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Personal Shopper, una testimonianza del rapporto tra visibile e invisibile

Presentato al Festival Rendez-Vous, Olivier Assayas racconta il suo nuovo film. Dal 13 aprile al cinema.
di Paola Casella

sabato 8 aprile 2017 - Incontri

"I nostri sogni sono più reali e importanti del lavoro che facciamo tutti i giorni per pagare l'affitto". Olivier Assayas, figlio d'arte (il padre era lo sceneggiatore Jacques Rémy), critico, sceneggiatore e pluripremiato regista, sceglie di raccontare anche in Personal Shopper, che ha presentato a Roma nell'ambito del Festival del nuovo cinema francese Rendez-vous, come una testimonianza del rapporto fra visibile e invisibile.

Maureen, la personal shopper del titolo, sembra fare shopping di identità.
Sì, prova a ricostruire la propria identità, a reinventarsela. Il suo lavoro in fondo consiste nel portare pacchi di vestiti dal punto A al punto B per conto di qualcun altro, è frustrante, letteralmente alienante, ma la aiuta a definire ciò che vuole e che non vuole più essere. Maureen è attratta dalla moda perché lì c'è una parte della risposta alla sua ricerca di identità, e perché la aiuta ad accettare una femminilità fino a quel momento tenuta nascosta. Anche lo spettatore è invitato a mettere nel proprio sacchetto ciò che vede nel film e portarsi a casa ciò che gli serve per lavorare sulla propria percezione del mondo.

Nel film Maureen ha un fratello gemello e deve confrontarsi con una cliente che vorrebbe emulare. Come si è posto nei riguardi del tema del doppio, tanto caro al cinema?

Personal Shopper è definito dal desiderio di Maureen di voler essere qualcun altro, dal suo cercare qualcosa al di fuori di se stessa, per poi capire che l'interazione è in realtà con un suo doppio, un'altra dimensione della propria identità. In questo senso il film tratta della conversazione interna che tutti noi portiamo avanti e del modo in cui, all'interno della mente, le nostre varie identità partecipino ad una stessa conversazione.
Olivier Assayas

Spesso la tecnologia nei suoi film ha una funzione maieutica: tira fuori dai personaggi verità delle quali non avevano consapevolezza.
Mi interessa soprattutto l'uso del linguaggio, la sintassi della comunicazione tecnologica. Ad esempio, una mail ha la forma romanzesca della lettera, mentre un sms esprime una concentrazione poetica: le frasi diventano brevissime ma dense di senso, c'è una schiettezza, anche una brutalità specifica in questo modo di comunicare, che va velocemente all'essenziale. È un mettersi subito a nudo, soprattutto quando la comunicazione è utilizzata come forma di seduzione.


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In foto una scena del film Personal Shopper.
In foto una scena del film Personal Shopper.
In foto una scena del film Personal Shopper.

La presenza di Kristen Stewart, sia in Personal Shopper che nel suo precedente Sils Maria, ha una forte valenza metacinematografica.
In Sils Maria ce l'hanno tutte e tre le protagoniste, perché non ci si deve mai dimenticare che sono tre attrici al lavoro: il contrario di ciò che normalmente si cerca di ottenere quando si dirige un film, ovvero far scordare al pubblico che stanno assistendo a una finzione. In Personal Shopper invece la Stewart è da sola al centro della storia e gradualmente il personaggio di Maureen diventa lei, lasciando pochissimo spazio fra quello che è Kristen e quello che è Maureen.

A questo contribuisce tutto quello che sappiamo su Kristen Stewart la star.
Sì, nella costruzione del personaggio di Maureen, come in quello di Valentine in Sils Maria, non si può prescindere dalla sua notorietà, dalla sua reputazione pubblica, persino dalla sua ambiguità sessuale, sono tutte parti importanti della storia che racconto. La differenza è che in Sils Maria l'aspetto metacinematografico aveva anche una valenza comica, mentre in Personal Shopper è una dimensione puramente drammatica, trattata in modo anche metafisico.

In una certa misura Personal Shopper è una ghost story.
Sì, ma sui generis. Volevo realizzare un film in cui le presenze che si nascondono nell'oscurità non sono necessariamente negative, anche quando ci spaventano. Negli horror tradizionali l'invisibile è sempre pericoloso perché nasconde il Male. Al contrario io credo che la relazione fra visibile e invisibile possa essere benefica e creativa, e aiutarci a raggiungere una dimensione più intima e personale.

È compito del cinema mostrare l'invisibile?
La grande questione legata al cinema è quella della percezione del reale, che è sempre distorta dall'occhio della cinepresa. Tuttavia il cinema, più di altre arti, prova a riprodurre la realtà includendo nella percezione del pubblico ciò che si vede e ciò che è nella nostra mente, e ha la capacità di celare sotto un'apparenza quasi documentaria questa dimensione astratta. La definizione dell'esperienza umana sta nel mezzo, fra visibile e invisibile, e il cinema la cattura meglio di ogni altra forma d'arte.


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