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francesco2
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mercoledì 8 giugno 2011
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il raggio indiano
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In pieni anni '80, gli anni degli ivoriani "Camera con vista" e "Maurice", ma anche del "Raggio verde" rohmeriano, nasce questo (Vero?) cult-movie d'autore, che secondo qualcuno Ivory avrebbe girato meglio. Dal punto di vista della messinscena, talora approssimativa,forse è vero, ma ho i miei dubbi quanto ad implicazioni psicologiche.
La protagonista si affaccia per la prima volta ad un altro mondo (Geografico, ancora prima che culturale), accompagnata da una figura un pò convenzionale ma anche britannicamente sottile come la zia, proprio in un momento in cui deve fare luce sul SUO mondo, su cosa la spinga veramente a prendere certe decisioni,ammesso vadano prese. In realtà l'ALTRO non è neanch'esso originale in termini di personaggi,data la figura fondamentale dell' indiano mite ed innocente, che poi -Plausibilmente- nell'India degli anni'20 rischierà di essere vittima dell'arroganza degli stranieri.
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In pieni anni '80, gli anni degli ivoriani "Camera con vista" e "Maurice", ma anche del "Raggio verde" rohmeriano, nasce questo (Vero?) cult-movie d'autore, che secondo qualcuno Ivory avrebbe girato meglio. Dal punto di vista della messinscena, talora approssimativa,forse è vero, ma ho i miei dubbi quanto ad implicazioni psicologiche.
La protagonista si affaccia per la prima volta ad un altro mondo (Geografico, ancora prima che culturale), accompagnata da una figura un pò convenzionale ma anche britannicamente sottile come la zia, proprio in un momento in cui deve fare luce sul SUO mondo, su cosa la spinga veramente a prendere certe decisioni,ammesso vadano prese. In realtà l'ALTRO non è neanch'esso originale in termini di personaggi,data la figura fondamentale dell' indiano mite ed innocente, che poi -Plausibilmente- nell'India degli anni'20 rischierà di essere vittima dell'arroganza degli stranieri. In realtà, comunque, in quel contesto un pò prevedibile e bozzettistico emergono i fermenti della tensione, sia limitatamente al travaglio interiore della protagonista (Si pensi a quella scena, forse piuttosto plateale, dell'incontro (Sfiorato) scontro con le scimmie), sia a momenti in cui i cadaveri cui si era accennato sembrano veramente galleggiare nell'acqua.
Questa inquietudine del personaggio femminile mi ha suggerito il titolo per questa recensione: è come se per lei, come per la protagonista del bellissimo ed immortale film rohmeriano, il contatto con gli altri fosse un collage di momenti ed esperienze che la spingono a conoscere meglio sé stessa. Ciò che la distingue, però, è un'inspiegata ma magari non inspiegabile scelta di un capro espiatorio per trovarsi al centro dell'attenzione (Forse), o per sfogare su un rappresentante del sesso forte (Sic!) il disagio verso gli uomini: sarà per questo che cambia spesso idea sul proposito di sposarsi, o piuttosto come ho detto l'inquietudine che trapela all'esterno è una metafora dei tormenti che l'assillano?
E' a quel punto che l'opera di Lean assume un significato -Parzialmente- più esplicitamente sociale, dove la giovane inglese sperimenta (Quasi) sulla propria pelle i connotati di bestia che le persone possono assumere, come quelle scimmie che avevano rischiato seriamente di aggredirla, aggrediti a loro volta da uomini ancora più bestie di loro. Non mancano scene eccessivamente plateali, o parole di denuncia un pò retorica affibbiate all'indiano ("Lo so perché è venuto qua: voi indiani siete tutti uguali!", e il racconto appare un pò dilatato. Un esempio comunque di cinema che trasmette un messaggio e lo fa sostanzialmente bene,lasciando però il sospetto che "La mia Africa" fosse un esempio migliore, quanto a presa di coscienza e conoscenza femminilmente parlando, nei primi decenni del secolo scorso.
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mondolariano
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mercoledì 27 aprile 2011
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superiore al romanzo
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Film-fiume concepito come un colossal, che passando in India ha lasciato un segno anche nella storia del cinema. L’opulenza dei mezzi è solo un fondale che fa da cornice ad un complesso psicologico variegato, grandioso affresco storico e di costume, spinto nella marea montante di una natura selvaggia che a poco a poco si fa dramma. Superiore al romanzo originale (che è poco avvincente nel momento culminante nella grotta), esotico, plateale, impreziosito da centinaia di comparse autenticamente indiane e da un ottimo terzetto di protagonisti. Il medico Aziz, prima di tutto, cui lo sconosciuto Victor Banerjee fornisce una prova indimenticabile di recitazione. Il direttore del college Fielding (non il più celebre Alec Guinness, che interpreta invece la parte secondaria del filosofo), solidissimo nel ruolo di amico degli oppressi quale tagliente autocritica all’imperialismo britannico.
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Film-fiume concepito come un colossal, che passando in India ha lasciato un segno anche nella storia del cinema. L’opulenza dei mezzi è solo un fondale che fa da cornice ad un complesso psicologico variegato, grandioso affresco storico e di costume, spinto nella marea montante di una natura selvaggia che a poco a poco si fa dramma. Superiore al romanzo originale (che è poco avvincente nel momento culminante nella grotta), esotico, plateale, impreziosito da centinaia di comparse autenticamente indiane e da un ottimo terzetto di protagonisti. Il medico Aziz, prima di tutto, cui lo sconosciuto Victor Banerjee fornisce una prova indimenticabile di recitazione. Il direttore del college Fielding (non il più celebre Alec Guinness, che interpreta invece la parte secondaria del filosofo), solidissimo nel ruolo di amico degli oppressi quale tagliente autocritica all’imperialismo britannico. L’australiana Judy Davis, infine, dal viso carino non immune dal fascino dell’India misteriosa capace di evocare gli spiriti e confondere le idee (il terribile rimbombo delle grotte, le scimmie, l’incubo dello stupro, l’incontro onirico tra Aziz e l’anziana signora, il tutto suggellato dall’apparizione sporadica della figlia Stella prima dell’ultimo addio).
Da conservare in cineteca. Quattro stelle e mezzo.
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ciukki
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giovedì 6 agosto 2009
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e ora voglio leggerlo(o rileggerlo)
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lETTERATURA E CINEMA QUI IN UN ABBRACCIO INCONSUETAMENTE FELICE:TUTTO CALIBRATO,ATTORI IN GIUSTA VENA,E SI OTTIENE IL RISULTATO SPERATO IN QUESTI CASI:e ora voglio leggere il libro...
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emanuel
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un feroce atto d'accusa contro l'arroganza razzista
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Forse Ivory l'avrebbe realizzato meglio e certo il personaggio di Adela sarebbe stato perfetto per Helena Bonham-Carter, ma anche diretto da Lean il filma sa rendere perfettamente l'atmosfera razzista e claustrofobica dell'India coloniale. Chiunque abbia una normale coscienza democratica non può che fremere davanti all'arroganza, alla presunzione ed alla profonda ignoranza dei colonizzatori inglesi, perfettamente convinti della loro supposta superiorità e del tutto impermeabili al ridicolo. Un feroce atto d'accusa contro tutte le dittature di ieri e di oggi.
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