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The Accountant 2 è un action classico, ma non per questo stantìo. La formula è tradizionale, ma viene nobilitata da un protagonista carismatico e ancora capace di colpire lo spettatore.
L’azione è poca, ma quando arriva colpisce per la qualità con cui viene mesa in scena. La trama sa di già visto, ma non per questo annoia.
Insomma, ci troviamo di fronte a una degna continuazione del predecessore, ma non ne raggiunge le vette qualitative.
L’unica vera, incrollabile certezza del film è lui: Christian Wolff, il Contabile, che sorregge sulle sue spalle tutta la narrazione e che è pronto ad affermarsi come un antieroe moderno del cinema d’azione.
Gavin O’Connor e lo sceneggiatore Dubuque sembrano finalmente in grado di liberare le potenzialità emotive del loro personaggio e del suo mondo, che nel primo The Accountant erano ancora imbrigliate dalle esigenze di una scrittura obbligata a spiegare e motivare caratteri e situazioni.
A nove anni di distanza, riscoprono un altro uomo, pur con tutti i suoi problemi e i suoi tentennamenti e una specie di calore più intenso tra gli ingranaggi della macchina da guerra di un cinema che si gioca sul ritmo dell’azione.
E soprattutto Gavin O’Connor rimette al centro la sua ossessione per i legami di sangue e i rapporti tra fratelli, che nel primo film era rimasta come una nota a margine, quasi un colpo di coda. Certo, The Accountant 2 non raggiunge la stessa intensità devastante, anche perché O’Connor sembra voler stare sul presente, senza scoprire troppo.
Eppure, tra gli estenuanti scontri e gli improbabili slanci tra Ben Affleck e Jon Bernthal, c’è qualcosa di autentico e profondo che continua a risuonare anche quando le necessità spettacolari del plot fanno più rumore.
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