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giovedì 27 luglio 2017

Articoli e news Quentin Tarantino

54 anni, 27 Marzo 1963 (Ariete), Knoxville (Tennessee - USA)

Intervista a Lorenzo Richelmy, su Netflix con la seconda stagione di Marco Polo.

Da Marco a Lorenzo, i destini «promessi» del nome che indossi

martedì 12 luglio 2016 - Lorenza Negri da NETFLIX

Da Marco a Lorenzo, i destini «promessi» del nome che indossi

Incontro tra il regista americano e Bong Joon-ho in una conversazione pubblica.

Tarantino a Busan

Tarantino a Busan Dopo essere stata colpita dal peggior tifone che abbia attraversato la penisola coreana da vent'anni a questa parte, Busan ha dovuto far fronte a un'ancor più energetica tempesta che ha elettrizzato e congestionato l'atmosfera del Busan International Film Festival, il tifone Tarantino. Il regista di culto statunitense ha deciso all'ultimo minuto di visitare il festival per accompagnare il viaggio della casting director Jenny Jue, con cui aveva lavorato su Bastardi Senza Gloria e che a Busan presenta il fantasy I'll Follow You Down di Richie Mehta, interpretato da Gillian Anderson. Ieri, l'apparizione di Tarantino alle biglietterie degli ospiti ha mandato in visibilio i festivalieri e oggi, l'organizzazione del BIFF ha organizzato all'ultimo minuto una conversazione pubblica tra il regista americano e il suo collega/amico Bong Joon-ho.

   

Quentin Tarantino uccide Hitler e brucia la storia del cinema dentro una sala d'essai e a capo di un esercito di "cacciatori professionisti".

Bastardi senza gloria: una passione infiammabile

Bastardi senza gloria: una passione infiammabile Uccidere Hitler, vendicare gli ebrei, risarcire i vinti, bruciare la storia degli uomini e quella del cinema, per questo combattono l'esercito e la resistenza apache di Quentin Tarantino, appostati e agguerriti dietro le linee nemiche e dietro lo schermo. Dopo il cinema vintage di Grindhouse, il regista americano si sposta ancora più indietro nel tempo e interviene con le parole e le immagini sul passato, facendo esplodere gli equilibri della memoria e rigenerando l'immaginario. Brucia 350 pellicole al nitrato di cellulosa per farne una sola e per "fare giustizia". Dietro alla sua sporca dozzina, che arruola attrici capaci di "improvvisare" dentro il cinema tedesco degli anni Quaranta e critici cinematografici abili ad interpretarlo, c'è una sala d'essai che protegge Shosanna Dreyfus, una giovane donna ebrea scampata alla morte, e che accoglierà una pellicola di propaganda nazista.
Archiviato, almeno in trincea, il pulpismo e deluso qualche effimero (e svogliato) adepto, Tarantino gira il suo capolavoro e riconferma la sua passione infiammabile per il cinema, tracciando un bilancio, sia pure provvisorio, delle tematiche affrontate e delle proprie soluzioni estetiche. Sfidando le nostre pigrizie mentali e visive, Bastardi senza gloria smentisce e contraddice magnificamente il cinema di Tarantino. Impossibile rimanere delusi dal fascino esplosivo e insinuante del film, radicale e provocatorio, armato e disarmato, riconoscibilissimo (come film di Tarantino) ma nudo. Lasciati decantare gli entusiasmi apologetici di Kill Bill e Grindhouse, Tarantino si rimette in discussione, fino a bruciare. Dietro allo schermo, dentro le trincee e sotto la pellicola si nasconde (ancora e sempre) l'ardente investigazione del cinema, della sua natura e della sua pratica. A Roma con Eli Roth, Tarantino non trattiene energia e passione e si confessa, con grazia struggente, ardente.

Con una filmografia che conta più di cento film, l'attore è stato tutto e ha fatto tutto ma è con Quentin Tarantino che trova il grande successo. Al cinema con The Hateful Eight.

Samuel L. Jackson, il volto violento delle parole

Samuel L. Jackson, il volto violento delle parole Presente in sei degli otto film di Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson abbraccia corpo e anima la 'causa tarantiniana', adottandone la verbosità prolissa e il gesto pervasivo. Esibizione pop (e pulp) della cultura fast-food, interpreta magnificamente il tempo della discussione, tempo libero e interminabile che interrompe arbitrariamente col linguaggio secco e brutale delle pistole. Rivelato al grande pubblico nel 1994 (Pulp Fiction), con una tirata sul sistema metrico tra Stati Uniti e Europa e sul carattere erotico (o no) di un massaggio plantare, l'attore viene da lontano e va lontano. "Ciascuno ha la sua strada, ciascuno ha il suo cammino" ripete come un mantra Jackson che prima di ottenere il ruolo di comprimario a fianco di Bruce Willis (Die Hard), di essere riconosciuto con Spike Lee (Jungle Fever), consacrato con Tarantino (Pulp Fiction) e (ri)compensato con ragguardevoli cachet (Star Wars, Iron Man), langue per due decenni in produzioni teatrali o show televisivi modesti dove ricopre anche il ruolo di intrattenitore del pubblico tra una spot e l'altro ("Cosby").

Attore ciarliero e saturo dei personaggi che interpreta, supera la dipendenza dall'alcol e la cocaina traslocando esperienza e fragilità in Gator Purify (Jungle Fever), tossicodipendente col vizio del crack e l'ossessione del denaro per procacciarselo. Per quell'interpretazione i francesi nel 1991 istituiscono addirittura un premio nella cornice di Cannes, quello al miglior attore non protagonista.
Dentro al cinema di Tarantino Samuel L. Jackson esibisce un'attitudine fino a quel momento trascurata: la coolness. Un misto di impassibilità e padronanza, freddezza e stile, manifestazione artistica e prodotto di consumo come il cowboy della Marlboro o i dischi di Chet Baker, come i militanti delle Black Panther Party o David Carradine in "Kung Fu". Una proprietà misteriosa la sua condivisa dai film di Tarantino e liberata in ciascuno dei suoi film, abitato con la parrucca riccia (Pulp Fiction), la coda di cavallo sotto il Kangol (Jackie Brown), la bombetta nera (Kill Bill vol. 2), la basetta grigia (Django Unchained). Virtù misteriosa, di cui Jackson è portatore esemplare, la coolness implica insieme l'ansia del distacco e il distacco dall'ansia. Soffrire senza averne l'aria, essere un killer spietato senza averne l'aria, militare con intransigenza senza averne l'aria. Uno sdoppiamento singolare e bizzarro che l'attore traduce nella coesistenza in superficie di due intensità contrarie e indissociabili l'una dall'altra. Che interpreti l'affrancato Major Marquis Warren (The Hateful Eight) o, dall'altra parte dello spettro, il soggiogato Stephen (Django Unchained), suo gemello malefico e doppio epocale, che incarni il felpato Rufus, organista all'angolo della chiesa (Kill Bill vol.2) o il miracolato Jules Winnfield (Pulp Fiction), avo mistico che ha riposto la pistola. Perché a furia di ripetere il versetto di Ezechiele uccidendo ne penetra il senso.

Scoperto da Spike Lee e indissociabile da Tarantino, nondimeno l'attore corre da solo e dentro un cinema che si consuma consumando popcorn. Stimato (letteralmente) il più bankable di Hollywood, partecipa a un numero ragguardevole di saghe milionarie e nel 2011 entra nel Guinness Book con un fatturato esagerato (i suoi film hanno incassato 7,4 miliardi di dollari), relegando nelle stive della Perla Nera e del Titanic rispettivamente Johnny Depp e Leonardo DiCaprio. Titolo invidiabile a Hollywood, conquistato recitando o anche solo affacciandosi nei blockbuster degli anni Novanta (Star Wars, Die Hard, Jurassic Park), in un pugno di titoli di Tarantino e in qualche altra macchina da soldi di cui è lecito dimenticarci. Una rivincita per l'artista che trova il successo a quarantasei anni (Pulp Fiction) e che a sessantasei non smette di battere cassa. Assoldato dalla Marvel, 'chiude un occhio' e combatte il Male (Iron Man, Captain America, The Avengers).

Lontano da un'infanzia spesa nel Tennessee e sotto il cartello "Whites only", Samuel L. Jackson vive oggi il sogno di Obama e interpreta ruoli che calza come un guanto dentro film prodotti in massa e per la massa. Quei film insomma destinati a evaporare presto con le emozioni (semplici) che generano: riso, paura, tensione, eccitazione. In questo genere il suo capolavoro è senza dubbio Shaft, giustiziere solitario, troppo nero per la polizia e troppo blu (NYPD) per i fratelli. Testa rasata e pizzetto battente, Jackson impersona il nuovo John Shaft, eroe mitico della Blaxploitation, incarnato negli anni Settanta e nei pantaloni a zampa da Richard Roundtree. Vestito da Armani, lo Shaft di Jackson dà un colpo di griffe alla mitologia e si impone come un divertissement riuscito.

Matematico tra Dustin Hoffman e Sharon Stone (Sfera) o maestro Jedi tra Yoda e Obi-Wan Kenobi (Star Wars), Samuel L. Jackson naviga in una filmografia che supera ormai i cento titoli, incrocia Spielberg, Soderbergh, Scorsese, Schroeder, Shyamalan, Boorman, Buscemi, Thomas Anderson (all'esordio) e deflagra in Django Unchained e The Hateful Eight, dittico western tarantiniano. Luogo di innesco del sottotesto politico, in cui il vero duello si svolge tra schiavo emancipato e schiavo realizzato nella sudditanza (Django Unchained), tra bianco (confederato) e nero (unionista) (The Hateful Eight), i film sono agiti su un piano verbale e di concezioni del mondo. Docile 'negro di casa' ieri, 'scatenato' maggiore nordista oggi, i personaggi di Samuel L. Jackson confermano un'intelligenza superiore, debitamente occultata per non avere problemi o per studiare e poi spiazzare il rivale, fiaccato con le parole e steso con una colt.

E pensare che Samuel L. Jackson è affetto da balbuzie. La fluenza della parola, interrotta da involontarie ripetizioni, viene corretta dall'attore col lavoro e la tenacia, fino a farne, tra tecniche di respirazione, esercizi di rilassamento e motherfucker interposti, un rimarchevole oratore. Demostene hollywoodiano, anche l'abilità retorica dell'ateniese superò presunti 'blocchi verbali', l'attore non smette di parlare nell'emporio di Minnie come nel simposio con Vincent Vega, avvantaggiandosi sugli avversari e dimostrando meglio di chiunque altro il regime letale del linguaggio. Controcampo dell'America WASP o di Jackie (Jackie Brown), per cui il silenzio è d'oro e la parola mai disinteressata (soprattutto in un film di Tarantino), Samuel L. Jackson la incarna e ne incarna la violenza di cui è (quasi) sempre foriera. Così in Pulp Fiction come in The Hateful Eight il bla-bla-bla di Jackson conduce sempre a un'esecuzione, perché come nessun'altro ha capito che è lo storytelling l'arma segreta della (sua) nazione. Con Tarantino, Samuel L. Jackson riabilita gli avatar disprezzati del western classico apertamente razzista, trionfando i martiri contro gli aguzzini. Con buona pace di Spike Lee che tuona ancora sulla blackness di circostanza dell'autore e sulla yankeetudine dell'attore-fratello.

Capolavoro o adorabile facciata B? Entrambi i giudizi potrebbero essere corretti, in attesa che il tempo collochi l'ottavo film di Tarantino dove veramente è giusto che stia. Dal 4 febbraio al cinema.

The Hateful Eight, una formidabile opera minore

martedì 2 febbraio 2016 - Roy Menarini da FOCUS

The Hateful Eight, una formidabile opera minore Un po' di dati, che servono sempre. L'ultimo film di Tarantino non ha funzionato granché in America. Poco più di 50 milioni di dollari guadagnati al cospetto dei 160 di Django Unchained (il più grande successo della carriera del regista) e i 120 di Bastardi senza gloria (secondo in classifica). Se andiamo a vedere le recensioni anglofone, il sito di raccolta delle critiche internazionali Rotten Tomatoes ci avverte che stavolta Tarantino ha convinto il 75% dei critici - comunque niente male - rispetto all'88% e 89% dei due già citati precedenti. Ancora numeri: 75 milioni di dollari il budget di Bastardi senza gloria, 100 milioni quello di Django Unchained, "solo" 44 milioni il budget di The Hateful Eight.

Che cosa ne deduciamo? Che nella filmografia di Tarantino, questo film appartiene alla schiera delle opere minori. Si tratta, notoriamente, di un termine scivoloso per il pubblico, la tipica definizione che ha un senso per lo spettatore normale e un altro, differente, per il cinefilo. Per larga parte del pubblico, quello che sta accogliendo più freddamente del solito Tarantino, opera minore significa un film meno originale e ambizioso degli altri - almeno di quelli più celebrati - ma pur sempre baciato dal talento del regista americano. Per la cinefilia, abituata a mettere in discussione l'apparente ragionevolezza dei pesi e delle misure, e disposta a rovesciare polemicamente classifiche e gerarchie, The Hateful Eight è un film ribaldo, veemente, nascosto e nichilista, e per questo motivo da difendere ancora più calorosamente di un'opera maggiore.
C'è poi da ricordare che Tarantino è a sua volta un cinefilo, e dei più raffinati. Sepolti tra la neve che assedia l'emporio di Minnie e sotto al pavimento in legno del negozio, si nascondono riferimenti di una raffinatezza clamorosa, non svelabili, pena il rischio di spoiler. Diciamo per esempio che a un certo punto La cosa di Carpenter e alcuni capolavori di Hitchcock si fondono tra loro per dare vita a una sequenza formidabile.

Ma siamo sicuri che il resto del pubblico, quello meno propenso al piacere dell'ipertesto, sia denunciabile di sordità estetica o di resistenza al bello? A ben vedere, pur nell'innegabile incremento di elementi politici sempre più evidenti nella sua filmografia, sembra davvero che Tarantino abbia scritto una nota a margine di Django Unchained. Nella sua riscrittura di generi - che somiglia tanto a una cosmogonia cinematografica - e nella sua rilettura della storia attraverso la fantasia di vendetta (la morte di Hitler e la sconfitta dello schiavista), Tarantino questa volta ha scelto di chiudersi in una stamberga, consapevole del pericolo di soffocarci dentro anche il suo cinema. Certamente il cielo in questa stanza è l'America, rappresentata dalle sue peggiori incarnazioni, ma è come se la maestria stilistico-narrativa e l'insistenza sull'inconciliabilità razziale statunitense questa volta si trovassero sempre sfasati, e non di rado in preda ad eccessi che sono sospettabili più che altro di tappare spifferi meno brillanti del solito.

Forse l'over acting dissennato, il sadismo diffuso, i sorprendenti (per Tarantino) scricchiolii di trama e di credibilità dei personaggi sono già tutti previsti nel diabolico marchingegno del regista, tanto scaltro e geniale da aver potuto escogitare fin dall'inizio un'opera minore. E se cercassimo una conciliazione tra chi lo troverà un capolavoro e chi lo rubricherà solo come adorabile facciata B, potremmo dire che hanno ragione entrambi, in attesa che il tempo (quasi sempre infallibile in questo compito) collochi The Hateful Eight dove veramente dovrà stare.
Tarantino è un cinefilo, e dei più raffinati. Sepolti tra la neve che assedia l'emporio di Minnie e sotto al pavimento in legno del negozio si nascondono riferimenti di una raffinatezza clamorosa: a un certo punto La cosa di Carpenter e alcuni capolavori di Hitchcock si fondono tra loro per dare vita a una sequenza formidabile.

   

Il fascino incantevole dell'odio. In attesa di The Hateful Eight, l'ottavo film di Quentin Tarantino, ecco i film che hanno reso il regista uno degli autori più cult del cinema contemporaneo.

Hateful! Gli 8 film di Tarantino

sabato 23 gennaio 2016 - Gabriele Niola da FOCUS

Hateful! Gli 8 film di Tarantino

Competizione tra le migliori attrici europee e le star di Hollywood.

Berlinale 2015, le attrici più glamour del Festival

sabato 7 febbraio 2015 - Gabriele Niola da NEWS

Berlinale 2015, le attrici più glamour del Festival Aperto da Juliette Binoche (forse la più grande star moderna del cinema d'autore, l'unica a vantare premi per la miglior interpretazione a Berlino, Cannes e Venezia più un Oscar), proseguito con il volto più importante del cinema hollywoodiano degli anni 2000, Nicole Kidman, il festival di Berlino al terzo giorno ruota intorno a Diary of a Chambermaid di Benoit Jacquot e alla sua protagonista, l'astro nascente dello star system festivaliero: Lea Seydoux. Continua»

   

Capisaldi e ossessioni del più controverso cineasta contemporaneo.

Quentin Tarantino, dalla A alla Z

venerdì 18 gennaio 2013 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

Quentin Tarantino, dalla A alla Z Quentin Tarantino è da qualche anno il più controverso cineasta contemporaneo. Non che prima non sorprendesse facendo discutere, ma fino al progetto Grindhouse poteva suscitare dibattito per l'esibizione della violenza, l'utilizzo del cinema del passato come materiale immaginario, l'aspetto ludico e straniante che rende il suo stile originale. Oggi, invece, dopo Bastardi senza gloria e soprattutto Django Unchained, Tarantino divide (non più) solo la critica. Da quando cioè ha cominciato a "manipolare" la Storia come uno degli altri ingredienti cinefili, terremotandone se non i presupposti, le conclusioni. Il nazismo e Hitler sgominati (anche fisicamente) dai Bastardi; lo schiavismo come sfondo del mito di Django il nibelungo nero. Così ha fatto arrabbiare tutti: da Spike Lee agli storici, dai cultori del cinema classico per le sue avventate opinioni su John Ford ai pretestuosi giornalisti britannici. Dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che proprio il suo è il cinema meno innocuo del mondo. Giochiamo anche noi con un dizionarietto che di Tarantino cerca di individuare soprattutto le ossessioni. Continua »

   

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Kill Bill: Vol. 3

Regia di Quentin Tarantino. Genere Azione, produzione USA, 2018.
Kill Bill: Vol. 3

Faster, Pussycat Kill Kill

Regia di Quentin Tarantino. Genere Azione, produzione USA, 2017.

Inmate #1: The Rise of Danny Trejo

La vita della star più improbabile di Hollywood: Danny Trejo
Regia di Brett Harvey. Genere Documentario, produzione USA, Canada, 2018.

La vita e la carriera di Danny Trejo, dagli esordi al successo come protagonista di film che lo hanno reso un personaggio cult.
Inmate #1: The Rise of Danny Trejo

Untitled Quentin Tarantino Project

Un film ispirato agli omicidi della setta di Charles Manson
Regia di Quentin Tarantino. Genere Drammatico, produzione USA, 2018.

Quentin Tarantino si esercita su uno dei casi criminali più celebri di fine anni Sessanta.
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