La Stampa
Erano le 22,39 del 9 ottobre 1963 quando una parte imponente del Monte Toc, 260 milioni di metri cubi di roccia, franò nel bacino artificiale del Vajont sollevando un'ondata di 25 milioni di metri cubi: nel giro di quattro minuti l'enorme massa d'acqua si riversò a valle spazzando via cinque paesi e lasciandosi dietro 2 mila morti. Aggirandosi sbigottiti all'alba in un desolato paesaggio di detriti e fango, gli inviati speciali (anche importanti) parlarono di fatalità. Ma fatalità non era stata.
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La Repubblica
Dietro il progetto di Vajont s'intravede l'eredità del "cinema civile" italiano dei Petri e dei Rosi: raccontare la verità su un evento a suo tempo rappresentato come "fatale", in realtà dipendente da precisi interessi, ricerca di profitto, arroganza, cinismo, disprezzo della vita altrui. Il film comincia nel 1959, durante la costruzione della diga di 263 metri nella valle del Vajont, e presenta con tratti nitidi i personaggi principali: gli ingegneri Semenza (Michel Serrault) e Biadene (Daniel Auteuil), responsabili della società di costruzione e dell'alluvione che costerà duemila vite; il titubante Mario Pancini (Leo Gullotta), diviso tra obbedienza e senso di responsabilità; il geometra Olmo (Jorge Perugorria), fautore del progresso nella valle ma destinato a ricredersi; Tina Merlin (Laura Morante), giornalista "pasionaria" che dalle colonne de L'Unità lancia allarmi, inascoltati, sulla sciagura imminente.
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Film TV
Una tragedia all'italiana. Come tante altre, chiamate "fatalità", da addebitare alla "natura crudele". In realtà, frutto di superficialità e cinismo, inerzia e furbizia, tutte nostre belle caratteristiche nazionali. Alle 22,39 del 9 ottobre1963, quando anche nel bar di Longarone si guarda la partita tra Real Madrid e Rangers Glasgow, una gigantesca frana di 270 milioni di metri cubi si stacca dal monte Toc, cade nel lago artificiale del Vajont e alza un'immensa onda che supera la diga e si abbatte nella valle sottostante, spazzando via tutto e uccidendo più di duemila persone.
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La Stampa
Il 9 ottobre 1963, di sera, una parte del Monte Toc, 260 milioni di metri quadrati di roccia, franò nel bacino artificiale del Vajont, sollevò un'immensa ondata. Precipitando a valle, l'enorme massa d'acqua spazzò via l'intero paese di Longarone nel Bellunese, altri paesi, duemila vite umane. Del disastro portarono la responsabilità i dirigenti della società elettrica Sade, che avevano voluto costruire la diga nonostante il parere contrario dei geologi, e i politici che avevano consentito loro di farlo: i responsabili della catastrofe, annunciata anche da una tenace giornalista dell' Unità, se la cavarono a buon mercato come succede sempre.
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L'Unità
Ritorniamo a bocce ferme su Vajont, il film di Renzo Martinelli sulla strage - non usiamo volutamente la parola tragedia: almeno questo, alle vittime, glielo dobbiamo - del 1963. Un film sul quale l'Unità è doppiamente coinvolta. Per un motivo specifico: il giornale è letteralmente un "personaggio" del film, perché la nostra cronistoria Tina Merlin fu l'unica a segnalare la pericolosità della diga già quattro anni prima che venisse inaugurata. E per un motivo, diciamo così, ideale: Vajont segna un ritorno del cinema civile e spettacolare, un genere che in Italia ha avuto una grande tradizione e che Martinelli aveva già preso robustamente di petto nel suo lavoro precedente, quel Porzus che tante polemiche suscitò ad una vecchia Mostra di Venezia.
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Il Giornale
Fare oggi un film su quella tragedia significa fare un film sul potere e sull'uso che ne fanno le classi sociali e politiche che lo detengono. È sorprendente che in questi quarant'anni nessun cineasta abbia sentito il dovere di raccontare la storia del Vajont. Severo ma giusto, come certi arbitri, Renzo Martinelli è consapevole di essere il prirno cineasta ad avere sentito quel dovere. Così si è rivolto a Rai Cinema, ai cui vertici - ironia del destino - è il figlio di un altissimo esponente democristiano, figura di primo piano delle "classi politiche" prese di mira dal film.
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di Giovanna Grassi Il Corriere della Sera
Esce venerdì in tutta Italia il film di Martinelli sul disastro del '63. Laura Morante protagonista. Il regista: il cinema di denuncia deve emozionare. Deludono gli effetti speciali.
«Era una valle e l’hanno trasformata in un catino d’acqua», dice dallo schermo, prima della catastrofe del 9 ottobre 1963, uno dei protagonisti di «Vajont», che, dopo essere stato distribuito con successo nel Veneto, esce venerdì in tutta Italia. «È la frase che testimonia lo scandalo, l’esproprio e le connivenze di quella tragedia, ma riassume con dolore anche la storia del "dopo", quando la stampa italiana parlò di "fatalità", e lo fecero tutti i grandi inviati d’allora, e i fondi degli aiuti furono trovati su conti in Svizzera.
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di Tullio Kezich Il Corriere della Sera
Una vena accusatoria alla Francesco Rosi appesantita da infiorettature superflue.
«Fatalità» fu la parola d’ordine di giornali e Rai dopo che, alle 22.39 del 9 ottobre 1963, 260 milioni di metri cubi di roccia precipitati dal monte Toc finirono nel bacino della diga del Vajont. Ne conseguì il traboccare di una doppia e gigantesca ondata che in quattro minuti cancellò Longarone e altri paesi a valle e sterminò quasi duemila persone. Ben presto però la rassegnazione di fronte alla presunta ineluttabilità di un fenomeno naturale si rivelò un semplice depistaggio relativo a una tragedia largamente annunciata.
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Quotidiano.net
Come eravamo. Già, come eravamo? L'Italia dei lavori pubblici falliti nel dopoguerra ambizioso e clientelare in un caso emblematico: il disastro annunciato della diga del Vajont. Duemila morti e tre paesi spazzati via dalla faccia della terra per tener fede agli accordi tra lo stato e i costruttori, nonostante le prove di cedimento, le denunce, i dubbi e, poi, le certezze. Diranno in molti che il film voluto e diretto da Renzo Martinelli, che ha l'ambizione di diventare l'Oliver Stone italiano (dopo Porzus sulla strage tra partigiani), è enfatico, elefantiaco e incontinente nella misura epica (i paesani strapaesani, la stretta di mano tra la giornalista comunista e il prete ribelle, la reiterate riprese dal basso degli eroi e della diga).
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