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di Cristina Borsatti Film TV
Poetico, emozionante, spettacolare, commovente. Premesso che è sempre pericoloso aver letto e amato il libro da cui un film è tratto, è inevitabile non farci i conti. Per prima cosa va detto che Il cacciatore di aquiloni diretto da Marc Forster è un bellissimo film: attori intensi, affascinanti ricostruzioni storiche, potenza narrativa. Eppure, il complesso turbamento che il bestseller di Khaled Hosseini è stato capace di suscitare nel lettore non viene completamente restituito. E Forster non riesce a tradurre in immagini un sentire e un'atmosfera che nelle pagine hanno il sapore del vissuto.
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di Arianna Finos Il Venerdì di Repubblica
Minacciati dai talebani per aver prestato i loro volti ai protagonisti del bestseller di Hosseini, i due bambini hanno dovuto cambiare Paese. Ora, mentre si attende l'arrivo del suo lavoro nelle sale italiane, il regista Marc Forster, che li aveva scovati a Kabul, non si dà pace: «Spero che almeno siano felici...»
Nonostante tutto quello che è successo dopo, reso l'idea che Amir e Hassan potevano essere portati sullo schermo solo da due bambini afgani...»: Mare Forster, regista del Cacciatori dï aquiloni non ha dubbi: è convinto di aver fatto la scelta giusta, anche se poi i guai sono stati tanti e, alla fine, dopo le minacce dei talebani, la produzione ha dovuto trasferire velocemente i piccoli attori, insieme con le loro famiglie, negli Emirati Arabi Uniti.
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di Alessandra Farkas Il Corriere della Sera
«Grazie, Roya. Senza di te questo libro non esisterebbe. Ti amo». Nell'ultima pagina del suo secondo bestseller, Mille splendidi soli (Piemme), Khaled Hosseini ringrazia la moglie Roya, colta avvocatessa afgana e madre dei loro due figli, Haris e Farah, nonché sua grande musa.
« È stata lei, subito dopo l'11 settembre, a persuadermi a contattare un agente a New York», racconta l'autore. «A quei tempi lavoravo ancora come medico internista a San José e stavo terminando Il cacciatore dì aquiloni, che non mi sarei mai sognato di pubblicare.
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di Gian Luigi Rondi Il Tempo
«Il cacciatore di aquiloni» dello scrittore afghano Khaled Hosseini ha avuto, da quando è uscito nel 2004, uno straordinario successo editoriale. Pubblicato in quarantanove Paesi, ha venduto a tutt'oggi 1.700.000 copie. Di intenzioni spiccatamente autobiografiche, ci diceva di un ragazzino che in Afghanistan aveva vissuto la caduta della monarchia e l'invasione sovietica, tornandovi da adulto, dopo essere emigrato negli Stati Uniti, per riparare, nonostante la fosca tirannia dei talebani, a una colpa commessa da piccolo ai danni di un coetaneo.
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di Francesco Alò Il Messaggero
Un telefono squilla nella California del 2000. "Si può tornare a essere buoni" dice una voce dal passato. Per farlo Amir, scrittore di successo, deve tornare nel suo Afghanistan dove 22 anni prima correva per le strade di Kabul con l'amico Hassan inseguendo un aquilone colorato. La differenza di etnia non li divise. Il coraggio sì. Quando Hassan, servo di etnia hazara, viene malmenato e violentato da un gruppetto di imberbi fondamentalisti, il nobile pashtun Amir fugge vigliaccamente. Perderà innocenza e patria, rifugiandosi negli Usa dopo l'invasione sovietica del '79.
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di Piera Detassis Panorama
Per adattare la bellissima storia raccontata dallo scrittore Khaled Hosseini, it regista Marc Forster sceglie la strada più semplice e diretta, quella del sentimento, e non si lascia tentare né dalla saga storica né da esibizioni di stile, puntando tutto sulle facce dei piccoli protagonisti. Travolti dalle Lacrime, ci porteremo per sempre negli occhi la faccetta camusa, un po' storta, di Hassan, etnia azara (Ahmad Khan Mahrnoodzada), il prodigioso cacciatore di aquiloni, amico e servitore fedele di Amir, pacifico sino al sacrificio.
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Corriere della Sera Magazine
Gli aquiloni che volano atti nel cielo sopra Kabul (e vent’anni dopo su San Francisco) sono il simbolo del fantasma della libertà. Sullo sfondo dell’Afghanistan straziato dall’invasione sovietica e dal dominio dei talebani, scorre la storia di una viltà infantile, pagata con una lunga espiazione e infine con un atto di generoso coraggio. Mare Forster illustra un drammatico romanzo da milioni di copie. È un professionista (ora sta girando il nuovo Bond): non è neppure giusto chiedergli che ci metta l'anima.
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di Alessandra Levantesi La Stampa
Una chiamata da Peshawar sprofonda nei ricordi il giovane scrittore afghano Amir, fuggito in America all'arrivo dei russi, ed è nella Kabul del '75 che si avvia in flashback la vicenda di Il cacciatore di aquiloni. Raccontando il rapporto che lega l'allora dodicenne protagonista a Hassan, figlio di un servitore e suo inseparabile compagno di giochi: un vincolo fraterno sul quale però si riverberano le ambiguità di Amir e le ribollenti contraddizioni (Hassan appartiene all'etnia hazara disprezzata dalla maggioranza pashthun) di un paese dove i fanatici già si fanno sentire.
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di Dario Zonta L'Unità
Tutti coloro, e non sono pochi (in Italia più di un milione), che hanno letto e amato il romanzo di Khaled Hosseini, II cacciatore di aquiloni, aspettano con molto curiosità l'uscita del film omonimo. Da oggi potranno giudicare e chissà se il film, molto fedele allo spirito e al dettato del libro, per quei lettori riuscirà a mantenere l'aura di questa prodigiosa storia di amicizia, fedeltà e morte tra due ragazzini afgani appartenenti a etnie contrapposte. Un'amicizia che nasce nella Kabul cosmopolita degli anni 70, prima dell'invasione russa e del dominio talebano, quando ancora era possibile che due bambini, l'uno pashtun e l'altro hazara, potessero scorazzare per la città colorata e confusa, facendo squadra nel gioco della caccia agli aquiloni.
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Il Foglio
Non si vendono 8 milioni di copie nel mondo (2 soltanto in Italia, patria dei non lettori, la proporzione è interessante e andrebbe indagata) senza qualcosa di forte che scateni il passaparola. "Il cacciatore di aquiloni" aveva tutto e anche di più: un'amicizia infantile avvelenata dalla gelosia, il senso di colpa e l'espiazione, il destino che si allea con la storia per far più danni, il figlio del servo e il figlio del padrone, l'ambientazione afgana (in due tempi: prima dell'invasione sovietica e sotto i talebani, con tappa nella California degli emigrati), le etnie rivali, la fedeltà e la codardia, un intreccio romanzesco da non svelare a chi non ha ancora letto il libro o vedrà il film, un incipit a presa rapida: "Sono diventato la persona che sono ora a dodici anni".
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