Saint Laurent

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In una tensione tra passato e presente, Saint Laurent secondo Bonello è un artista vivo, in grado di abitarci con la sua "poesia"
Marzia Gandolfi     * * * 1/2 -

Alla maniera di Tosca, Yves Saint-Laurent vive d'arte e d'amore. Nato in Algeria da una famiglia benestante, Saint-Laurent è una stella luminosa che Dior assolda a soli diciassette anni, che a ventidue gli succede e che a venticinque crea con Pierre Bergé il marchio YSL. Colto, dotato e appassionato di cinema, arte e letteratura, il giovane stilista spende vita e talento tra passerelle e locali notturni, dove 'adesca' le sue modelle e i suoi amanti. Eccitato dal successo e protetto dal senso pratico di Pierre Bergé, con cui condivide letto e affari, Yves abbiglia le donne come i propri mariti e veste gonne e turbanti nel privato. Privato che all'alba degli anni Settanta infila vicoli bui e amori sulfurei. Su tutti, quello per Jacques De Bascher, dandy morboso, amico e musa di Karl Lagerfeld, stilista, fotografo e regista tedesco. Precipitato in amplessi di droga e alcol, Bergé mette fine alla relazione di Yves e Jacques e convince lo stilista a farsi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Gli abusi degli anni non impediscono comunque la sua mano e la sua visione. Affidati i bozzetti alla fedele collaboratrice Anne-Marie Munoz, nel 1976 va letteralmente in scena la sua collezione de "Les Ballets Russes", che ne consacra il genio e lo consegna ancora vivo alla leggenda.
Partiamo dalla fine, perché è nell'ultima sequenza, quella in cui Yves Saint-Laurent sorride ai tre giornalisti di "Libération", che lo credono deceduto e cercano in redazione il titolo migliore per commemorarlo, che abita il valore, il senso e il sentimento del film di Bertrand Bonello. Diversamente dal biopic di Jalil Lespert, ritratto pantomimico che manca di spessore e prospettiva, l'opera di Bonello approccia il suo personaggio con una forza radicale, concentrandolo dentro un decennio (1967-1976) e tra due collezioni ("Libération", 1971 e "Ballets Russes", 1976). Bonello investe nella conoscenza del suo personaggio, scartando le derive nostalgiche e l'agiografia celebrativa, ricercata dai tre redattori, che fanno in fondo quello che ha fatto la vita e il film di Lespert: trasformare lo stilista in un marchio vuoto. Per nulla interessato a museizzare l'artista, l'autore francese lo inserisce in una tensione tra passato e presente, vincendo l'entropia del tempo, quella tendenza inarrestabile di adagiarci nelle nostre certezze. Bonello mette mano (e cuore) nella vita di un grand couturier abusato dai media, aprendo la (sua) storia a uno sviluppo verticale e cercando oltre le condizioni e le ragioni di un uomo.
Cresciuto professionalmente negli anni in cui il mondo era in rivolta e i francesi non sapevano ancora vestirsi, Saint-Laurent secondo Bonello è un artista vivo, ancora vivo e in grado di abitarci con la sua 'poesia'. Una poesia di trame e colori che scongiura la commemorazione e il vintage e che vive 'd'arte e d'amore' come la Tosca di Maria Callas. Nascosto tra le quinte, "un po' per celia e un po' per non morire", Saint-Laurent è una farfalla pucciniana che qualcuno ha ripudiato, un'eroina romantica che non smette di tormentare protagonista e regista, adagiati sulle arie liriche del compositore italiano. Arie leggere come i disegni, i tessuti, i frammenti sartoriali e le mani operose, quelle mani che cuciono l'abito Mondrian, lo smoking, la saharienne, la blouse di mousseline trasparente. Lo stilista di Gaspard Ulliel, ossessionato dall'estetica, cattura dietro agli occhiali l'aria dei tempi (di quei tempi) e li magnifica, disegnando e vivendo. Come il Ludwig viscontiano, trasmesso dal suo televisore, divulga l'amore per l'arte, come lui finisce 'detronizzato' dalla malattia.
Regnante solo di un universo di gente misteriosa, che Bonello 'schizza' efficacemente, Saint-Laurent è una creatura gentile, la cui fragilità è costantemente protetta da Bergé, dai suoi domestici, dai suoi medici, dal suo coiffeur. Perché Saint-Laurent aveva deciso di essere amante della morte e amico delle donne, di cui aveva intuito e interpretato il desiderio di emancipazione. Al modo di una sua creazione, Saint-Laurent accompagna i movimenti di un corpo pieno di grazia, che ha corteggiato il pericolo e ha sedotto la bellezza. La bellezza di un ultimo sorriso, di un primo piano che coltiva invece di fissare.

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