The Tiger: An Old Hunter's Tale

Un film di Park Hoon-Jung. Con Ren Ôsugi, Jung Suk Won, Mi-ran Ra, Lee Eun-woo, Jeong Man-sik, Choi Min-sik.
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Titolo originale Daeho. Azione, durata 139 min. - Corea del sud 2015. MYMONETRO The Tiger: An Old Hunter's Tale * * - - - valutazione media: 2,00 su 1 recensione.
Consigliato no!
2,00/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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Mentre il Regno Coreano è sotto l'occupazione giapponese, un coraggioso cacciatore viene sfidato a cacciare l'ultima feroce tigre rimasta viva.
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La lotta metaforica tra l'uomo e la tigre, in un prolisso blockbuster che guarda a Moby Dick e Lo squalo, in chiave nazionalista
Emanuele Sacchi     * * - - -

Corea, 1925, alle pendici del monte Jirisan. Durante l'occupazione giapponese della penisola coreana, l'ufficiale dell'esercito nipponico Maenojo, collezionista di trofei di caccia impagliati, intende sconfiggere a tutti i costi dae-ho, ossia la tigre, altrimenti detta il Re della Montagna, e spezzare così un simbolo dell'indipendenza del popolo coreano. Dopo i fallimenti dei cacciatori assoldati per il compito, Maenojo mobilita anche l'artiglieria dell'esercito e bombarda la foresta dove la tigre è solita cacciare. Ma forse solo Man-duk, solitario cacciatore che conosce il luogo in cui l'animale si rintana, è in grado di catturarla.
Bastano pochi minuti di film per misurare il livello competitivo a cui sono arrivate le grandi produzioni sudcoreane. Tanto nel comparto computer grafica e post-produzione che in quello della fotografia e della cura dei dettagli, visto che le foreste, e le creature che le popolano, in The Tiger: A Old Hunter's Tale non si allontanano molto dalla magnificenza visiva di Revenant - Redivivo o di una produzione statunitense dal profilo altrettanto elevato. È sufficiente un'altra manciata di minuti, tuttavia, a far comprendere come lo sforzo sia ormai sbilanciato verso il lato più tecnico e industriale dell'opera, che invece arranca faticosamente sul piano della scrittura e del coinvolgimento narrativo.
Totalmente in linea con il filone neo-patriottico in voga in Corea del Sud, che ha portato ai successi recenti di The Admiral: Roaring Currents o di Ode to My Father, The Tiger: A Old Hunter's Tale ripropone Choi Min-sik (Oldboy) come simbolo dell'antieroe sopravvissuto a un destino avverso, ma ormai privo di stimoli; prigioniero di una missione da compiere di cui solo in parte è consapevole, il suo Man-duk è quasi un morto inconsapevole di essere tale, che cammina stancamente sulla terra. Il suo alter-ego è il Re della Montagna, come gli abitanti dei villaggi sotto il monte Jirisan hanno ribattezzato la gigantesca tigre con un occhio solo con cui Man-duk condivide più di un legame segreto.
Spunti promettenti affidati alla penna sicura di Park Hoon-jung (suoi gli script di The Unjust e I Saw the Devil), che conferma i suoi limiti in veste di regista (The Showdown), palesando molte difficoltà nel tentativo di padroneggiare le aspettative di una mega-produzione. Le riflessioni sottocutanee di The Tiger, mascherate da ovvie allegorie, sono riconducibili agevolmente ad altrettanti cliché, dal novello Capitano Achab che brucia il cammino alle proprie spalle e si arrende alla Bestia, al disprezzo per il senso di onnipotenza artificiale del lato ferino dell'uomo - rappresentato da un esercito giapponese caricaturale nella sua demenziale malvagità - contrapposto alla ferocia naturale del lato umano della fiera (tanto la tigre che Mun-duk). Il legame mentale tra i due protagonisti e la natura speculare della loro vicenda sono concentrati nell'ultimo segmento, dopo che un minutaggio esagerato ha già sperperato ogni tensione e curiosità residua. Quando la risoluzione arriva - dopo 3 o 4 controfinali - l'attenzione è già volata altrove, per nulla agevolata dall'enfasi con cui viene sovraccaricata ogni sequenza (immancabilmente sottolineata dalla colonna sonora).
La via del racconto verista è ben presto abbandonata - la tigre salta ovunque nonostante diversi proiettili in corpo, si muove a velocità a cui neanche dei ghepardi si avvicinerebbero e fornisce prove crescenti di un'intelligenza diabolica degna di Lex Luthor o Moriarty -, rimpiazzata da uno schema che rivisita Lo squalo e Predator, ricorrendo ad allegorie elementari e riconducibili al consueto assunto sulle qualità individuali dell'uomo sudcoreano. Il sintomo - in quanto non isolato - di un'involuzione generalizzata e rilevante nei contenuti del cinema mainstream sudcoreano, sempre più dominato dal tecnicismo nazionalista.

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