno Spike Lee, o di un Melvin Van Peebles, o di James Baldwin nel meraviglioso documentario I Am Not Your Negro. Perché Minervini non dimentica di essere incontrovertibilmente bianco, europeo, italiano, maschio, armato di una cinepresa che può raccontare il mondo dalla sua prospettiva anche quando a parlare sono gli afroamericani. Sa che la gente di quel quartiere dovrà continuare ad inventarsi la vita anche dopo che le cineprese se ne saranno andate. E dunque si mette in un angolo - quello giusto, secondo la sua esperienza di documentarista - e gira in silenzio, lasciando che il suono più assordante sia quello del cuore di una comunità che, collettivamente e individualmente, è destinato a spezzarsi ogni giorno.

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