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Premi Oscar 2011 - NewsGuida alla 83esima edizione degli Academy Awards - Los Angeles, 27 febbraio 2011. Tutte le recensioni dei film in nomination. Commenti del pubblico, locandine, foto, trailer e anticipazioni. |
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Premi Oscar 2011 - News
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Ha avuto inizio nella Parigi di Inception l'83sima notte degli Oscar, con un montaggio a effetti speciali che ha visto gli ospiti della serata Anne Hathaway e James Franco entrare e uscire dalle scene madri dei film nominati. Subito dopo Tom Hanks ha aperto la premiazione annunciando i vincitori nelle categorie art direction e fotografia (andati rispettivamente ad Alice in Wonderland e Inception), ma il primo momento emozionante è stato quando Melissa Leo, introdotta da un Kirk Douglas in vena di scherzi, è salita sul palco a ritirare il premio come miglior attrice non protagonista per The Fighter.Così, per il secondo anno consecutivo, ha vinto un'interprete femminile che ha portato sul grande schermo la figura di una madre padrona. Quanto all'attore non protagonista, finalmente Christian Bale è riuscito a ottenere la sua prima candidatura all'Oscar per The Fighter e a impugnare la prestigiosa statuetta d'oro. A svecchiare ulteriormente l'edizione numero ottantatré della notte degli Oscar è stata la vittoria di Trent Reznor (e Atticus Ross) per la miglior colonna sonora originale realizzata per The Social Network. “Tutto questo sta accadendo realmente”., Ha iniziato così il discorso di ringraziamento il leader dei Nine Inch Nails che per l'occasione ha indossato il suo abito migliore. D'altronde, secondo l'Internazionale, l'oroscopo di Trent diceva: “Le prossime settimane saranno un ottimo momento per essere più audace nell’esprimere la tua bellezza e fare in modo che le persone a cui tieni la vedano in tutto il suo splendore”. Invece Randy Newman si è portato a casa il premio per la miglior canzone originale, “We Belong Together,” scritta per Toy Story 3.
Nomi, cose, città, attrici e attori
Danimarca batte Messico 1 a 0 nel momento in cui Susanne Bier viene chiamata a ritirare il premio come miglior film straniero per In un mondo migliore. Sebbene facessimo il tifo per Biutiful di Alejandro González Iñárritu, siamo felici e fieri del fatto che abbia vinto una donna. E se l'anno scorso una donna vinceva per la prima volta l'Oscar come miglior regista, è sempre lei, la stessa Kathryn Bigelow, a premiare Tom Hooper nella categoria miglior regia per la direzione di Il discorso del re. Poco dopo, è Jeff Bridges ad annunciare le cinque candidate come migliori attrici, e a premiare la visibilmente imbarazzata e commossa Natalie Portman, magnifica ballerina dalla doppia personalità in Il cigno nero, per la quale facevamo tutti il tifo. La signora in rosso Sandra Bullock ha invece avuto l'onore di presentare i candidati nella categoria miglior attore protagonista che ha visto premiare Colin Firth, il reale balbuziente di Il discorso del re. Infine, a chiudere una notte leggera, divertente ed emozionante è stato il re di Hollywood Steven Spielberg, chiamato a tenere banco per annunciare il miglior film dell'anno: Il discorso del re. Forse l'unica scelta vecchia di un premio che a ottantatré anni è sempre più giovane.
I costumi di Sandy Powell per The Tempest, adattamento del capolavoro di Shakespeare, sono il risultato di un'orgia di ispirazioni. La regista Julie Taymor (lei stessa una costumista), ha permesso a Powell di fondere ispirazioni moda differenti dando vita a una collezione di abiti che sembra la summa di una carriera eclettica e unica (Powell ha vinto tre Oscar e lavorato con grandissimi registi, da Jarman a Scorsese).
Prendete i costumi degli spagnoli che sbarcano sull'isola di Prospera (Helen Mirren). Sandy Powell si attiene al cliché dell'abito severo e nerissimo della Controriforma, come quelli che deve aver visto nei dipinti di Velazquez alla National Gallery di Londra, dove Powell abita. Eppure, sfruttando un'idea sartoriale di Balmain, e ripetuta da una moltitudine di marchi (da Marc Jacobs all'inglese All Saints), Powell sostituisce le passamanerie argentee con zip metalliche, riuscendo a denotare la violenza dei conquistatori spagnoli. (Un punto importante perché molti critici leggono il colonialismo e il potere come due dei temi principali de La Tempesta).
Felicity Jones, che nel film interpreta Miranda, la figlia di Prospera, veste invece abiti minimalisti dai colori chiari, con reggispalla fatti di nodi e ampie gonne a ruota dai bordi tagliati al vivo, che rimandano alla moda giapponese dei primi anni 90. Powell, però, li arricchisce con una vena espressionista e, per esempio, stampa su un bustino verde pallido un'immagine slavata di una Madonna coronata spagnola, non diversamente da certe creazioni della collezione autunno/inverno 2009 di D&G, ispirata da La Scala. Dove le immagini anticate dell'opera rimandavano per Dolce e Gabbana al mito dell'Ottocento, qui evocano gli effetti del tempo (atmosferico, come dichiara il titolo del film, nonché cronologico).
Certe influenze giapponesi continuano negli abiti asimmetrici e ricchi di texture per Helen Mirren (ricordano un po' Miyake degli anni Novanta). Powell ha dichiarato in diverse interviste che Taymor voleva che gli abiti dei personaggi dell'isola evocassero la natura selvaggia dell'isola Lanai (Hawaii), dove il film è stato girato. Eppure, quando ha disegnato la voluminosa casacca argentea che Mirren indossa in una delle scene clou, Powell deve essersi ricordata della stagione 2007 di Prada, dove le modelle esibivano cappotti fatti di coriandoli di plastica, che frusciavano come piumaggi punk (e il riferimento aviario è importante sia nel film di Taymor che per Miuccia).
Ma potremmo andare avanti con le citazioni. Le scene clownesche con Alfred Molina e Russell Brand sono piene di abiti dai colori vibranti (e che Powell padroneggia, come aveva già dimostrato in Shakespeare in Love e Gangs of New York) e come spesso presenta Paul Smith. Mentre Calibano ha la pelle ricoperta di colore secco steso in forme geometriche, come certe incrostazioni dorate che vedo spesso negli abiti da sera di Donna Karan.
Questa candidatura agli Oscar è quindi diversa dalle altre. Non aspettatevi qui costumi con sottili complicazioni psicologiche o che mettono in crisi ruoli narrativi (vedi Il Grinta). No: qui, prima di tutto, i costumi sono simbolici e spettacolari. E, da soli, salvano un film confuso e a tratti superficiale, dal momento che sono l'unico aspetto della pellicola che riesca a far convergere insieme i vari temi che Taymor ha cercato ambiziosamente di evocare.
Ne Il Grinta la costumista Mary Zorphes ha un approccio molto diverso da quello di Atwood per Alice nel paese delle meraviglie. "Il mio lavoro è legato ai personaggi e spero che contribuisca a raccontare la storia. I costumi devono aiutare a trasportare la mente del pubblico in un posto ben preciso. Volevo che il pubblico potesse sentire l'odore della polvere e provare il freddo invernale del film. Non c'è niente di fantastico in questo film".
Prendete il personaggio di Rooster (Jeff Bridges). "Volevo che sembrasse eroico e iconico, ma allo stesso tempo che si vedesse che è un ubriacone che vive nel retrobottega di un negozio cinese". O prendete la protagonista Mattie (Hailee Steinfeld), che vuole vendicare il padre del quale continua a indossare il cappotto, con le maniche tirate su e stretto in cinta da una cinturone riavvolto su se stesso. (Curiosamente, l'idea di un costume riciclato da un'altra situazione avvicina il lavoro di Zorphes a quello di Atwood per Alice, che una volta diventata minuscola, è costretta a farsi un abito da un nastro di stoffa).
Per ricreare gli abiti degli anni settanta dell'ottocento, Zorphes si è immersa nella ricerca. Ha per esempio trovato un campionario di un sarto e studiato i cataloghi dell'epoca, scoprendo che gli abiti da uomo erano disponibili solo in grigio, marrone e nero. Questo ha condizionato il design dei costumi. Il film è poi ambientato in un Arkhansas gelido, dove "se vuoi rimanere al caldo, devi buttarti addosso diversi strati di lana".
Quest'attenzione ai colori e alle texture dell'epoca è uno degli aspetti che differenzia il film dei fratelli Cohen dall'altro famoso adattamento del romanzo True Grit, in cui John Wayne sfoggia una casacca beige, un henley blu e un fazzoletto rosso. Questi sono elementi iconici delle uniformi del western del cinema classico e, più che suggerire la psicologia e lo stato socio-culturale del personaggio, evidenziano i ruoli dei personaggi all'interno della storia. (Prendete quel fazzoletto rosso che mentre svolazza vi ricorda sempre che lui, John Wayne, è il protagonista indiscusso del film). Nell'opera dei fratelli Cohen la questione è diversa. E sia Josh Brolin che Bridges vestono abiti scuri, portando a una rottura con la canonica divisione fra buoni e cattivi, mettendo in discussione i valori dei personaggi (Bridges non è certamente Madre Teresa nel film). È per idee come questa, dalla vasta eco, che i costumi di Zorphes le hanno permesso di ricevere la nomination.
Una volta finite le riprese, Zorphes ha continuato a lavorare sul periodo nel film Cowboy and Aliens (di prossima distribuzione), un 'mash-up', in cui i registi 'volevano un look western tradizionale per aumentare la sorpresa di trovarsi poi a che fare con degli alieni. è lo stesso periodo di Il Grinta, ma la storia avviene d'estate e nel sud-ovest: ha quindi un look molto diverso.
E la moda di oggi? L'ha condizionata? "In realtà mentre lavoravo per Il Grinta e Cowboys and Aliens non ho sfogliato una sola rivista di moda. Adoro la moda, ma a titolo personale. Come costumista voglio contribuire a raccontare una storia. Non sono una costumista perché adoro la moda".
Infatti la moda e il costume spesso operano per strade diverse. Qui a Vogue, però ci lanciamo in una provocazione. Mary Zorphes non ce ne voglia male, ma noi pensiamo che nonostante l'obiettivo (centrato) fosse il realismo, alcuni legami con la moda d'oggi sono rimasti. E questo per due motivi.
Primo, perché, come ci ricordano gli storici, per quanto studiamo e ci documentiamo non riusciremo mai a liberarci di un bagaglio culturale inconscio della nostra cultura, che ci forma il pensiero e la percezione del mondo. La storia che ci immaginiamo è sempre, in parte, contaminata dal presente.
Secondo, perché anche nella moda si fa tanta ricerca. L'interesse dei designer non è di verità storica, né di raccontare una storia, ma di produrre qualcosa di nuovo culturalmente e di interessante esteticamente. Però i materiali (le fotografie, piuttosto che i libri) possono essere gli stessi di cui fa uso un costumista. Le connessioni fra i costumi, per quanto realistici, e capi alla moda possono comunque trasparire. E qui vogliamo proporre alcuni paralleli.
E non balbetta neanche un po’! Il re Colin parla tranquillo, con la sua forza ostinata, da traino Scania. Dodici nomination, tra cui quella a lui come miglior attore, devono dare un bel po’ di fiducia. Lui però gioca al ribasso, com’è giusto: l’arte dell’understatement non l’hanno inventata gli inglesi? “Io sono a scoppio ritardato: può darsi che tiri i pugni in aria a maggio e che stappi una bottiglia di champagne a settembre, per la felicità che vivo oggi”, ha detto pochi giorni fa, a chi gli ha chiesto come si senta, nell’imminenza degli Oscar.
Lui arriva, e sembra il remake della conferenza di Venezia, quando venne con A Single Man. Sembra vestito da Tom Ford. Impeccabile, giacca nera, camicia bianca, cravatta nera. Premiato come miglior attore ai Golden Globes, arriva qui a Berlino giusto per spalmare un po’ di glamour su una Berlinale a basso tasso divistico. Il suo film è fuori concorso.
Quanto è stato difficile imparare a balbettare per il film? “No, non è stato difficile imparare a balbettare”, risponde. “È che, per un po’, dopo il film, ho parlato con ancora maggiore difficoltà che di solito! Per prepararmi, ho guardato film documentari su veri balbuzienti. Ma non sono un esperto di balbuzie: abbiamo fatto tutto da noi, per costruire i personaggi. Mia sorella è una terapista della voce, ma non mi ha aiutato con consigli ‘tecnici’…”.
“Comunque – prosegue – non è stato un lavoro intellettuale, ma solo un lavoro d'istinto. Quello che ho cercato di evitare? Il lato ‘povero me’ del personaggio. Non volevo che fosse compatito; il pericolo era solamente l’autoindulgenza e il sentimentalismo, che avrebbero ucciso la storia. Io e Tom, il regista, abbiamo lavorato molto perché non ci fosse questo aspetto. Cercando di mettere insieme umanità e ironia”.
“C’era poi un altro aspetto apparentemente difficile”, conclude. “Io sono molto dissimile dal vero re George, che era magro e piccolo. Ma penso che le nuove generazioni non sappiano molto del reale aspetto del re George”.
Il film è candidato a dodici Oscar, e uno è quello come miglior attore, che la riguarda in prima persona. Che cosa significherebbe per lei vincere? “La tradizione degli Oscar è meravigliosa, ed è già un privilegio farne parte. Su tutto quello che succederà quella notte, credo che ci penserò nei sei mesi successivi, comunque vada. Adesso non riesco proprio a pensarci”.
Il primo film di cui parliamo è Alice in Wonderland, i cui costumi sono firmati dalla pluri-premiata Colleen Atwood (due Oscar - Chicago e Memorie di una Geisha - e dieci candidature).
La Disney - casa produttrice del film - voleva evidentemente che il film continuasse la propria mitologia di castelli principeschi (il castello di Cenerentola qui diventa la dimora della Regina Bianca) e di draghi malefici (il finale di Alice è veramente troppo simile a quello de La Bella Addormentata nel Bosco), il che ha comportato, come hanno riconosciuto diversi critici, che il film sembri più un'altra puntata del mondo di Topolino che un adattamento dei romanzi di Lewis Carroll.
Le direttive erano quindi chiare: i costumi del nuovo film dovevano rimandare a quel capolavoro che è il cartone animato omonimo del 1951. Ecco, quindi, che la protagonista può solo essere bionda e vestire turchese. Non sia mai, infatti, che poi il pubblico si confondi alla parata di Disneyland, dove può sfilare solo una sola "Alice". Atwood si è quindi studiata l'infinita saga Disney, che ha dovuto poi fondere con l'immaginario di Tim Burton.
I due collaborano da quindici anni e Atwood sa bene che il regista si è affezionato a precisi stilemi, come magliette a righe orizzontali o ricami gotici (riguardatevi la filmografia burtoniana, da Nightmare Before Christmas a Sleepy Hollow e Sweeney Todd). I riferimenti visivi per i costumi erano quindi precisi. Il merito di Atwood, però, è andato oltre la fusione dei due immaginari per dare un impianto originale alla fiaba, qui riproposta come un'enorme avventura di moda.
Alice, infatti, fra un morso di torta e un goccio di pozione, cambia in continuazione di taglia e si trova con destabilizzanti problemi d'abbigliamento. Le soluzioni alle quali arriva di volta in volta sono nel solco della couture decostruzionista: prende un laccio di scarpa e si fascia il corpo formando col nastro un fiore sul seno; oppure stacca le tende e se le sistema a ventaglio sul petto. I drappeggi e gli accostamenti di materiali sono tali da farmi pensare che la vera ispirazione dei costumi non sia stata la mitologia Disney né l'immaginario di Burton (e neppure le illustrazioni storiche di Arthur Rackman o di John Tenniel, come ripete spesso Atwood nelle interviste). No: ogni abito sembra qui rimandare alle creazioni d'alta moda di Dior.
Come John Galliano, infatti, Atwood ripropone forme del passato (qui sono le gorgiere elisabettiane e i bustini vittoriani) alterandone le proporzioni: le vite si fanno soffocanti e le crinoline enormi, così come le parrucche. È noto che nel film Burton abbia fatto un uso smodato del CGI e degli effetti speciali. Ma, invece, di vederli come limitazioni, Atwood se ne è servita al meglio, per enfatizzare il tema del "fuori-scala" che è strutturale, come dicevo, alla rilettura della storia.
Inoltre, come in passerella da Dior, nei personaggi di Alice del Paese delle Meraviglie non possiamo separare l'abito dal trucco. Questi costituiscono un insieme, dove i colori di uno rimandano alle tinte dell'altro (un esempio su tutti: l'ombretto del cappellaio matto che riprende la tavolozza della cravatta). Prendete quindi la candidatura della Atwood anche come un riconoscimento al reparto make-up, con la quale la costumista ammette di avere lavorato in stretto contatto.
La Regina di Cuori - Dior Couture P-E 2009
L'abito porpora Dior Couture P-E 2009, con gonna a crinolina e bustier a maniche lunghe con inserti floreali a plisset pare aver ispirato l'abito della Regina, un corpetto con applicazioni in rosso e oro, maniche lunghe ricamate con soprammanica a sbuffo. Invece dei fiori, per la gonna svasata stampe a cuori e sopragonna damascato.
La regina Bianca e Alice - Dior Couture
L'abito vittoriano della Regina Bianca, con una grande crinolina: Sarah Jessica Parker ne ha sfoggiato uno simile con bustino bianco e ampia gonna svasata di Dior Couture per la P-E 2009. Quello di Alice, rosso con sfumature al nero, è asimettrico con svolazzi e pieghe che spuntano dal corpetto, simile alle creazioni che Dior ha presentato per la Couture P-E 2011
Acconciature "a bulbo" - backstage Dior Couture
Il trucco e le acconciature di Alice sono in gran parte ispirate al mondo dell'haute couture, come questi scatti del backstage di Dior haute couture 2009 dimostrano. Ombretto blu cielo, sopracciglia sagomate, bocca a cuore. Anche qui l'ispirazione arriva chiaramente dal backstage di Dior haute couture 2009.
Alice, Dior e i volants
Alice veste un abito smanicato con gonna trasparente ricoperta di applicazioni a sole e ruches. È difficile qui trovare un corrispettivo specifico, ma Galliano pensa nello stesso modo e esibisce la costruzione sartoriale e virtuosistica dei suoi capi, vedi le couture autunnali del 2005 e del 2008.
L'attrice Premio Oscar Mo'Nique (Precious) assieme al presidente dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences, Tom Sherak, ha annunciato questo pomeriggio, dal Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills, le nomination dei film che concorreranno all'83. edizione degli Oscar che si terrà il 27 febbraio.
La diretta, durata una decina di minuti, ha come al solito provocato reazioni contrastanti. Alcune candidature sono state delle conferme: 12 le nomination di Il discorso del re, 10 quelle di Il grinta, 8 quelle di The Social Network e Inception. The Fighter e 127 Ore seguono con 5, Il cigno nero, Winter's Bone e Toy Story 3 con 5. Chiudono con 4 candidature I ragazzi stanno bene e Alice in Wonderland con 3.
Le pellicole eleggibili per la categoria Miglior film sono: Il cigno nero, The Fighter, Inception, I ragazzi stanno bene, Il discorso del re, 127 Ore, The Social Network, Toy Story 3, Il grinta e Winter's Bone. La nomination in categoria del film Pixar è stata una piacevole sorpresa. La candidatura era certamente auspicata ma non certa. Bisogna considerare che si tratta della terza nomination per un film animato in questa categoria dopo La bella e la bestia (1992, Disney) e Up (2010, Pixar).
Le nomination di Winter's Bone, presentato lo scorso anno al Sundance assieme a Blue Valentine, Animal Kingdom e quelle di Rabbit Hole, dimostrano che l'Academy ha tenuto in considerazione i film indipendenti di qualità e non solamente le grandi produzioni a differenza dei BAFTA.
Bardem, Bridges, Eisenberg, Firth e Franco si contenderanno il premio come Miglior attore, Bale, Renner, Ruffalo e Rush assieme a sorpresa con John Hawkes (Winter's Bone) sono stati candidati come miglior attori non protagonisti. Nessuna grande sorpresa dalle categorie femminili, come previsto saranno la Bening, la Kidman, la Lawrence, la Portman e la Williams a scontrarsi per la statuetta per la miglior attrice, mentre la Adams, la Carter, la Leo, la Steinfeld e la Weaver per quella di miglior attrice non protagonista.
L'Italia è presentata agli Oscar solamente dalla nomination di Antonella Cannarozzi per i costumi di Io sono l'amore.