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Ciak
Ma che eccessi di polemica per un "normale", anzi: piuttosto bello, film di genere! Si è quasi invocata la censura, si sono confusi giaguari e tapiri. E poi ancora: discussioni sulla disgustosa e compiaciuta - in quanto gibsoniana - violenza (eppure qualsiasi horror di oggi lo supera disinvoltamente per efferatezza e truculenza), lamenti sarcastici sul linguaggio assai poco Maya e sulla scarsa esattezza storica (come se tutti i "sandaloni" del passato fossero dei prodigi di verosimiglianza). Apocalypto, piuttosto, appare ineccepibile nel suo rispetto dei meccanismi dell'action movie contemporaneo, un entusiasmante produttore di adrenalina, una pericolosa partita esasperata dagli effetti speciali.
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Il Corriere della Sera
Corre, Zampa di Giaguaro, corre, per non fare la fine del tapiro, trafitto e sventrato vivo. I guerrieri maya, che hanno distrutto la sua tribù, vogliono prenderlo e strappargli il cuore. Ma il giovane cacciatore deve salvarsi, anche perché la dolce moglie e un tiglio bambino lo aspettano nella foresta oscura. Parabola incalzante, da strage e fuga continua, Apocalypto conferma la vena allucinata e cruenta di Mel Gibson. Reazionario sfrontato e impavido, l'energico Mel non crede nel progresso umano, anzi ogni civiltà più evoluta è, per lui, più feroce della precedente.
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di Roberto Nepoti La Repubblica
Yucatan, 500 anni fa. Pacifica tribù massacrata da guerrieri predatori, che riducono i superstiti in schiavitù. Un prigioniero fugge per salvare moglie e figlio. Apocalypto non è un referto storico sul declino della civiltà Maya, non è una metafora su quello dell'Impero Americano, né un catalogo di sadiche efferatezze come The Passion. È una storia d'avventura adrenalinica, totalmente romanzesca ad onta dello stile semi-documentario. Appartiene al "survival", filone in cui l'eroe deve riuscire a sopravvivere.
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di Roberta Ronconi Liberazione
Tanto per continuare nel controcanto, diciamo subito che a noi Apocalypto non è dispiaciuto. Nel senso che ci ha infastidito, ci ha saturato, ci ha fatto anche incazzare, perché Gibson è un dittatore dello schermo, non permette a nessuno di distogliere gli occhi dalla "sua" visione, non ti lascia nemmeno il tempo di un pensiero, di un accento personale. E' tutto suo, è tutto lui, ovunque. Ma vogliamo dire che una visione così assoluta, folle, ossessiva, ubriaca, estrema (forse fascista, anzi sicuramente, visto il personaggio) non è cinema? Vogliamo dire che se lo fa quel fico di Tarantino va bene ma quell'ubriacone di Gibson no? Vogliamo dire che Von Trier ci può torturare con le sue masturbazioni (a nostro avviso, geniali) per ore e invece Gibson è meglio che se ne sta a a casa? O che Scorsese è un maestro (e lo è) perché è tanto grande da portarci oltre le immagini e Gibson non ha diritto nemmeno di provarci? E non è solo questo il nostro controcanto, rispetto ad Apocalypto.
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di Alessandra Levantesi La Stampa
Mel Gibson, alcolismo e intemperanze a parte, è un vero artista e si sta rivelando un regista fuori del comune. Lo conferma Apocalypto, ambizioso quadro della fine della civiltà Maya alla vigilia dello sbarco di Colombo, quando stava affondando nelle lotte intestine e nei deliri del sacrifici umani. Come con The Passion, anche con questo affresco in stile Grand Guignol Gibson ha suscitato ampie polemiche: i discendenti dei Maya avranno mille ragioni di lamentarsi del modo in cui sono stati rappresentati e altrettante gli studiosi di deplorare gli errori storici, ma non stiamo parlando di un documentario di divulgazione scientifica.
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Film TV
Gli uomini pacifici, cacciatori e pescatori solo per procurarsi il cibo, vivono nella foresta. I guerrieri, gli imperatori, i sacerdoti, gli esaltati, nelle città. Quando gli eserciti dei guerrieri assalgono e catturano gli abitanti delle tribù della foresta comincia la grande orgia di sangue attraverso la quale il popolo Maya cerca di salvarsi dalle piaghe, malattie, siccità, corruzione, degrado, che lo stanno distruggendo. «Dicono di noi che siamo marci!» urla dalla cima della piramide alla folla sottostante il sacerdote che sta per compiere l'ennesimo sacrificio umano.
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di Giovanna Grassi Il Corriere della Sera
Anthony Hopkins, il cattivo dei cattivi per il suo Hannibal Lecter, accusato in passato di istigare i potenziali serial killer e di solleticare le loro perversità, non ha dubbi: "Mel Gibson è un regista interessante e inventivo e il suo film non è ipocrita nel raccontare una pagina etnografica con molti riferimenti. La violenza del film è motivata dal copione e dal contesto dell'intera storia". Non è il solo attore o regista che, in Usa, ha difeso l'ultima opera di Gibson senza tuttavia commentare il visto della MPAA "Restricted" che implica la visione da parte dei minori di 17 anni solo se accompagnati da adulti.
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di Maurizio Cabona Il Giornale
Passato per cristiano, dunque antiebraico, il regista di The Passion si rivela in Apocalypto regista pagano, dunque non cristiano e perfino politicamente corretto!
È dura impallinare Mel Gibson, anche per i tanti che, a Hollywood e nelle redazioni, gliel'hanno giurata... Più intelligente di loro, non si lascia inquadrare nel mirino del terrorismo intellettuale: sarà cinquantunenne e alcolizzato, ma corre e scarta improvvisamente, spiazzando nemici che, sebbene perfidi, procedono lenti.
Abile nel dare ai cristiani, cinematograficamente disorientati, il film che da decenni volevano, senza osare chiederlo, con The Passion; abilissimo nel «creare l'evento», aggirando l'intellighenzia; addirittura machiavellico nell'attribuire torture ed esecuzione di Gesù a militari romani, indifferenti alle sette giudaiche, anziché a sacerdoti ebrei, che le temevano, Gibson firma ora con Apocalypto un film che corre meno sul filo del rasoio.
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di Giovanna Grassi Il Corriere della Sera
Riuscirà Apocalypto, malgrado i dialoghi in lingua Maya e la discussa immagine del suo regista Mel Gibson (arresto per guida in stato di ubriachezza e accuse di antisemitismo), a vincere la partita settimanale del box office? Sono in molti a chiederselo, in un momento in cui i film di eccessiva violenza non incontrano più il gusto del pubblico. Inoltre nel week end sono state lanciate, in concorrenza con l' ultimo film diretto da Gibson, due pellicole che hanno convinto la critica: la commedia romantica Holiday e Blood Diamond con DiCaprio (una chiara denuncia al commercio di diamanti in Africa).
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Rumore
Sarebbe facile e in fin dei conti inutile, fingere di ignorare il talento di Mel Gibson. Talento che nell'arco di tre film si è andato delineando in forme compiute anche se decisamente discutibili. Per quanto moralmente inaccettabile fosse La passione di Cristo, quel film trasudava una visionarietà genuinamente reazionaria, scandalizzata e fondamentalista. Segno di uno sguardo che, a meno di non voler davvero negare l'innegabile, possiede un suo afflato magniloquente, tronitruante che mira direttamente alle viscere.
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