Office

Un film di Johnnie To. Con Chow Yun-Fat, Sylvia Chang, Eason Chan, Wei Tang, Wallace Chung.
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Titolo originale Hua Li Shang Ban Zou. Commedia sentimentale, Ratings: Kids+13, durata 117 min. - Cina, Hong Kong 2016. MYMONETRO Office * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.
Consigliato sì!
3,50/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * 1/2 -
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La versione cinematografica dell'omonima opera teatrale di Sylvia Chang "Ai-chia"
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primo piano
Un musical di colletti bianchi che nasconde una riflessione amara sulla natura umana al tempo dei Lehmann Brothers
Emanuele Sacchi     * * * 1/2 -

La multinazionale Jones & Sunn viene quotata sul mercato finanziario. Il proprietario Ho Chung-ping promette alla CEO, nonché amante, Winnie Cheung di divenire azionista di maggioranza della società. Man mano che gli incaricati dell'IPO (Offerta pubblica iniziale) acquisiscono i conti della società cominciano a emergere segreti, tanto finanziari quanto personali, che riguardano i dipendenti della Jones & Sunn.
Office nasce come adattamento, in forma di musical, di una pièce teatrale di Sylvia Chang, Design for Living. È la stessa Chang, diva degli aurei Ottanta di Hong Kong e regista di discreto successo, ad adattare lo script e a interpretare il ruolo di Winnie Cheung, affiancando così nuovamente (All About Ah-long) Chow Yun-fat sotto la direzione di Johnnie To. Office diviene così un musical sulla quotidianità totalizzante di una multinazionale che, proprio quando si fa "pubblica", annulla la dimensione privata dei propri dipendenti. Metafora che To rappresenta eliminando, alla maniera di Lars Von Trier in Dogville, ogni muro divisorio che delimiti edifici e abitazioni domestiche.
Il cinema di Johnnie To assomiglia sempre più a un elettrizzante percorso a ostacoli, ideato perché l'uomo/regista possa testare i propri limiti: un viaggio affrontato con la sagacia della contemporaneità e lo spirito individualista e cinefilo della Hollywood classica. L'approdo al musical - fatte queste premesse - diviene una tappa naturale, forse inevitabile. Il rapporto sadomasochista tra l'Ufficio e i suoi impiegati è reso visivamente da To con una scenografia mirabile, affidata al collaboratore di fiducia di Wong Kar-wai, William Chang. Un set-mondo costituito da vetri, luci al neon e barre di metallo, un open space universe che assomiglia a un'installazione di arte contemporanea, in cui poter manipolare i personaggi come altrettante pedine e in cui spaziare con la macchina da presa.
Ma benché le sequenze iniziali, ricche di coreografie e canzoni - tra cui spicca un inno collettivo degli impiegati che ricorda da vicino le canzoni maoiste e getta un'ombra politica (e polemica) sulla critica di To - possano trarre in inganno, Office assume solo le sembianze del musical. Lo si arguisce dalla carenza di motivi memorabili e dalla sostanziale inadeguatezza degli interpreti canori (con l'eccezione del divo canto-pop Eason Chan): è la macchina da presa, più che il fattore umano, al centro della coreografia, mentre volteggia tra i piani del grattacielo wilderiano in cui i segreti inconfessabili dei colletti bianchi svelano il loro vero volto. Il set-mondo di Office va oltre le case di bambole ideate da Wes Anderson, rappresenta il compimento coerente di un percorso autoriale nel nome della dittatura della macchina da presa. Il piano sequenza wellesiano di Breaking News o gli omaggi a Jacques Demy di Sparrow conducono inesorabilmente a questa fusione tra Busby Berkeley e la stilizzazione di Dogville. In questo senso Office è titolo fondamentale e tutt'altro che minore nel corpus di Johnnie To, rafforzato dalla scelta tecnologica del 3D, che ha il chiaro compito di incrementare la propulsione di una macchina da presa onnipresente.
Ancora una volta è la crisi economica il motore degli avvenimenti, il deus ex machina che riassesta o sconvolge gli equilibri. Se in Life Without Principle l'intreccio di episodi apparentemente diversificati era giustificato dal nuovo valore assunto dal denaro e in Don't Go Breaking My Heart la crisi si faceva arbitro del Fato in un contesto romcom, ora le malefatte di Lehmann Brothers diventano l'unica forma di mobilità sociale, la variabile destinata ad alterare un percorso ascendente che pareva predefinito per CEO e dirigenti della Jones & Sunn. Grazie al meteorite Lehmann i ruoli si mescolano e gli ultimi diventano (forse) i primi, mostrando di aver già assimilato la malizia sufficiente per poterne indossare i panni, come dimostra l'eloquente e agrodolce epilogo.
Casa di bambole o prigione, teatro di posa o rappresentazione bonsai della Cina e del suo capital-comunismo liberticida, l'Ufficio è kafkianamente ubiquo. Ma imprevedibile. E ancora una volta, nel cinema di To, gli uomini sono solo pedine di un gioco più grande di loro, dettato dalle lancette di un orologio destinato a non fermarsi mai.

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