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sabato 23 febbraio 2019

Articoli e news Sofia Coppola

47 anni, 14 Maggio 1971 (Toro), New York City (New York - USA)

Tra figure di stile e gusto del dettaglio, la regista non finisce mai e rilancia a Natale con A Very Murray Christmas. In streaming su Netflix.
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Temi feticcio e musica pop, ecco a voi Sofia Coppola

Temi feticcio e musica pop, ecco a voi Sofia Coppola S ofia Coppola resiste a qualsiasi tentativo di definizione. Film dopo film noi crediamo di conoscere la 'canzone' (cosa sarebbe il suo cinema senza?) e ogni volta Sofia la canta a suo modo, una maniera limpida, unica. Entomologa della noia agiata di americani indolenti e viziati, Sofia Coppola nel cinema ci cade da piccola. Apparizione infantile e 'accreditata' con lo pseudonimo Domino in Rusty il selvaggio, viene (letteralmente) battezzata davanti alla macchina da presa ne Il Padrino ed è sulla spiaggia di Apocalypse Now che costruisce il suo primo castello di sabbia. Figlia di Francis Ford Coppola, sorella di Roman Coppola e cugina di Nicolas Cage e Jason Schwartzman, recita nei film di papà e trova il suo primo ruolo da adulta in tailleur Chanel ne Il Padrino - Parte III ma la critica ingiusta e impietosa non le perdona la discendenza illustre e lei rinuncia incassando un Razzie Award. Smette di recitare ma non va troppo lontano dalla sua passione, cimentandosi nell'alta moda e nella fotografia accanto a Karl Lagerfeld, assistito due anni a Parigi. Poi a trent'anni gira Il giardino delle vergini suicide ed è subito amore. Amore tra lei e lo spettatore abbagliato dai dettagli pop che fanno lo charme del suo cinema.

Trasposizione del romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides, Il giardino delle vergini suicide racconta il suicidio collettivo di cinque sorelle nel fiore degli anni e anticipa uno dei temi cari all'autrice, il passaggio dall'infanzia all'età adulta. Leitmotiv che ritroveremo in Marie Antoinette, che dietro alla facciata storica racconta la storia di un'adolescente austriaca perduta in un mondo adulto e sconosciuto, in Lost in Translation, che trasloca in Giappone una giovane donna che ha appena finito i suoi studi e ancora non sa bene che fare della sua vita trascinata dietro a un marito distratto o ancora in Somewhere, che svolge i pochi anni di Cleo accanto a un padre mai cresciuto perché il cinema della Coppola incontra molti adulti con problemi di 'transizione', su tutti l'imperturbabile Bill Murray di Lost in Translation. Come nessuno cattura la fotogenia dello spleen nei bar degli hotel di lusso o nel Giappone rischiarato al neon, nelle stanze di albergo o nello sguardo dei suoi personaggi sempre separati dal mondo, che sia una famiglia, una corte, una cultura altra. Se qualche volta il suo cinema assomiglia a una grande torta farcita di crema (Marie Antoinette), un'impressione creata dalla profusione di colori pop, di sete, sottane, culotte, crinoline, t-shirt , parrucche rosa e dalla voglia incorreggibile di fare baldoria tra champagne e notti bianche, qualche altra è attraversato da una loneliness, una solitudine meditativa in cui ripiegano i personaggi immobili sul letto e incapaci di continuare.

Autrice di un cinema da camera in cui accomoda uomini e donne, la Coppola li coglie a guardare nel vuoto, con l'aria perduta di chi non trova alcunché di interessante che sospendersi, sottrarsi al tempo e alla corsa folle del mondo. Come Kirsten Dunst 'sopra' a nuvole e unicorni (Il giardino delle vergini suicide), come Stephen Dorff annoiato e triste davanti a un numero di pole dance (Somewhere), come ancora Kirsten Dunst sul prato e in faccia al cielo di Versailles (Marie Antoinette), come Bill Murray in vestaglia e ciabatta in punta di letto (Lost in Translation) o in piedi smarrito davanti a New York (A Very Murray Christmas). Un fil rouge ossessivo infila tutti i suoi film al di là dell'ambientazione sociale, storica, geografica in cui si iscrivono. Il contesto è un pretesto, a contare è la situazione, sempre la stessa, un personaggio senza territorio, dislocato dagli affetti o dal proprio paese e precipitato dal cielo, creatura venuta da un altrove che non riconosce niente come suo e si consuma in un sentimento di estraneità dal mondo. A sottrarli alla loro bolla di melanconia ci pensa sempre la musica. Sacerdotessa della simbiosi suono-immagine, la regista sembra pensare ciascun piano, ciascuna sequenza, ciascun movimento di macchina in funzione di una soundtrack e di uno spirito educato su MTV. Così Sofia affida agli Air la musica de Il giardino delle vergini suicide, fa correre Marie Antoinette lungo i corridoi di Versailles sulle note degli Strokes, incontra Tokyo con Kevin Shields, recupera i The Beach Boys con Bill Murray e i Phoenix.

Talent scout di giovani attrici misconosciute, di preferenza bionde, giovani e carine, scopre Kirsten Dunst, Scarlett Johansson, Elle Fanning. Unica eccezione, perché rivelata dalla saga di Harry Potter, Emma Watson a cui affida la stagione che la ossessiona questa volta tuttavia tentata dall'orrore (Bling Ring). Colpita dal materialismo della giovinezza americana, la Coppola realizza Bling Ring e mette in scena il ritratto vorace di una generazione che nutre un desiderio esagerato per un paio di scarpe e un sentimento malsano per le star. Decisamente assennata, la sua relazione con Hollywood matura in un'infanzia affollata da celebrità e dentro una famiglia celebre che declina in ognuno dei suoi film: vincolo soffocante (Il giardino delle vergini suicide), separazione (Lost in Translation), doveri familiari (Marie Antoinette), relazione padre-figlia (Somewhere).

Temi feticcio, figure di stile, musica pop, gusto del dettaglio dietro l'anacronismo (il paio di Converse lavanda tra le scarpe settecentesche di Marie Antoinette), Sofia Coppola non finisce mai e rilancia su Netflix per cui realizza A Very Murray Christmas, un omaggio sincero agli show televisivi di Bing Crosby o dei Carpenters che hanno cullato la sua fanciullezza con le loro voci calde, l'orchestra vestita di bianco e un firmamento di guest star. Un'infanzia segnata da un insondabile struggimento che non l'ha mai abbandonata e che ha trovato dimora in tutti i suoi soggetti. Un pensiero persistente che infonde al suo cinema tutta la sua poesia, che si scrive sulla pagina la prima volta a sedici anni e che è suo padre a mettere in scena per lei nel film collettivo New York Stories (episodio, La vita senza Zoe).

Attore culto e leggenda urbana, Bill Murray si veste di smoking e broncio e torna a recitare per Sofia Coppola in A Very Murray Christmas. A Natale in streaming su Netflix.
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Il divo più cool del firmamento americano

Il divo più <em>cool</em> del firmamento americano Attore culto e leggenda urbana, Bill Murray è il muro di gomma ruvida contro cui rimbalza Hollywood. Amarlo appassionatamente negli anni Ottanta era una scelta, un piacere alternativo, il frutto di una lunga osservazione. Poi nel 2003 Sofia Coppola lo serve su un piatto d'argento e in una commedia sommamente chic con le modalità d'impiego. Lost in Translation è quasi un manifesto critico sull'attore, che mette in rilievo le sue competenze comiche e le sue nevrosi consacrandolo divo più cool del firmamento americano. Delirio a freddo che si oppone in televisione alla comicità eccedente di John Belushi e al sarcasmo euforico di Eddie Murphy, Bill Murray si guadagna negli anni e coi ruoli un'impunità totale dentro e fuori lo schermo. In perpetuo sfasamento, vittima di una sorta di jetlag esistenziale, l'attore americano può permettersi di fare il verso a John Wayne in Monuments Men, di servire tequila al South by Southwest festival di Austin, di cantare (male) "Gloria" di Van Morrison con Eric Clapton, di cantare (male) in coppia con Clint Eastwood, di cantare (approssimativamente bene) nel 'Christmas special' di Sofia Coppola.

Le nuove forme del divismo in Bling Ring.

Il falò delle celebrità

domenica 29 settembre 2013 - Roy Menarini da APPROFONDIMENTI

Il falò delle celebrità Non ci sarà un vincitore, nemmeno stavolta. La battaglia tra chi considera Sofia Coppola una noiosa narratrice delle malinconie dei viziati e coloro che ne amano invece le profonde radiografie giovanili, resterà insoluta e ognuno rimarrà della propria idea. Fino al prossimo film. Per questo motivo, sembra più utile analizzare quello che ci dice The Bling Ring delle trasformazioni in atto nella percezione dello stardom.
Anzitutto, i giovani protagonisti ubriachi di siti e giornali di gossip, e fashion addicted, indicano l'avvenuta trasformazione del divismo contemporaneo. Dalle star classiche, considerate semi-divine e circondate da un'astrazione mitologica, si è passati via via alle celebrità televisive (e a un divismo diffuso, orizzontale e alla portata di tutti), infine giungendo all'odierno concetto di media celebrity. In quest'ultimo caso, la star non ha più alcuna necessità di comparire in prodotti culturali come film o serie televisive, ma si limita a imporre la propria presenza attraverso un presenzialismo frastagliato, ripreso da un pulviscolo di fonti diverse, dai blog ai portali di gossip, dai giornali scandalistici alla stampa di settore, dai talk show ai notiziari. Il caso dell'ereditiera Paris Hilton, la figura (quasi del tutto assente) più importante del film, ne è prova evidente. Continua »

Una regista concentrata sui coming of age al femminile.

La politica degli autori: Sofia Coppola

mercoledì 25 settembre 2013 - Mauro Gervasini da NEWS

La politica degli autori: Sofia Coppola Idolatrando il cinema del babbo, è difficile rapportarsi in modo neutro a Sofia Coppola, classe 1971, già attrice in molti film di papà tra i quali i tre Padrini, che l'hanno vista "crescere" nell'arco di un trentennio. Ha talento la cineasta oppure vive di luce riflessa? Percorre un sentiero autonomo o subisce il peso di una dinastia che comprende attori del calibro di Nicolas Cage (cugino), Talia Shire (zia) e ultima arrivata un'altra regista, Gia Coppola (a Venezia con Palo alto, nipote)? Porsi una domanda simile per chi ha addirittura vinto un Leone d'oro a Venezia (seppure controverso: Somewhere, 2010) risulta capzioso. In realtà Sofia Coppola ha saputo imporsi (la condizione di figlia d'arte giustifica la pesantezza del termine) con un suo gusto particolare, addirittura una poetica, parola desueta che però rende bene la combinazione tra ambito di interesse e stile. A partire da Il giardino delle vergini suicide (1999), ispirato lungometraggio d'esordio, l'autrice si concentra sui cosiddetti coming of age, i passaggi da una stagione della vita all'altra. Ed è in prevalenza "il ponte" tra adolescenza e piena maturità a interessarla. Continua »

La pellicola in stile minimal della Coppola si candida al Leone d'Oro.

Venezia 2010: Somewhere, il red carpet

sabato 4 settembre 2010 - Marlen Vazzoler da GALLERY

Venezia 2010: Somewhere, il red carpet Nonostante il rovescio temporalesco che si è abbattuto ieri mattina a Venezia durante la conferenza stampa di Somewhere, il red carpet del film diretto da Sofia Coppola è andato avanti senza intoppi. Sulla passerella la Coppola è stata accompagnata dal marito Thomas Mars, il cantante dei Phoenix, che ha realizzato la colonna sonora di Somewhere.
Mars, parlando del suo lavoro sul film, ha dichiarato: “È molto minimale, più che altro si tratta di sound design. Non sto cercando di scrivere canzoni, più che altro sto creando un suono che si possa abbinare bene con una Ferrari e la città di Los Angeles”. Oltre ai Phoenix, apparsi con un cameo in un altro film della Coppola, Marie Antoinette, alla colonna sonora hanno lavorato anche i Rooney, il gruppo di Robert Schwartzman, fratello del più noto attore Jason (Scott Pilgrim vs. the World) e cugino della Coppola.
Sulla passerella hanno inoltre sfilato i due attori protagonisti: Elle Fanning e Stephen Dorff, seguiti da Laura Chiatti, Isabella Ragonese, Valeria Marini, Elisa Sednaoui e Bianca Brandolini D'adda.

Tocca oggi a Somewhere, dramma da camera (d'hotel).

Venezia 2010: Somewhere, il photocall

venerdì 3 settembre 2010 - Gabriele Niola da GALLERY

Venezia 2010: Somewhere, il photocall Si è fatta un nome (alla faccia di quello ingombrante che già ha) come poetessa dell'amore nei non-luoghi e cineasta della solitudine contemporanea anche, e ora Sofia Coppola torna a Venezia con un film tutto alberghi, solitudine e ricerca d'affetto il cui background non è difficile da immaginare: "Praticamente negli hotel ci sono cresciuta" dice la regista "Sono un mondo a parte e la gente che c'è è sempre interessante. Stavolta però volevo una storia dal punto di vista di un uomo proprio perché è diverso da me, mi chiedevo come fosse la mattina dopo da quel punto di vista".
Nel film però non c'è solo un uomo, un attore famoso alle prese con la promozione dell'ultimo film, ma anche il rapporto con sua figlia: "È una persona la cui vita è in transizione e che cambia quando passa un po' di tempo con la figlia", spiega il protagonista Stephen Dorff, anche lui ora alle prese con quel tipo di alienazione: "È vero che c'è un senso di isolamento in un attore quando il film finisce. Le similitudini con il personaggio dunque esistono perché sono un attore, ciò che mi differenzia da lui pero è che io sono cresciuto nel business. Parlando con Sofia abbiamo deciso fin da subito che John Marco dovese essere diventato famoso solo uno o due anni prima degli eventi raccontati".



On the Rocks

Alla ricerca del padre
Regia di Sofia Coppola. Genere Commedia, produzione USA, 2019.

Una giovane donna diventata mamma molto presto decide di cercare il padre a New York.

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