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venerdž 21 febbraio 2020

Daniel ArŠoz

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martedž 18 febbraio 2020 - Presentato a Toronto e premiato ai Goya Awards, un film che fa ridere, fa soffrire, fa pensare a quanta umanità c’è sparsa per i retrobottega del mondo. Da giovedì 20 febbraio al cinema.

Criminali come noi, la rivincita dei tonti, degli incauti, degli onesti

Giovanni Bogani cinemanews

Criminali come noi, la rivincita dei tonti, degli incauti, degli onesti È la faccia da Francesco Guccini di Ricardo Darín – occhi chiari, barba scapigliata, senso di infinita malinconia e perduto amore per ogni dettaglio del mondo – a portarci dentro questa storia, dentro un’Argentina sgualcita, dentro una vicenda paradossale, tragi/malin/comica da Soliti ignoti. Del resto, l’Argentina – lo dice sempre Guccini – non è poi così lontana dall’Italia anni ’50. Anche cinematograficamente. 
 

Presentato al Toronto film festival, premiato ai Goya Awards come Miglior film latino americano, tratto dal romanzo di Eduardo Sacheri “La noche de la Usina”, Criminali come noi è una commedia che fa ridere, che fa soffrire. Che ti fa pensare a quanta umanità c’è, sparsa per i retrobottega del mondo. 
Giovanni Bogani, MYmovies.it
Perché è un retrobottega del mondo, l’Argentina che vediamo, alla provincia estrema di un paese che è già provincia estrema dell’Occidente. È in questo retrobottega che viviamo, quasi tutti. E questi personaggi, che impariamo presto ad amare, sono più scombinati, idealisti e ingenui di noi. Ma non è detto che siano peggiori, anzi. Citano Bakunin e Peròn; come se uno da noi si mettesse a citare Sacco, Vanzetti e Berlinguer. Strumenti vecchi per leggere il mondo; ma forse non da buttare. 

Siamo nell’Argentina del 2001, alla vigilia della devastante crisi economica che la mise in ginocchio. È il momento, sbagliatissimo, che Fermìn – Ricardo Darín – sceglie per il suo sogno. Insieme alla moglie – Verònica Llinàs, sfiorita e amorosa – vuole convertire una fabbrica a lungo abbandonata in un granaio che possa impiegare almeno trenta persone. Mancano i capitali per far partire l’impresa. Per ottenere un prestito dalle banche, mettono insieme i soldi di tanti amici – alcuni sono disoccupati, altri stanno appena sopra la linea di sopravvivenza – per entrare nel “business” insieme. 

E quei soldi, riescono a metterli insieme: ma invece di tenerli in una cassetta di sicurezza, un direttore di banca senza scrupoli li convince ad aprire un conto. Sapendo benissimo che di lì a pochissimo i conti verranno congelati. È l’evento che milioni di argentini conoscono bene, e che ricordano come “el corralito”. Il 19 dicembre 2001 il governo argentino congela tutti i conti correnti. Ma non basta: c’è qualcuno che gioca ancora più sporco. È un avvocato che si prende quel contante e lo mette al sicuro in una specie di caveau in mezzo alla campagna, un bunker a prova di assalto, con un sistema di allarmi che nemmeno Fort Knox.

Accadranno molte altre cose. Alcune tragiche, alcune comiche, alcune romantiche. E tu, intanto, ti avvicini sempre più a questa banda di amabili disgraziati. Arriverà un’idea per avvicinarsi a quel sistema impenetrabile, presa dal film Come rubare un milione di dollari e vivere felici con Audrey Hepburn e Peter O’Toole. Il cinema, il vecchio cinema degli anni ’60, lo senti che possa vivere nell’anima di questi criminali per caso e fuori corso, arrivati oltre la data di scadenza. Intorno, il senso profondo di un’Argentina preda del potere e della corruzione, sulla quale non ti puoi prendere rivincite se non fittizie, e temporanee.  

Verrebbe da partire dal casting, per raccontare questo film. Sono tutti brutti, e tutti bellissimi. Tutti sbagliati, e tutti giusti per raccontare quello che devono raccontare. Giusti per come li sentiamo vicini. Nessuno “bello” canonicamente, tutti sbilenchi. Ma tutti pronti a tener duro, a non dare per persa la partita della vita. Per questo, Criminali come noi dà più speranza e ha più senso di un Ocean’s qualsiasi. Il mondo, certo, non cambierà se noi proviamo a prenderci una rivincita. Ma ognuno di noi può combattere la sua piccola battaglia, provare a dare un senso alla sua vita. 
È bravo, molto, Ricardo Darín, origini venete e mediorientali, fuoriclasse del cinema argentino, già protagonista de Il segreto dei suoi occhi, Oscar per il Miglior film straniero del 2010. Con il regista Sebastian Borensztein aveva già lavorato in Cosa piove dal cielo?, che gli valse il Marc’Aurelio d’oro a Roma nel 2011. Nel 2016 sempre con Borensztein aveva interpretato Capitano Koblic; questo è il suo terzo lavoro con il regista. Stavolta porta dentro anche il figlio, Ricardo “Chino” Darín, già visto in Una notte di 12 anni (guarda la video recensione). Fantastico Luis Brandoni nei panni del vecchio anarchico riparatore di gomme di biciclette, e Daniel Aráoz, peronista irriducibile. 

Che cosa c’è che si fa amare nel film? Quei momenti in cui tutto sembra perduto. E questi uomini da niente, con pochi agganci sociali e pochissima tecnologia a disposizione, non si arrendono. E poi c’è, di bello, come il film mostri, con quali dettagli e quale minuzia, la fatica concreta della realizzazione di un piano. La meccanica molto poco euforizzante del crimine: è tutto un lavoro sporco, scavare, camminare, tagliare. 

Il resto, è la storia di Robin Hood e dei suoi compagni della foresta, ma ancora più laceri, scomposti e disorientati; di Sandokan e dei suoi tigrotti, ma senza i kriss malesi e senza i prahos. O, se vogliamo, di Davide contro Golia. Solo che Davide ha più di sessant’anni ed è incline alla malinconia. 

Una riga sul titolo originale, “La odisea de los giles”. “Giles” non lo troveremo nei dizionari online: ma pare che, nel linguaggio colloquiale di Argentina, Uruguay e Cile, siano le persone incaute o ingenue. I coglioni, insomma.

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