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di Claudio Masenza Ciak
Un nuovo genere sembra stia nascendo nel cinema americano e qualcuno, parafrasando il titolo del sanguinoso campione di box office di Mel Gibson, lo ha definito «la passione dell'avanti Cristo». Sono film che guardano al passato con un grado di immaginazione al quale ci ha abituato la fantascienza e giustificano clamorose inesattezze con la logica inoppugnabile del profitto cinematografico. Nulla da ridire. Le favole sono sempre esistite e a nessuno viene in mente di rapportarle a epoche storiche, sia pur remote e buie.
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New York Post
10.000 A.C. è ambientato su un'imprecisata montagna dove una tribù che parla un inglese quasi perfetto ha adottato Evolet, unica sopravvissuta di un'altra tribù dove hanno gli occhi azzurri e dove hanno scoperto il mascara con qualche secolo d'anticipo. Di Evolet si è innamorato D'Leh, un giovane cacciatore che apparentemente ha un rasoio e una palestra nascosti in qualche caverna. Quando Evolet e altri membri della tribù sono rapiti da misteriosi cattivi arabeggianti, D'Leh si getta al loro inseguimento per liberare la sua bella e compiere una specie di profezia.
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di Alberto Castellano Il Mattino
Roland Emmerich è uno dei re del neokolossal hollywoodiano e il suo «10.000 a.C.» esibisce numeri da record: un budget da 75 milioni di dollari, due anni e mezzo di lavorazione, effetti speciali incredibili. Il regista del sottovalutato «Independence Day», «L'alba del giorno dopo», «Godzilla», però, conosce bene la macchina spettacolare, sa come dare spessore all'imponenza dei mezzi, sa trasformare la magniloquenza dell'avventura in colossali ed emozionanti viaggi spaziotemporali. Dagli scenari di un futuro apocalittico stavolta Emmerich si è spostato in un passato molto remoto e ha immaginato che 10.
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di Adriano De Carlo Il Giornale
Un cocktail che mischia l'Era post Glaciale, mammut che 10.000 anni fa erano scomparsi, popoli di ogni colore, cerimonie tribali, armi di pura invenzione, tigri grandi come elefanti, e un protagonista che sembra reduce da una sfilata di Armani. Fatte queste riserve è possibile divertirsi. Roland Emmerich ha fatto spesa al supermercato del cinema, ficcando nel paniere un po' di Mel Gibson (Eucalypto), un pizzico del Gladiatore, una spruzzata di Conan il barbaro e tutto quanto fa spettacolo per raccontare le avventure del giovane guerriero D'Leh (Steven Strait).
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Ciak
Una volta l'avremmo definito, con molti milioni di dollari di budget in meno (qui la cifra stanziata è stata stimata intorno ai 75 milioni di dollari), un tipico "film da oratorio" (a parte la descrizione della casta sacerdotale, spregevole, infida, parassita ed effeminata, insomma al suo peggio). Il bene individuale e quello collettivo vincono e il male perde: il cacciatore D'Leh (Steven Strait) libera tutti — bianchi e neri — dal giogo dei negrieri (dalle fattezze medio-orientali), in particolare la sua amata Evolet dagli occhi azzurrì (Camilla Belle e lo è davvero).
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di Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Kolossal preistorico in computer graphic ed effetti speciali: nulla è reale, tutto virtuale, meno la fragorosa noia che prende dall' inizio nonostante i mammuth (dal pelo sfoltito ) lungo la piramidi, battaglie e ragazze resuscitate per ordine del destino e amore dell' eroe cacciatore che deve ritrovare i suoi. L' hanno definito il genere della «passione dell' avanti Cristo», ma Mel Gibson rispetto a Emmerich pare Lévi Strauss. Lasciamo antropologia e rami d' oro, partiamo per le sponde di una fiabona ai minimi termini, una bambocciata di fronte alle cui prodezze si dovrebbe rimaner senza fiato e senza sbadigli inchinandoci al machismo preistorico dall' unghia sporca.
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di Boris Sollazzo Liberazione
Roland Emmerich ha fatto il blockbuster più brutto degli ultimi dieci anni e anche, forse, il migliore. Suo era l'improbabile, incoerente, fracassone Indipendence Day , suo era anche il geniale e quasi rivoluzionario L'alba del giorno dopo , con la mitica scena in cui gli americani immigrano illegalmente in Messico per sfuggire alla glaciazione. Ora torna con 10000 aC , storia di una tribù di cacciatori che riesce a unire altri popoli e (ri)conquistare la libertà. D'leh (Steven Strait), Sic Sic, la vecchia madre hanno una simpatica tradizione: cacciano i mammuth con lance-stuzzicadenti per stabilire chi è il più forte.
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di Andrea Silenzi XL
Cacciatori di mammuth che vivono tra le nevi si ritrovano nella giungla e poi nel deserto per rincorrere una tribù di predoni che ha rapito alcuni guerrieri e la "bella" del villaggio. A parte il curioso mix di etnie (neri africani, centroasiatici, similtibetani) che si forma durante il racconto, il regista di Indipendence Day spettacolarizza una semplice vicenda amorosa immergendola nel passato remoto senza particolare attenzione per la Storia. Poca profondità, ma effetti speciali grandiosi.
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di Roberta Bottari Il Messaggero
Quando gli spiriti dominavano il mondo, giganteschi mammuth facevano tremare la terra e gli uomini erano dominati dalla paura, viveva una pacifica tribù di cacciatori. Isolato fra le montagne, il giovane D'Leh (Steven Strait) ama Evolet (Camilla Belle). Ma una banda rapisce l'amata: a lui non resta che inseguire gli aggressori. Dopo aver polverizzato la Casa Bianca e l'Empire State Building, il regista di Independence Day, con 10.000 AC va indietro nel tempo, agli albori della civiltà. In ballo (con Emmerich si va sul sicuro) c'è sempre la salvezza del mondo intero.
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City
C'era una volta chissà quando, ma non importa: le piramidi di "Stargate" e gli animali de "L'era glaciale", luoghi di Kubrick con echi di Atlantide, vita pellerossa e lingue africane, nevi e deserti, il Nilo e l'Himalaya. Valanghe di approssimazione storico/geografica visivamente efficace. Tono epico/tarocco che tutto consente: riciclaggio di ogni leggenda senza ben congegnata raccolta differenziata, astronomia, astrologia, morti a orologeria e resurrezioni. Trama eroica senza sorprese, si sbadiglia anche al cospetto dei costosissimi mammut digitali: hanno peli impeccabili, ma caracollano imbizzarriti senza mai schiacciare un solo bipede.
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