Rodin

Film 2017 | Drammatico 119 min.

Titolo originaleRodin
Anno2017
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia, Belgio
Durata119 minuti
Regia diJacques Doillon
AttoriVincent Lindon, Izïa Higelin, Séverine Caneele, Edward Akrout, Serge Bagdassarian Magdalena Malina, Zina Esepciuc, Régis Royer, Patricia Mazuy, Lea Jackson.
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Jacques Doillon. Un film con Vincent Lindon, Izïa Higelin, Séverine Caneele, Edward Akrout, Serge Bagdassarian. Cast completo Titolo originale: Rodin. Genere Drammatico - Francia, Belgio, 2017, durata 119 minuti. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Appena superati i quarant'anni Auguste Rodin incontra Camille Claudel. Tra i due nascerà un rapporto che stravolgerà la loro esistenza.

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Un film di interni e di penombre che preferisce l’ellissi all’acme, l’allusione alla spiegazione, il mugugnare alla tirata strillata.
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 25 maggio 2017
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 25 maggio 2017

Parigi, 1880. Auguste Rodin ha quarant’anni e un talento maturo. Scultore (quasi) celebre, riceve la sua prima commissione statale: “La porta dell’inferno”. Sposato a Rose, compagna di una vita, Rodin si innamora di Camille Claudel, allieva che formerà e con cui vivrà dieci anni di passione. Musa sensuale e appassionata, Camille è soprattutto complice in sensibilità. Una pari. È sotto il suo sguardo febbrile e dentro l’alcova che li allaccia che Rodin trova l’ispirazione per dare forma alle sue idee. Quel monumento a Balzac, punto di partenza incontestato della scultura moderna, a cui lavorerà sette lunghi anni e che lo consegnerà all’eternità.

Tutto comincia con un piano sequenza sinuoso che scivola nell’atelier di uno scultore, tra le cortine che separano gli spazi, i blocchi di marmo, le statue di gesso, gli allievi e Rodin, pesante, massiccio, come fatto di un solo blocco di carne, che avanza e ripiega, studia, misura, compara.

Rodin è inquadrato di spalle e in faccia all’immenso pannello di gesso che diventerà “La porta dell’inferno”. Tutto il film è là: il corpo a corpo dell’artista con la sua opera, la dimensione carnale, la scultura come lotta. Il piano sequenza ingloba anche Camille, che entra nel quadro con grazia e garbo. La sua silhouette e il suo spirito procedono con fiducia fino a lambire Rodin. Perché non si può raccontare Rodin senza Camille.

Film di interni e di penombre, Rodin preferisce l’ellissi all’acme, l’allusione alla spiegazione, il mugugnare di Vincent Lindon, quasi inaudibile nella versione originale, alla tirata strillata. Della relazione tra Rodin e Camille ignoriamo tutto, il loro primo incontro, il loro primo bacio, il loro primo amplesso gioioso. Lei è la sua allieva e lo venera, lui la stima e la desidera. Doillon si concentra sugli sguardi che si intendono e sulle mani che si comprendono. Niente matrimonio, niente figli, solo un aborto che resta fuori campo. A contare è l’opera, soltanto l’opera. Il genio dello scultore ispira la sua disciplina, il talento dell’allieva motiva il maestro.

Prima di Camille, c’è Rose, la vecchia consorte, l’amica di infanzia, la custode del focolare esiliata in una dimensione pastorale. Rose è la terra, l’altra sorgente del genio di Rodin. È il tronco antico e tenace degli alberi che Rodin accarezza con le dita, è la sposa solenne e statuaria incarnata da Sèverine Caneele in un biopic che elude il racconto edificante e agiografico ma soccombe al didascalismo di alcuni incontri celebri (Monet, Cézanne, Rilke). Jacques Doillon fa delle (buone) scelte e preleva un brano particolare della vita dell’uomo e dell’artista, passando rapidamente sulle opere più conosciute (“Il pensatore”, “I borghesi di Calais”). Rodin non svolge l’infanzia di Auguste e nemmeno accompagna il suo ultimo respiro, non menziona il viaggio in Italia o misura i trionfi alle grandi esposizioni universali.

Doillon si focalizza su “Balzac”, testa e ventre, statua monumentale che provoca il biasimo e l’incomprensione dei suoi contemporanei, ritardi di consegna e scandali, lungo purgatorio e riabilitazione. Trampolino verso la scultura moderna, il grande e viscerale Balzac di Rodin, gravido di forme sempre riprese e mai abbandonate, attraverserà i secoli avvolto in una veste de chambre di gesso (e poi di bronzo), impavido e sprezzante del tempo che lo imbriglia. Rodin è la vita al lavoro e Doillon sceglie il lavoro girando principalmente dentro l’atelier dove si concentra la tensione tra performance e vita affettiva, tra ricerca inesauribile e risultato incerto, tra solitudine dell’artista e idee dominanti dell’epoca. Spesso di spalle, Rodin ha la levatura, lo sguardo esigente, le mani robuste e l’interiorità poderosa di Vincent Lindon.

Alla maniera dello scultore, l’attore trasfigura il corpo in muscolo dell’anima. Un corpo rivolto tutto verso l’opera, una prestazione artistica che coglie la ricerca sisifea di Rodin. Inesauribile nel suo desiderio di possedere una donna, la pietra, l’argilla, il marmo, tutto quello che gli permette di creare, ardente nel volgere l’anatomia femminile in architettura monumentale, ostinato nel riprendere le sue sculture, ingrandirle, mutilarle, frammentarle aggiungendo un supplemento di senso e di bellezza. Con le mani e la dignità meditativa del Pensatore.

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