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The Weather Man - L'uomo delle previsioni
Un film di Gore Verbinski.
Con Nicolas Cage, Michael Caine, Hope Davis, Michael Rispoli.
continua»
Commedia drammatica,
durata 101 min.
- USA 2005.
uscita venerdì 3 marzo 2006.
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L'American Dream in crisi irreversibile
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| sabato 8 aprile 2006 | ||||||||||||||||||||||||||
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Che la famiglia nella nostra società non se la passi troppo bene lo avevamo già visto (e l’elenco potrebbe essere infinito) in Family life di Ken Loach, in Happiness di Todd Solondz, in Tempesta di ghiaccio di Ang Lee, in American Beauty di Sam Mendes: e soprattutto quest’ultimo film viene alla mente assistendo alla visione di The weather man (benché manchino il sarcasmo e la ferocia che caratterizzavano l’opera premiata con cinque Oscar nel 2000). La corrente stagione cinematografica mostra il rinnovato impegno della cinematografia americana. Non solo si mettono in discussione la politica statunitense e il suo ruolo sullo scenario mondiale ma si afferma a chiare note come la vita nella Superpotenza non sia più la stessa. L’american dream sembra entrato in crisi irreversibile e un malessere sotterraneo appare ormai parte integrante di una società in cui tutti si mostrano insoddisfatti della loro vita (e questo nonostante i traguardi raggiunti e gli agi della ricchezza). In America si vive male, insomma: questo il messaggio del film che denuncia senza mezzi termini l’irrisorietà e la superficialità del mito del successo e di una società che si ostina a propagandare questo come valore sommo e unico, un società in cui ogni individuo ha la drammatica necessità di emergere, una società che vede nella realizzazione personale l’unico riferimento valido per la misura di un uomo. Il protagonista è l'uomo delle previsioni. Chiara la metafora: come il tempo, la vita è imprevedibile. “Tutte le persone che avrei potuto essere –dice la voce fuori campo- si sono assottigliate e alla fine si sono ridotte ad una sola ed è quello che sono: l’uomo delle previsioni”. Un prodotto consumato velocemente, che può essere anche buttato via: come il cibo dei fast food, perennemente presente. Una commedia (amara e intimista, a volte surreale e imprevedibile) giocata nei modi del monologo interiore, una trama che poteva facilmente sbracare in continue gag fini a se stesse e che invece costituisce un perfetto equilibrio di dramma humour e grottesco. E ciò grazie anche a una sceneggiatura di notevole profondità, dovuta all’esordiente Steven Conrad (anche coproduttore) e a una regia priva di qualsiasi forma di autocompiacimento: un regia lineare e sottotono a completo servizio del racconto e degli interpreti. Interpreti da applaudire tutti senza riserve. Nicolas Cage, dopo l’infortunio del pessimo Lord of War, ritorna ad essere il grande interprete che avevamo incondizionatamente lodato ne Il ladro di orchidee: una performance stilizzata, essenziale, senza sbavature, perfetta sia nell’esprimere il pathos che l’humour (basta vedere il contrasto tra lo sguardo di perenne afflizione e l’entusiasmo simulato nelle apparizioni televisive). Michael Caine è semplicemente immenso e meriterebbe tutti i premi cinematografici della corrente stagione, un maestro nell’arte di mantenere fisso lo sguardo senza alcun battito di ciglia ed esprimere al contempo mille emozioni. Da lodare infine la fotografia (piatta livida grigiastra, aderente al massimo alla narrazione) e la bellissima colonna musicale di Hans Zimmer, un misto di note reggae e di elettronica funzionale come raramente accade. Il film di Gore Verbinski (che mostra di essere un regista assolutamente poliedrico, passato dalla commedia di Un topolino sotto sfratto, all'horror di The Ring, al fantasy de La maledizione della prima luna) è in definitiva un lavoro che manda certamente un messaggio non consolatorio ma spinge intelligentemente lo spettatore a mettersi in gioco (rinnovando così la tradizione del cinema che preferiamo: quello che non ci costringe a lasciare a casa il cervello).
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