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sabato 21 ottobre 2017

Interviste a Gore Verbinski

Nome: Gregor Verbinski
53 anni, 16 Marzo 1964 (Pesci), Oak Ridge (Tennessee - USA)
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Johnny Depp e Penelope Cruz presentano a Cannes il quarto capitolo della saga.

Cannes affonda i pirati

Cannes affonda i pirati «L'ultima nave è salpata da un pezzo»: con un ferale articolo, diffuso nel Palais poche ore prima dell'arrivo di Johnny Depp e Penelope Cruz a Cannes, la rivista Screen ha platealmente stroncato il quarto capitolo dei Pirati dei Caraibi, pellicola fuori concorso al cinema dal 18 maggio e primo sequel del franchise interamente in 3D. Un'opinione confermata dalla tiepida risposta ricevuta dal film in sala e persino dai suoi interpreti, attesi come star sul tappeto rosso della Croisette ma accolti con freddezza dalla stampa: scarsa la chimica tra i protagonisti Depp e Cruz, distanti sullo schermo come nella vita, ben poco carismatici (anche) dal vivo i nuovi acquisti della saga, Sam Claflin e la francese Astrid Berges-Frisbey, nell'ingrato ruolo di rimpiazzo dei transfughi Orlando Bloom e Keira Knightley. A guidare la pattuglia il produttore Jerry Bruckheimer e il regista Rob Marshall, subentrato al veterano Gore Verbinski, assenti ingiustificati gli sceneggiatori Terry Rossio e Ted Elliott, che avrebbero lavorato allo script del film insieme allo stesso Johnny Depp: «Questo film è il film di Depp», sottolinea Bruckheimer aprendo l'incontro con i giornalisti. Una frase che più che un complimento, suona come un sinistro avvertimento.

Capitan Jack Sparrow: Johnny Depp

Dopo 8 anni nei panni di Jack Sparrow, come si è preparato al ruolo?
Sparrow è un personaggio talmente complesso che si può sviluppare praticamente all'infinito. Mi sono preparato come faccio sempre, cioè guardando moltissimi cartoni animati. Mi piace pensare il Capitano come una specie di Bugs Bunny.
Da dove arriva la maggiore ispirazione per il suo personaggio?
C'è in lui qualcosa di Marlon Brando, un attore che è la mia ispirazione in tutto, in ogni cosa che faccio. E poi direi che Sparrow è un buffo mix tra una rockstar alla Keith Richards e una puzzola romantica.
A proposito. Keith Richards ha un cameo nel film: com'è stato recitare con lui?
Bellissimo. Per lui è stata un'occasione per esplorare il mondo del cinema, per noi un'esperienza di vita. Mi piacerebbe scriverci un libro.
In che modo è intervenuto sulla sceneggiatura?
Mi ritengo molto fortunato, perché mi è stato chiesto di partecipare al processo creativo e io l'ho fatto. Ma in una storia ci sono tanti ingredienti, non saprei dire quali idee siano mie e quali degli sceneggiatori.
L'ha mai tentata l'idea di produrre un capitolo de I Pirati?
No, non ce la farei mai, è un impegno che mi annienterebbe. L'unico in grado di fare una cosa del genere è Jerry Bruckheimer, un vero mago.
Ha improvvisato sul set?
L'ho fatto con Geoffrey Rush... ma più in generale un personaggio come Sparrow si presta all'improvvisazione, non lo puoi controllare in nessun modo.
Fa vedere i suoi film in famiglia?
La mia famiglia vede sempre i miei film: ne hanno visti più loro di me. Ho testato segretamente i personaggi su mia figlia, ci giocavo insieme con le Barbie e facevo le vocine finché non mi diceva basta. Mi ha aiutato a capire cosa funzionava di più.
Come ha lavorato con la sua partner, Penelope Cruz?
Spendidamente. Penelope è un regalo della natura, un'attrice talentuosa, sveglia e capace, una gran donna, un'amica fidata.
Quali sono per lei le qualità di un buon pirata?
Essere pronto a farsi sparare addosso. Avere una buona ciurma. Essere ignorante e ostinato.
Gli Oscar possono cambiare una carriera?
Non sono la persona più adatta a rispondere, io che gli Oscar sono più abituato a perderli che a vincerli. È bello quando il tuo lavoro viene riconosciuto, ma non è per questo, cioè per i premi, che si lavora. La professione dell'attore la si sceglie per creare, per esplorare nuovi mari e divertirsi con i compagni di set.
Meglio un piccolo film indipendente o un blockbuster sui pirati?
In vita mia ho fatto piccoli e grandi film. Sono felice per il successo de I Pirati, ma sono anche contento di aver costruito una carriera su molti flop. Uno dei miglior film, Liberty, praticamente non l'ha visto nessuno.
Ha paura dei critici?
Sì. Molta.
La emoziona essere al Festival di Cannes?
Sono onorato e felice. E credo che i Pirati piacerà anche al pubblico di Cannes, perché è un film fatto proprio per l'audience, per la gente. È divertente, nuovo.
Ci sarà un quinto capitolo de I Pirati dei Caraibi?
Se non ci si stanca dei personaggi, e il processo creativo mantiene la sua forza senza sottostare alle ragioni del movie business, le possibilità ci sono. Io sono disposto a tornare.

Angelica la piratessa: Penelope Cruz

Si è trovata a suo agio in un film colossale come I Pirati dei Caraibi?
Certamente. Mi sono sentita perfettamente inserita, a mio agio anche nei panni di una donna bugiarda e manipolatrice come Angelica. Sono onorata di aver diviso tempo e scene con un attore come Johnny Depp, con cui avevo lavorato già 12 anni fa. Il suo livello di creatività è cresciuto. È una creatura unica.
Girare un action movie in gravidanza è stato impegnativo?
Ho fatto due mesi di training con il team del film e poi ho lavorato in sicurezza, non ho fatto niente di pericoloso, mi hanno sempre protetta. In alcune inquadrature mi ha sostituita mia sorella Monica.
Da spagnola, trova difficile recitare in inglese?
Mi piace recitare in lingue diverse e ho avuto un bravo coach che mi ha aiutata sul set. Credo di essere migliorata, la prima volta che ho recitato con Depp mi perdevo la metà di quello che diceva...
L'Oscar per Vicky Cristina Barcelona, nel 2009, le ha cambiato la vita?
Non ha cambiato i motivi per cui scelgo o scarto un film. L'Oscar lo conservo in casa e ogni volta che lo guardo penso a tutte le persone che mi hanno aiutata a realizzare il sogno di diventare attrice.
Jack Sparrow cerca la fonte della giovinezza. E lei, l'ha trovata?
Ogni giorno penso al mio futuro e no, io non cerco la fonte. L'invecchiamento lo voglio celebrare, sono curiosa di esplorare nuove età, non ho paura di cambiare, non ho questo tipo di ossessione.
Che effetto le fa trovarsi a Cannes?
Sono molto contenta di essere qui. Ho letto la sceneggiatura del film in concorso di Almodovar e credo sia una delle migliori cose che abbia mai fatto: spero tanto che vinca almeno un premio...

Al timone: Rob Marshall, Jerry Bruckheimer e la ciurma

Qual è la maggiore sfida affrontata dal film?
Bruckheimer: Trovare la storia giusta. Ci sono voluti anni, ma con un capitano come Marshall al timone e con Depp alla sceneggiatura, il progetto è riuscito al meglio.

Un film come I Pirati richiede un impegno particolare al regista?
Marshall: Io venivo dall'esperienza di Nine, dove ho avuto un grande cast tra cui la stessa Cruz, quindi ero in parte allenato. Ho avuto la fortuna di lavorare qui con grandi attori che sono anche persone fantastiche: Johnny Depp, per esempio, è un vero genio della commedia.

E gli attori? Come si sono calati nei loro personaggi?
Geoffrey Rush: Io, per Barbossa, confesso di essermi ispirato a Barbara Streisand. Non ho problemi a passare da film come Il discorso del re, con un budget da 12 milioni, a film dal budget incalcolabile come I Pirati dei Caraibi: anche se hai 800 persone a pranzo, e 18 camion nel parcheggio, il tuo lavoro resta sempre lo stesso.
Ian McShane: per Barbanera mi sono preparato ascoltando Bob Dylan... il mio è un personaggio iconico, ma più che cattivo lo chiamerei complicato. Barbanera è un pirata standard: ti guarda negli occhi mentre impugna la spada, solo che la sua è lunga il triplo di quelle degli altri.
Astrid Berges-Frisbey: Sono molto emozionata di aver trovato il mio posto in questo kolossal. Non parlavo inglese, ma per fortuna sono stata aiutata da tutta la troupe sia con la lingua, sia con il mio personaggio: è difficile calarsi nei panni di una sirena...
Sam Claflin: Questo è il mio primo film in assoluto e ho un personaggio difficile, uno che non perde mai la fede in Dio nonostante le mille tentazioni. Posso dire che come lui anche io faccio fatica a resistere alle belle ragazze...



Parla Gore Verbinski, il regista di Rango, uno dei film più particolari dell'anno.

Dal mare dei pirati al deserto del West

Dal mare dei pirati al deserto del West Verbinski è tornato! Uno dei più limpidi talenti del cinema d'intrattenimento hollywoodiano, in grado da solo di ridare vita al genere d'avventura con La maledizione della prima Luna e responsabile di un adattamento j-horror migliore dell’originale come The ring, dopo quasi 5 anni di prigionia in un franchising che già dal secondo episodio aveva perso smalto finendo nelle mani del marketing più becero, è tornato a fare il cinema che vuole fare.
L’ultima volta che era sul set di un film fatto "come dice lui" aveva i capelli castani, ora invece sono tutti grigi ma guardando Rango, l’esordio nell’animazione suo e della Industrial Light And Magic di Lucas, sembra un ragazzino voglioso di sperimentare e cambiare i clichè.

Perchè fare un film d’animazione fuori dagli studios, appoggiandosi ad una società che non ne ha mai fatti come la ILM? Proprio tu che sei un regista di cinema dal vero?
L’animazione è cambiata molto negli ultimi anni e credo non sia più un genere, cioè qualcosa in cui ti misuri, che ha le sue regole e a cui ti devi adattare. Credo sia più una tecnica che applichi. Io ho girato questo film come fosse dal vero, come so fare e ho sempre fatto. Poi ho applicato la tecnica dell’animazione.

Rango è quasi un film nel film. Il personaggio principale si crede un attore che interpreta un ruolo, come se sapesse dove si trova.
Si ci sono molti elementi di questo tipo. Ho voluto innanzitutto mettere il coro greco, cioè una parte narrativa che faccia da cornice introducendo e commentando la storia come a teatro. Per rimanere in stile però li ho resi gufi messicani.
In questo modo è più plausibile la figura di Rango, un camaleonte attore che si percepisce come un eroe nel senso classico, prendendo ispirazione da Omero, Shakespeare e Sergio Leone, come se li avesse letti o visti. Lui che è un animale da acquario, quando arriva nella cittadina di Polvere sa di entrare in un genere, come se riconoscesse il contesto western.

Probabilmente Rango, il camaleonte-attore in cerca della propria identità nel mezzo del deserto al confine tra Messico e America, è uno dei personaggi meno consueti degli ultimi anni. Come lo hai creato?
Rango si muove e parla come lo Straniero senza nome di Sergio Leone, questa è stata la prima considerazione da cui sono partito. Sapevo però di volere qualcuno che facesse solo finta di essere in quel modo, perchè questo fosse evidente ho pensato che doveva provenire da un mondo diverso dal deserto, molto diverso, così ho pensato al mondo acquatico. Allora se viene dal mondo acquatico può essere un camaleonte, se è così deve essere diverse cose insieme, allora è un attore, quindi forse ha una crisi di identità! Ecco è andata più o meno così.
Solo quando ho finito questo giro logico ho capito come raccontare questa storia e girare il film. In quel momento ho pensato che tutto il film sarebbe stato una grande ricerca dell’identità.
Alla fine Rango è un film che ha un livello che si può definire esistenziale, ma ne ha anche uno più immediato, quello di un personaggio che vuole essere amato e appartenere a qualcosa, elementi sentimentalmente e tematicamente complessi ma allo stesso tempo anche semplici.

Il film però alla fine è un western tra passato e modernità del genere
Si, sono un fan del west postmoderno, quello in cui il mito dei pistoleri sta finendo, si avverte la fine di un’era e il progresso sta arrivando solitamente sotto la forma della ferrovia.
Invece che la ferrovia io ho utilizzato l’acqua, il suo business e il suo controllo come motore della corruzione, l’inquinamento della modernità. È qualcosa che avviene anche in Chinatown di Polanski, che racconta una storia vera, la California ha realmente avuto una storia di corruzione legata al controllo dell’acqua. Dunque l’avanzare di questo business, come quello della ferrovia, è inscritto nella storia del west degli Stati Uniti.

Forse c’è più Sergio Leone che Chinatown...
Si è vero. Molto ma non solo. Ad esempio mi ispiro molto alla schadenfreude di Tex Avery, cioè quel modo di celebrare e trarre piacere dalle sconfitte, dai tonfi o dal dolore del personaggio.
Ma alla fine il west per me è sempre stato fatto da straordinari personaggi secondari che sembrano avere una loro storia molto più grande del piccolo segmento raccontato nel film. Dietro ognuno senti che c’è un intero film. Era così nei western con grandi caratteristi che portavano questo senso della storia.
In Rango ho cercato di fare questo per ogni comprimario. Ad esempio c’è un coniglio con un solo orecchio, non raccontiamo mai come ha perso l’altro, forse c’è una grande storia dietro.

Rango esce a pochi mesi dall’uscita di Il grinta, un altro film che riporta in auge i temi e il mondo del West. Un caso?
Abbiamo lavorato a questo film per tre anni e mezzo, non avremmo mai potuto sapere cosa stavano facendo i fratelli Coen.
Ad ogni modo credo che il west si nasconda in molti film e sia sempre presente sotto mentite spoglie. Star wars è un western, I pirati dei Caraibi pure, in Rango e Il grinta è solo narrato nel suo ambiente originale. Il west è l’ambiente perfetto per scarnficare personaggi e situazioni, anche se le nostre vite poi sono così complesse.
Ciò che amo nel west è come mostri l’incedere della morte e del progresso. La gente si guarda intorno e pensa: "Quando abbiamo dato via la nostra individualità per il progresso?".

Ha lavorato con voi il grandissimo direttore della fotografia Roger Deakins in veste di consulente. Non è la prima volta che fa questo per un film d’animazione. Esattamente in che consiste il suo apporto?
Abbiamo affrontato il film come se fosse dal vero e abbiamo preso tutte le decisioni (dal suono alla fotografia) come avremmo fatto sul set.
In questo senso è stato preziosissimo Roger che ha lavorato con la ILM e i tecnici per spiegare loro che nei film dal vero si bara moltissimo. Mettiamo gli attori sulle scatole per farli sembrare più alti, spostiamo le luci ad ogni scena e ogni volta ricomponiamo tutto per realizzare un nuovo pezzo di narrazione. Far sì che la ILM si adattasse a quest’idea di lavorazione è stata una vera lotta, almeno all’inizio.
Ad esempio quando lavoriamo in un film dal vero abbiamo sempre due soli in ogni inquadrature, perchè giriamo una scena la mattina una il pomeriggio e poi uniamo le immagini.
Io non avrei mai potuto stare appresso anche a questo, era troppo sforzo per me. Roger mi ha dato una mano in questo, i tecnici lo chiamavano continuamente per risolvere problemi o anche solo chiedendogli: “Cosa avresti fatto se fosse stato un film in live action?”.

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La cura dal benessere

Un B-movie con il budget di un blockbuster, tra horror gotico e psicosi contemporanee
Data uscita: 23/03/2017
Regia di Gore Verbinski. Genere Thriller, produzione USA, Germania, 2017.

All'interno di una Spa apparentemente accogliente si nascondono dei segreti oscuri. Il benessere dei clienti non è l'obiettivo prioritario del centro.

Driverless Car Race Pic

Regia di Gore Verbinski. Genere Commedia, produzione , 2017.

Pyongyang

Regia di Gore Verbinski. Genere Thriller, produzione , 2017.

Gambit

Il film dedicato a Gambit, il personaggio dei fumetti della Marvel
Regia di Gore Verbinski. Genere Azione, produzione USA, 2017.

Non ci sono ancora dettagli sulla trama. L'unica conferma è che il protagonista sarà interpretato da Channing Tatum.

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